Questo mese la rubrica “Fisheye-insight the science” è dedicata ad una grande scienziata. Rosalind Franklin. Morta a 38 anni il
16 aprile 1958.
E’ vero, direte voi, l’intento iniziale di questa rubrica era quello di raccontare, tramite interviste a vari scienziati, i progressi scientifici e tecnologici più recenti. Questo mese però, ricordare chi era Rosalind Franklin, ha un significato in più. La sua è la storia di una donna geniale che cerca di farsi strada in un mondo di uomini, il cui lavoro viene utilizzato alle sue spalle e la cui vicenda viene, alla fine, distorta in un libro pubblicato quando non è più in vita, e non può più difendersi. Una donna che riuscì ad imporsi per brillantezza, intelligenza e serietà, senza scorciatoie e sotterfugi. Quindi, se non ora, quando?
Poche persone, soprattutto al di fuori dell’ambito scientifico-accademico sanno chi era Miss Franklin; probabilmente queste poche persone se la ricordano come “Rosy”, la “dark lady” acida e bellicosa dipinta senza troppi giri di parole da James Watson nel libro “La doppia elica” [1].
Molte persone, anche al di fuori dell’ambito scientifico-accademico, sanno però chi era James Watson e sanno che uno dei più importanti progressi scientifici del 20° secolo è stato la scoperta della struttura del DNA nel 1953 da parte proprio di James Watson insieme a Francis Crick; questi due vincitori del premio Nobel nel 1962 con Maurice Wilkins. I nomi dei protagonisti della nostra storia sono quindi questi: Rosalind Franklin, James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins. Una donna e tre uomini. Quattro scienziati che nel 1953 lavoravano tutti sul DNA a pochi chilometri l’uno dall’altro, in gruppi differenti: la Franklin e Wilkins al King’s College di Londra, Watson e Crick al Cavendish Laboratory di Cambridge. Tre scienziati, uomini, che hanno vinto il premio Nobel per la fisiologia e la medicina; una scienziata, donna, morta 4 anni prima la consegna del Nobel.
Da questa breve introduzione, si potrebbe già intuire tra le righe una storia poco limpida inserita in uno sfondo di maschilismo. Visto che in seguito agli eventi a cavallo degli anni ’50 Rosalind Franklin è diventata “un simbolo femminista, la donna il cui talento è stato sacrificato per dare maggiore gloria all’uomo” [2], mi preme sottolineare un punto prima di proseguire. E’ vero, la Franklin ha incontrato moltissime difficoltà ad affermarsi in quanto donna, ma soprattutto è stra-vero che sia stata oggetto di una grandissima “ingiustizia scientifica”. Anticipando un po’ come andrà a finire la storia, senza i dati cristallografici che Rosalind Franklin ottenne sulla molecola del DNA, “sarebbe stato molto improbabile, se non impossibile” per Watson e Crick formulare la corretta struttura del DNA. Questo per loro stessa ammissione in una nota ad un articolo scientifico pubblicato nel 1954 [3]. Ed inoltre, come dice candidamente Watson ne “La doppia elica”: “Rosy, non ci forniva direttamente i sui dati, beninteso: anzi, nessuno al King’s College sospettava che fossero nelle nostre mani”. Chiaro no? Non si tratta quindi di un’ingiustizia per Rosalind in quanto donna, ma per Rosalind in quanto scienziata.
Iniziamo dal principio e con ordine.
Rosalind Franklin nacque nel 1920 a Londra, da una ricca e colta famiglia ebraica che a vari livelli occupava posizioni di grande rilievo nella vita pubblica britannica. Dopo aver frequentato la prestigiosa St Paul, scuola londinese femminile nota per il suo rigore accademico, a 18 anni Rosalind si iscrisse a Cambridge. Nonostante l’università di Cambridge fosse in quegli anni un ambiente marcatamente maschile (aveva ammesso le donne dal 1869 ma si rifiutava di accettarle come membri accademici, e le allieve stesse non venivano considerate neppure studentesse universitarie), i 4 anni che vi trascorse furono molto entusiasmanti e stimolanti; ebbe, infatti, l’opportunità di prendere dimestichezza con il suo futuro campo di specializzazione, la cristallografia, attingendo direttamente dai “padri fondatori” di questa disciplina, Sir Laurence Bragg e John Desmond Bernal.
