Traumatopio, fenachistoscopio, stereofantascopio, zootropio, prassinoscopio sono solo alcuni dei dispositivi scaturiti dalla fantasia di illustri scienziati a partire dal XVII secolo, creati per ottenere immagini in movimento: esperimenti ottici che vengono comunemente definiti di pre-cinema.
Tutte variazioni sul tema della famosa lanterna magica, prezioso strumento di illusione ed animazione dell’immagine. Definite anche macchine della meraviglia, le lanterne erano originariamente dipinte su vetro, vere e proprie opere d’arte realizzate con abile maestria, e proiettate in sequenza inducendo l’illusione del movimento. Il Museo del Cinema di Torino ne ospita una vastissima collezione, tra le più ricche ed importanti al mondo, che è consultabile ed accessibile anche dal web: http://www.museocinema.it/collezioni/LanternaMagica.aspx.
…E dalle lanterne magiche nacque il cinema, passando dalla fragilità del vetro alla resistenza ed elasticità del nitrato di cellulosa, innovativo supporto già impiegato nei primi tentativi di riproduzione fotografica.
Pionieri furono Friese e Evans, i quali tentarono già a partire dal 1890 di scavalcare i limiti legati all’impossibilità di catturare scene in movimento, registrando una scena in movimento, mediante una sequenza di istantanee impresse su pellicola fotosensibile con il supporto di celluloide e con una celerità di 46 pose al secondo.
Solo qualche anno dopo furono protagonisti i fratelli Lumière, i quali misero a punto un procedimento che trovò subito applicazione pratica: era il cinematografo. A quell’epoca cinema siginificava osservare da un piccolo oculare posto sulla sommità di una grossa scatola il breve filmato che veniva riprodotto al suo interno.
Sempre ai Lumière si deve l’invenzione della pellicola fotografica con foro di trascinamento, un ingranaggio geniale per registrare le immagini. Il foro permetteva di imprimere una certa velocità al movimento della pellicola durante le riprese e l’impressione degli scatti (all’inizio uno ogni 1/16 di secondo, poi uno ogni 1/25).
Il primo film della storia: “L’uscita dalle officine Lumière” ( La sortie des usines Lumière) venne proiettato alla Société d’Encouragement à l’Industrie Nationale a Parigi, il 17 aprile 1895.
La pellicola cinematografica
Analogamente alla pellicola fotografica, quella cinematografica presenta una stratigrafia complessa. Il supporto è costituito da celluloide prodotta trattando la cellulosa con una combinazione di acido nitrico (HNO3) ed acido solforico (H2SO4): si ottiene così la nitrocellulosa (Christian Friedrich Schönbein, Germania, 1845) al 10-11% di azoto, che veniva trattata e plastificata con canfora.
Due strati di gelatina stesi sul supporto racchiudevano l’emulsione fotosensibile. Quest’ultima è costituita anch’essa da gelatina a cui veniva addizionato il nitrato d’argento (AgNO3) e alcuni alogenuri alcalini (NaX, con X= Cl-, Br-, I- ). La formazione di cristalli di alogenuro di argento
AgNO3 + NaBr →AgBr + NaNO3
quindi, aumentano notevolmente la loro sensibilità alla luce permettendo così alla pellicola di impressionarsi attraverso la reazione di ossidoriduzione:
AgBr + hν → Ag° + Br
L’argento metallico conferiva il colore marrone o nero alla pellicola portando ad una immagine in negativo: ciò che nell’immagine reale era chiaro diventa di colore scuro.
Nel processo di sviluppo la pellicola impressionata, viene sottoposta ad una serie di processi chimici, in completa assenza di luce. Il supporto viene quindi immerso in una serie di bagni costituiti da soluzioni di acqua e acidi al fine di rendere la pellicola insensibile alla luce.
Successivamente, si procedeva alla fase di fissaggio, necessario per l’eliminazione del bromuro di argento non trasformato, tramite bagni in soluzioni di tiosolfato di sodio (detto anche sodio iposolfito).
