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I segreti del Nettuno

La statua del Nettuno di Bologna, riccioluto e possente nella sua figura, si staglia all’interno del panorama cittadino come un Gigante, il cui profilo spicca riconoscibile tra i palazzi e le torri, quale simbolo collettivamente riconosciuto di una delle più belle città italiane.

L’aspetto imponente che il Giambologna, noto scultore fiorentino di origini fiamminghe, volle imprimere al Nettuno ha tratto in inganno per secoli lo spettatore pensando che mai una statua di così grande bellezza potesse subire un’offesa dal tempo. Ma la materia è mutevole, quasi effimera nella sua costante trasformazione ed impotente alla volontà del divenire ed all’interazione con l’ambiente. La statuaria struttura infatti ha celato per lungo tempo vizi strutturali e di superficie che hanno reso necessario un lungo ed articolato intervento di restauro sul finire degli anni ’80 del secolo scorso. Tali problemi sono da relazionarsi in primo luogo al lavoro di fusione inesperto e grossolano che lo stesso Gianbologna dovette compiere, dopo essere stato piantato in asso dal suo fonditore di fiducia Zanobio Portigiani.

Infatti, non è forse noto che il lavoro dell’artista di opere bronzee monumentali è prettamente incentrato sull’ideazione dell’opera, mentre la realizzazione materica è spesso affidata ad un artigiano, conoscitore della materia e della tecnica.

Il problema strutturale si palesò fin dal principio. Pochi anni dopo la sua collocazione in cima al basamento in marmo della fontana, il Nettuno presentava fratturazioni e segni di cedimento in diversi punti. Numerosi restauri si susseguirono nel tempo ma furono sempre una sorta di soluzione temporanea.

La campagna diagnostica condotta nel 1982 ed alla base dell’ultimo intervento di restauro permise di identificare nella terra di fusione e nei ferri arrugginiti della struttura interna, il principale problema dei tensionamenti della statua.

Inoltre, le cattive condizioni di conservazione della superficie del Nettuno non sono solo da riferirsi all’interazione della lega metallica con l’atmosfera. I processi corrosivi che coinvolgono una superficie bronzea, infatti, portano alla formazione di composti stabili dal caratteristico colore blu-verde, che in taluni casi possono avere funzione protettiva se mantenuti nella loro integrità. Infatti, il metallo usato nelle leghe, può essere rintracciato in natura in combinazione con altri elementi e in forma di minerale, stato stabile caratterizzato da una bassa energia di sistema. L’estrazione del metallo nella forma elementare si presenta come un processo marcatamente endotermico ed associato alla trasformazione della materia ad uno stato instabile, quello elementare. In termini generali quindi, il processo di corrosione non è altro che un tentativo della materia di ritornare al suo stato originario più stabile, ricombinandosi in modo spontaneo con gli elementi presenti in atmosfera.

Nel caso del Nettuno, quindi, è stata soprattutto l’incuria dell’uomo e la mancata attuazione di interventi programmati di manutenzione a giocare un ruolo decisivo nel deterioramento dell’opera. In particolare, la presenza dell’acqua dell’impianto della fontana ai piedi del Nettuno ha determinato la deposizione di spesse patine di incrostazione di carbonato di calcio sugli elementi decorativi della fontana stessa a cui si sono aggiunte quelle dovute agli escrementi di piccione ed al particolato atmosferico.

Storia conservativa dell’opera

La storia del Nettuno, a cui si intrecciano i diversi interventi di restauro, è ricca di fascino e incomincia proprio nel 1566 quando il monumento, finito, fu consegnato alla città di Bologna. La statua necessitò fin da subito del riempimento di alcune lacune di fusione, che vennero prontamente colmate con dei tasselli di ottone. Mentre nei secoli della Controriforma si pensava di coprire con braghe di rame le nudità del dio greco che suscitavano nei passanti grande imbarazzo, la statua stava internamente subendo una processo di degrado causato dalla penetrazione dell’acqua attraverso la porosità della superficie. Nel 1604, la malsana abitudine di lavare ortaggi e panni nelle acque della vasca principale costrinse il Comune circondare la statua di una cancellata, di cui rimane oggi, testimone dell’opera, la vasca sud-est ai piedi dei gradini. Tale soluzione, adottata al fine di impedire l’otturazione delle tubature, non arrestò il processo di degrado della statua talché, attorno al 1700, circolavano voci preoccupate sulla sua salute. Nel 1762 l’intervento del Gandolfi ridiede stabilità alla struttura fortificando la gamba sinistra con una colata interna di una lega stagno-bismuto fino al ginocchio e sostituendo la tassellatura di ottone con una in piombo più resistente.