Finita l’università, durante il periodo bellico, Rosalind iniziò a lavorare per la British Coal Utilisation Research Association (B-cura) in un laboratorio governativo nei sobborghi di Londra, studiando il carbone; a questo incarico
seguì nel 1946 un posto da ricercatrice a Parigi per studiare i pori nel carbone. Gli anni parigini furono estremamente proficui sia dal punto di vista personale che professionale e le consentirono di costruirsi reputazione scientifica internazionale nell’ambito dello studio della diffrazione dei raggi X delle forme di carbonio. L’ambiente “europeo” era per Rosalind molto più stimolante di quello “inglese” e la decisione di ritornare in patria nel 1951 fu molto combattuta. Purtroppo per lei, sebbene le prospettive paressero rosee, quando tornò a Londra iniziarono i problemi. Rosalind aveva ottenuto una borsa di studio per approfondire le applicazioni biologiche della tecnica di diffrazione dei raggi X sotto la guida del professor John Turton Randall, direttore del dipartimento di fisica e biofisica del King’s College di Londra. L’argomento di studio erano le fibre di DNA. In quel momento in Inghilterra le ricerche molecolari sul DNA erano a tutti gli effetti riserva esclusiva di Maurice Wilkins, secondo protagonista della nostra storia e vice di Randall, che si mobilitò per avere Rosalind nella sua squadra. Agli inizi degli anni ’50 le donne impegnate nella ricerca scientifica erano una rarità, soprattutto nel campo della fisica; il laboratorio di Randall però, contando un cospicuo numero di donne, era in forte controtendenza con questo status quo ricco di misoginia. Le basi per lavorare bene c’erano tutte e anche il rapporto con Wilkins fu all’inizio abbastanza disteso: lavoravano entrambi sul DNA, ma indipendentemente. Molto presto però la situazione iniziò a precipitare, principalmente a causa di una non chiara definizione dei ruoli dei due: Randall, ad insaputa di Wilkins, aveva detto a Rosalind che lei sola si sarebbe occupata del lavoro sperimentale con i raggi X, e quindi lei non tollerava intromissioni nel suo settore di ricerca. E di sicuro non era una persona che le mandava a dire.
In questo clima di crescenti tensioni si inserisce Watson, il terzo protagonista della storia. Va detto che James Watson era un personaggio alquanto bizzarro, molto determinato ed intelligente (a 23 anni era già dottore), ma anche decisamente scaltro. Come riporta lui stesso nel libro “La doppia elica”, quando incontrò Wilkins la prima volta ad un convegno, capì subito che era uno scapolo e quindi gli venne l’idea di usare sua sorella come esca per ottenere informazioni sul DNA: “Se Maurice aveva una simpatia seria per mia sorella, io avrei finito con il seguire da vicino i suoi esperimenti con il DNA” [1]. In realtà la sorella di Watson servì a ben poco, poiché fu lo stesso Wilkins a porgli su un piatto d’argento quello che stava cercando.