2AgBr + Na2S2O3 → Ag2S2O3 + 2NaBr
Fin dalla scoperta della fotografia, a cui è legata strettamente l’origine del cinema, molti scienziati e inventori cercarono di sviluppare un metodo per registrare sulla pellicola i colori naturali. Diversamente dalla pellicola fotografica, che sfruttando tempi di esposizione elevati poteva ambire facilmente alla riproduzione delle cromie, la tecnica cinematografica a causa della velocità di ripresa presentava ancora molte problematiche per la colorazione.
Si sperimentarono così tecniche alternative per attribuire cromie diverse ai singoli fotogrammi ed i laboratori specializzati nella decorazione delle lanterne magiche furono di nuovo protagonisti, dilettandosi nella colorazione manuale della pellicola.
Così, attraverso un minuzioso lavoro di pittura, venivano colorati alcuni particolari, come le vesti di una dama, ma non la scena intera. L’applicazione di coloranti trasparenti e luminosi su differenti aree di singoli fotogrammi doveva seguire tutte le scene in maniera da non provocare salti di colore tra un fotogramma e l’altro. L’operazione venne poi parzialmente meccanizzata mediante l’utilizzo di sagome per garantire una certa regolarità per un numero illimitato di copie.
Se non vi erano particolari esigenze di colorazione differenziata su uno stesso fotogramma, un metodo alternativo di fissaggio del colore era l’imbibizione. La pellicola già positiva in b/n (bianco e nero) veniva immersa in una soluzione colorante generalmente a base di anilina (C6H7N) diluita in acqua (da 0.5 a 20g per litro), e acidificata con acido acetico.
Le tinte erano accuratamente scelte a seconda della scena rappresentata: giallo, arancione e rosa venivano usati prevalentemente per gli interni ma anche per scene solari e romantiche. Il verde veniva impiegato in ambienti naturali, il blu per scene notturne. La tonalità rosso-arancio fu usata principalmente per la tonalità di fondo perché, distribuita su tutta la pellicola, rimediava alla crudezza del bianco e nero e dei contrasti.
Tramite i bagni di imbibizione le parti trasparenti della pellicola assumono così il colore della soluzione. Viceversa le parti nere rimangono invariate mentre quelle grigie assumono gradazioni diverse in funzione della tonalità di partenza.
I chimici sperimentano presto una nuova tecnica, quella del viraggio, che viene impiegata direttamente in fase di sviluppo. In tal modo i bianchi restano intatti mentre il colore si fissa solo sulle parti scure. Chimicamente succede che l’argento metallico, reagendo con particolari sali, quelli elencati di seguito, forma un composto di argento o di un altro metallo per ottenere tonalità che variano dal ben conosciuto seppia, al rosso fino al blu.
Il processo consiste nell’immergere la pellicola cinematografica in due bagni: il primo sbiancante, composto da 20- 50 gr/l di ferrocianuro di potassio e uguale peso di bromuro di potassio. La sbianca ha lo scopo di trasformare l’argento in bromuro d’argento provocando modificazioni all’immagine stessa fino quasi a farla scomparire. Il secondo, costituito da una soluzione di circa 15-20 gr/l di sali metallici, induce la trasformazione del bromuro d’argento in un diverso sale d’argento, facendo riaffiorare l’immagine argentica modificata nel colore.
Il lavaggio finale , finalizzato ad asportare i prodotti residui della reazione, chiude il processo di coloritura della pellicola.
È questo il panorama dei metodi e delle tecniche utilizzate fino agli anni ’20 del secolo scorso, fino a quando, cioè, non furono messe a punto le tecnologie di colorazione cinematografica in grado di riprodurre i colori naturali della vita. Ma questa è un’altra storia.
GEMME
Riferimenti
Italo Zannier, “Storia e tecnica della fotografia”, edizioni Laterza, 2004
Serena Borgatello, “Analisi di coloranti di pellicole cinematografiche del cinema muto”, tesi di laurea specialistica in Scienze Chimiche per la Conservazione ed il Restauro, AA 2007-2008, Cà Foscari, Venezia.
S.F.Chernov, V.N. Zakharov, “Physical properties of siver colour center in microcrystals in silver bromide films”, The Journal of Photographic Science, 1996
http://it.wikipedia.org/wiki/Precinema
http://www.museonazionaledelcinema.it/
http://www.europafilmtreasures.it/colorazione.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_di_cinematografia_a_colori