La statua sopravvisse alle due guerre circondata, per protezione dai bombardamenti, da una costruzione a fortezza di legno. Nel 1946 avvenne il penultimo restauro documentato ad opera del Bearzi, che vide principalmente un’opera di pulitura delle superfici, intaccate dal calcare e dalla corrosione atmosferica.

La storia ci porta dunque alla fine degli anni ’80 del novecento quando l’Associazione degli industriali bolognesi per la cultura pianificò insieme al Comune di Bologna un importante intervento di restauro. Questo fu strutturato in maniera organica, pianificando una serie di analisi non distruttive e micro distruttive al fine di aiutare gli operatori nella procedura di pulitura e nella risistemazione della fontana. Le analisi pre-intervento furono importantissime per capire lo stato di conservazione della statua, il metodo di formatura e la pianificazione del più corretto intervento di restauro.

Le indagini diagnostiche

L’impegnativa campagna diagnostica che coinvolse il Nettuno, fu focalizzata sull’analisi dei materiali impiegati, dei processi corrosivi e delle azioni conservative che coinvolsero la superficie bronzea nel corso degli anni.

Al fine di studiare e valutare la l’omogeneità della lega ed identificare così le aree che potessero essere soggette al campionamento, fu programmato ed applicato un approccio integrato di tecniche non distruttive quali: misura delle correnti indotte, emissione acustica, ultrasuoni ed analisi termografiche.

La possibilità di effettuare alcuni microprelievi, fu in primo luogo l’occasione per svolgere un’approfondita analisi chimica e metallografica del bronzo, che risultò essere costituito da lega binaria rame (84.3-90.9%) e stagno (13.7-7.9%), con presenza di bassi tenori di piombo (1.09-1.1%). Le osservazioni microstrutturali hanno permesso infine di riconoscere una struttura dendritica, tipica di un grezzo di fusione che non subì ulteriori processi termoplastici.

I tasselli applicati al termine del processo di fusione nei punti appoggio dell’armatura di sostegno, furono rintracciati in diverse zone dell’opera furono invece realizzati con una diversa lega di rame: l’ottone (rame e zinco).

Il colore del Nettuno spicca di una tonalità più scura rispetto alle altre statue bronzee del complesso. Le analisi in sezione trasversale hanno mostrato come una sottile pellicola nera ricopra i prodotti di corrosione, prevalentemente solfati di rame (brocantite). Le analisi in Pirolisi Gascromatografia-spettrometria di Massa (GC-MS), mirate alla caratterizzazione di tale pellicola, hanno rivelato la presenza di composti organici. Tale strato, molto probabilmente una vernice protettiva, si suppone fosse applicata dal Bearzi per garantire una protezione degli agenti atmosferici.

L’intervento di restauro

Le conoscenze acquisite attraverso lo studio preliminare sopradescritto, hanno permesso di condurre l’intervento di restauro con consapevolezza e rigore scientifico.

Fu un’opera maestosa e molto complessa durante le cui fasi furono molto partecipi anche i cittadini incuriositi. In primo luogo si realizzò infatti una struttura in legno in situ con due balconate da cui i cittadini potevano seguire tutte le fasi del restauro.

Il problema del Nettuno, come delineato dalle indagini diagnostiche, era quindi all’interno, dovuto alla presenza di residui di terra di fusione, ed all’esterno, dato dal deposito calcareo che, nel caso dei putti e delle arpie impediva la lettura dell’opera.

La prima fase del restauro consistette quindi nella pulitura, effettuata mediante microsabbiatura tramite impiego un piccolo compressore dotato di un serbatoio dove veniva riposto il materiale abrasivo costituito da sabbia miscelata con una polvere ottenuta dal torsolo del granoturco.

La pulitura mise in evidenza i difetti della statua e consentì di osservare e studiare la superficie metallica in modo estensivo localizzando quindi i tasselli realizzati in ottone, quelli che potevano essere rimossi per esplorare l’interno della scultura. In particolare, si identificò il tassello localizzato sulla zona inferiore della natica destra come più adeguato per rimuovere a terra di fusione e dei ferri attraverso un’endoscopia che non aveva precedenti. Tale metodologia fu infatti messa a punto , nel 1994, in occasione del restauro dei bronzi di Riace.

L’operazione condusse alla rimozione di quasi 4,5 quintali di materiale che vennero poi venduti in piccole boccettine, quali souvenir di un intervento memorabile.

Inoltre, le analisi chimiche della superficie del bronzo hanno diretto il restauro verso una conservazione della pellicola nera superficiale, ormai parte integrante dell’opera e della sua storia.