Durante il primo anno di lavoro al King’s College Rosalind fu in grado di fare importanti scoperte sul DNA; unica fra i ricercatori dell’epoca a lavorare in condizioni di elevata umidità, era riuscita ad ottenere splendide fotografie ai raggi X del DNA, che dettagliavano in maniera nitida il fatto che questa molecola esistesse in due forme, la forma A cristallina, corta e asciutta, e la forma B più lunga, sottile ed idratata. L’abilità di Rosalind nell’allestire i preparati chimici e nell’analisi ai raggi X aveva fornito la prima chiara immagine del DNA nella forma che assume quando si apre per replicarsi. Inoltre aveva scoperto che i gruppi fosfati del DNA si trovavano all’esterno della struttura. Riportò il riassunto di questi primi importanti risultati in un convegno sulla struttura degli acidi nucleici nel novembre del 1951, a cui partecipò anche Watson. Il quale commentò nel suo libro: “Non v’era traccia di calore o di brio nelle sue parole. Eppure aveva un suo vago fascino. Mi sorpresi a chiedermi per un momento che aspetto avrebbe avuto senza occhiali e con un’altra pettinatura”; e aggiunge: “Di proposito non faceva nulla per mettere in rilievo la sua femminilità. Malgrado i lineamenti un po’ marcati, non mancava di attrattive e avrebbe avuto il suo fascino se si fosse occupata un minimo del suo abbigliamento. Ma se ne guardava bene. Non metteva un filo di rossetto che facesse risaltare i capelli neri e lisci, e a trentun anni vestiva con la fantasia di un’occhialuta liceale” [1]. In quell’occasione Rosalind indossò una camicia bianca, una gonna scura e un camice da laboratorio …[2]. Ora, il fatto che Watson si fosse soffermato su questi dettagli risulta abbastanza ridicolo, ma il gusto estetico si sa è personale; il fatto che abbia minuziosamente riportato questa descrizione nel suo libro, pubblicato nel 1968, 10 anni dopo che la Franklin era morta, nonostante ben sapesse che la grandiosa scoperta della struttura del DNA si basava su suoi dati, risulta invece come una sorta di “giustificazione”. Sembra quasi che abbia voluto intensamente ribadire quanto Rosalind fosse arcigna, aggressiva, sgradevole, una persona impossibile da sopportare e men che meno con cui poter collaborare; sembra quindi volersi giustificare per il fatto di averle soffiato i dati e non averle poi dato il giusto riconoscimento scientifico. In ogni caso alla fine del 1951 se Watson fosse stato meno impegnato ad osservare così minuziosamente il look della Franklin e avesse prestato più attenzione alle sue parole, avrebbe colto il riferimento al fatto che i dati sperimentali indicavano che i gruppi fosfati erano all’esterno della molecola. Ma ovviamente non lo fece e una settimana dopo insieme al suo collega Francis Crick del Cavendish Laboratory di Cambridge, il nostro quarto protagonista, costruì un modello per la struttura del DNA a tre eliche con i fosfati rivolti all’interno. Tronfi per quello che sembrava essere un eclatante successo, Watson e Crick invitarono i colleghi del King’s College ad ammirare il loro modello; Rosalind individuò subito l’errore e il modello risultò un fiasco.
Il 1952 va ricordato in questa storia per due particolari degni di nota. Il primo fu la decisione di Rosalind, esacerbata da un ambiente ostile, di trasferirsi dal King’s College al Birkbeck College per lavorare con J. D. Bernal e il suo gruppo di biologia. Il secondo particolare fu una straordinaria fotografia del DNA, chiamata “numero 51” che Rosalind riuscì ad ottenere a maggio; la foto mostrava una vera e propria X, formata da strisce nere e spazi bianchi che indicavano
senza ombra di dubbio la natura elicoidale della molecola. Questa fotografia risulta fondamentale per il susseguirsi degli eventi del 1953 perché Wilkins la mostrò incautamente a Watson, il quale ne colse con una sola occhiata il significato: era la prova inequivocabile che il DNA fosse un’elica. Gli mancavano però i numeri esatti, le misure che Rosalind aveva effettuato quell’anno, perché Wilkins, nella conversazione che ne seguì, non si sbottonò ulteriormente. Ma non dovette aspettare molto per ottenerli; “casualmente” ebbe tra le mani il rapporto finale che Rosalind scrisse per la commissione del Medical Research Council, incaricata di valutare il lavoro di ricerca del gruppo di Randall che in parte finanziava. Max Perutz, infatti, membro della commissione, nonché collega di Watson e Crick al Cavendish, glielo fornì (non si sa di preciso se per sua stessa iniziativa o per richiesta dei 2 scienziati). Questo rapporto era quanto di meglio Watson e Crick potessero sperare poiché spiegava la transizione del DNA dalla forma A alla forma B e specificava le dimensioni della molecola stessa. Bingo! Il 7 marzo 1953 il modello del DNA era pronto e la struttura della molecola che regola la trasmissione dell’ereditarietà genetica svelata.
Per Watson e Crick il passo successivo fu di pubblicare la struttura il più presto possibile: per accaparrarsi il merito decisero di scrivere subito una nota per Nature. Si presentavano però 2 problemi: uno era che non potevano certo menzionare i dati di Rosalind che non erano stati ancora pubblicati e a cui, tra l’altro, non avevano chiesto il permesso di usare; l’altro era che anche il rapporto del Medical Research Council non era stato pubblicato e per citarlo avrebbero dovuto chiamare in causa Max Perutz come responsabile della sua diffusione. L’empasse si risolse con la decisione di pubblicare su Nature 3 lavori: il principale “Una struttura per l’acido nucleico desossiribosio” [4] di Watson e Crick, e i due secondari “Struttura molecolare degli acidi nucleici di desossipentosi” [5] di Wilkins, Stokes e Wilson, e “Configurazione molecolare del sodio timo nucleato” di Franklin e Gosling [6]. Ovviamente la farsa si protrasse con il commento “Quando abbiamo messo a punto la nostra struttura, non conoscevamo i dettagli dei risultati presentati in questi lavori” [4] in chiusura all’articolo di Watson e Crick per commentare gli altri due lavori.
Siamo arrivati alle battute finali.
Rosalind Franklin nel 1953 si trasferì al Birbeck College dove lavorò intensamente e proficuamente sui virus vegetali. Morì 5 anni dopo, il 15 aprile 1958, per un cancro alle ovaie.
Degli altri protagonisti, in questo breve riassunto della vita di Rosalind, ci interessa poco; hanno tutti e 3 vinto il premio Nobel nel 1962 per questa scoperta e si sa, il premio Nobel non viene assegnato postumo (in realtà non viene neanche assegnato a più di 3 persone per volta quindi viene da chiedersi chi sarebbero stati i vincitori se Rosalind non fosse morta 4 anni prima); ci interessa anche poco il sapere se Rosalind sarebbe arrivata o no a scoprire la struttura del DNA con i dati che aveva a disposizione. La scienza non si fa con i “se” e con i “ma”.
Vorrei concludere con il ricordo che diede di lei J. D. Bernal il 16 aprile 1958 su Nature [7]:
“Come scienziata Miss Franklin si distinse per l’estrema chiarezza e perfezione in ogni cosa che fece. Le sue fotografie sono tra le più belle fotografie a raggi X mai prese di una sostanza. La loro eccellenza fu il frutto di una cura estrema nel preparare i campioni e i materiali, così come nel realizzare le fotografie. Fece quasi tutto il suo lavoro con le proprie mani. Allo stesso tempo, si dimostrò un ammirabile direttore di un gruppo di ricerca ed ispirò coloro che lavorarono con lei a raggiungere alti livelli. La sua devozione alla ricerca si mostrò anche negli ultimi mesi della sua vita. Sebbene prostrata da una malattia che sapeva essere fatale, continuò a lavorare fino alla fine. La sua prematura scomparsa è una grave perdita per la scienza.”
CHIARA
Riferimenti
[1] J. D. Watson, “La doppia elica”, Garzanti Elefanti, 1968.
[2] B. Maddox, “Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna”, Le Scie Mondadori, 2002.
[3] J. D. Watson, F. H. C. Crick,, Proceeding of the Royal Society, serie A 223, 1954, 80.
[4] J. D. Watson, F. H. C. Crick, Nature, 1953, 171, 737.
[5] M. H. F. Wilkins, A. R. Stokes, H. R. Wilson, Nature, 1953, 171, 738.
[6] R. E. Farnklin, R. G. Gosling, Nature, 1953, 171, 740.
[7] J. D. Bernal, Nature, 1958, 182, 154.