La tecnica di fusione

Le analisi e l’intervento di restauro permisero di far luce sulla tecnica esecutiva del Nettuno. In generale, le tecniche di fusione per la realizzazione di grandi statue bronzee sono due varianti del metodo della cera persa: diretto o indiretto. Il primo è impiegato se si vuole realizzare in metallo una figura a tuttotondo, cava all’interno. Essa consiste nel modellare la scultura in cera su un´anima di terra refrattaria; con tale procedimento il modello originale andrà perduto e non potrà essere ripetuto. Quasi contemporaneamente alla tecnica di fusione diretta si sviluppa la tecnica indiretta che permette di riprodurre un modello in cera partendo da un originale. In questo caso si ha il vantaggio di conservare l´originale per la realizzazione di altre copie. Il modello originale può essere di vari materiali quali bronzo, marmo, terracotta ma anche di materiali deperibili come la cera, il gesso, la creta, la cartapesta.

Nel caso dell’opera di Giambologna, il restauro ha messo in luce la grande difettosità dei getti che dipende dalla complessa tecnica impiegata dal Giambologna per preparare le forme di fusione dei grandi bronzi della fontana. In particolare, la tecnica impiegata rappresenta una via intermedia tra il metodo diretto e quello indiretto: ne è di seguito riportata una descrizione tratta dal capitolo scritto da Giovanni Morigi sul volume pubblicato in occasione del restauro.

La prima fase consistette nella realizzazione di un impronta in gesso del modello preparato in terra cruda, ottenuta formando un certo numero di tasselli che, una volta rimossi dal modello, vengono rivestiti internamente con una spessa foglia di creta preparata a parte. Nel frattempo si costruì l’anima di fusione intorno ad un’armatura di ferro, inserita in un basamento. Costruita l’anima di fusione, la si rinforza avvolgendola di filo di ferro. I tasselli di gesso liberati dalla sfoglia di creta vengono riposizionati intorno all’anima di fusione e, terminato il rivestimento, attraverso bocche praticate nella parte superiore della matrice si cola la cera.

Il modello di cera sarà poi liberato dai tasselli e apparirà rivestito da un reticolo di cordoncini a rilievo (bave) che si sono formati lungo le linee di giunzione dei tasselli. Una accurata rinettatura (cesellatura) dovrebbe eliminare questi ed altri difetti. Nel caso del Nettuno e di alcuni putti una rinettatura approssimativa ha fatto sì che queste bavette siano state riprodotte sul bronzo divenendo uno degli indizi della tenica usata.

La preparazione del modello prosegue con l’inserimento dei chiodi distanziatori, necessari a mantenere fissa la distanza tra l’anima di fusione ed il mantello esterno quando il disciogliersi della cera lascerà vuota questa intercapedine. Presumendo che le fasi successive fino al getto siano quelle consuete del metodo a cera persa ricominciamo a seguire l’operazione dopo la colata del bronzo nella forma.

Normalmente, dopo il getto, il bronzo viene rinettato, cesellato e vengono riparati i difetti di fusione, ma in questo caso sfortunatamente il lavoro non è stato eseguito con l’accuratezza dovuta e quindi non tutte le bavette a rilievo e neppure gli attacchi delle arie e dei getti sono stati completamente rinettati, mettendo così in luce la strada seguita dallo scultore e dal fonditore per preparare il modello definitivo in cera da seguire per la fusione”.

La storia conservativa della statua bolognese, divenne ed è tutt’ora simbolo delle potenzialità di un corretto approccio diagnostico e conservativo mirato alla conoscenza e tutela dei Beni Culturali.

Come riportato, se alcune problematiche che compromisero la stabilità dell’opera furono prettamente imputabili all’incuria dell’uomo nel tempo, lo studio riportò in luce (e oggi ricorda) la necessità di interventi di conservazione programmata, cioè opere di manutenzione ordinaria, più efficaci e meno costose di un’opera straordinaria, quale un restauro.

GEMME

Riferimenti

Tuttle J R, Storia dell’architettura italiana, (2001) Electa, pp.118-119

Morigi G, Il restauro dei bronzi della fontana del Nettuno di Giambologna, in: Il restauro del nettuno, la statua di gregorio XIIIe la sistemazione di piazza maggiore nel cinquecento, (1999) Minerva edizioni, pp. 119-122;

Marabelli M et al,Caratterizzazione dei prodotti di alterazione e della vernice nera dei bronzi della ‘Fontana del Nettuno’, OPD restauro, (1991) pp.57-62;

Chiavari, G. et al., Analytical pyrolysis as a tool for the characterization of organic substances in artistic and archaeolological objectsJournal of Analytical and Applied Pyrolysis20 (1991) 253-261;

http://sacrumluce.sns.it/mv/html/MON/MON_990023000000000/cap4_text.html;

Video RAI “Gli occhi del Gigante” 1991 (Premio speciale Media Save Art ’91)

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