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“Lo dice la tv!” …se Super Tele non è più solo un pallone…

In un’epoca come quella attuale, in cui i mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo di notevole importanza e si trovano spesso ad essere i portatori di quella che più o meno discutibilmente può definirsi verità, viene spontaneo interrogarsi sul meccanismo che ci avvicina ad essi, e sul processo comunicativo che lega le persone ai media.

Davanti al dubbio marzulliano relativo al processo di influenza tra noi e la tv, non possiamo certo sapere se è la realtà ad essere portata in televisione o se è invece quest’ultima ad influenzare i nostri comportamenti.

E’ la tv lo specchio dei nostri usi e costumi o siamo noi che ci adeguiamo al modello promosso a reti unificate?

Il media più incriminato e anche il più seguito resta sempre la televisione, da qui il titolo dell’articolo e anche l’attenzione un po’ più dedicata che ne deriverà.

Il tema della comunicazione e dei mezzi di comunicazione di massa è stato copiosamente trattato sia da un punto di vista sociologico sia da un punto di vista psicologico, non ci dimentichiamo Watzlawick (Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1967), Trad. it., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971) e i suoi studi sulla pragmatica della comunicazione, fondamentali per le analisi che ne sono derivate, ma oggi possiamo osservare una sfumatura in più.

Possiamo cominciare intanto con un appunto importante, relativo al concetto di introiezione.

Questo termine notoriamente tecnico vanta le sue origini in ambito psicoanalitico e psicodinamico, nel lontano 1909, quando S. Ferenczi lo coniò in simmetria al termine proiezione. Se il termine proiezione indicava il meccanismo attraverso il quale il soggetto allontana dal proprio Io gli impulsi diventati spiacevoli, l’introiezione rimandava invece al meccanismo attraverso il quale il soggetto cerca una soluzione ad eventi spiacevoli accogliendo nel proprio Io parti della realtà esterna che successivamente renderà oggetto di fantasie inconsce (Galimberti U., Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino, 1999).

La rielaborazione di Freud non si distaccò molto da quest’idea, se non in termini di accostamento a quello che lui definiva Principio del Piacere, poiché attraverso l’introiezione veniva modulata la soddisfazione dei bisogni (Freud S., (1925), Trad. it., La negazione, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978).

E’ molto importante, quindi, il legame tra introiezione e formazione del Super-Io per Freud. Tale legame si muove sullo scenario dell’identificazione, che Freud divide in primaria e secondaria. Dopo un’identificazione primaria, in cui il bambino non distingue sé da sua madre, è nell’identificazione secondaria che si crea il Super-Io, ossia dopo che il bambino ha distinto il Tu dall’Io, ma si identifica ancora con le figure genitoriali, sulla base delle quali si crea un’istanza psichica opposta all’Es, ossia proprio il Super-Io, che caratterizzerà la soggettività del bambino e che svolgerà, com’è noto, il compito di censore e giudice dei suoi comportamenti, soprattutto a livello inconscio (Galimberti, 1999).

E’ evidente che in questi termini identifichiamo nei primi anni di vita la nascita del Super-Io e anche la modulazione e sperimentazione del meccanismo introiettivo.

Ma dell’introiezione parlano anche i teorici e gli psicoterapeuti della Gestalt, il cui padre fu F. Perls. Esattamente come per Freud, anche per i gestaltici l’introiezione è una resistenza, ma può anche essere vista in maniera meno negativa, come una semplice modalità di entrare in relazione con l’altro da sé. Come se a modulare le scelte dell’individuo non ci fosse una spontanea e naturale attenzione ai suoi bisogni ma l’adesione a regole e preconcetti stabiliti proprio per evitare il dubbio e la scelta stessa. La relazione con l’altro da sé e la modulazione delle scelte dell’individuo stesso nel suo ambiente, possono essere ricondotte al concetto di ciclo di contatto, molto famoso in Gestalt ma non eccessivamente utile in questo contesto. Per chiarezza e coerenza con l’argomento, possiamo dire che il ciclo di contatto risulta essere esaurientemente spiegato se lo si riconduce all’atto del mangiare. Lo stesso Perls, parla di “metabolismo mentale” (Perls F., (1969), Trad. it., L’Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano, 1995 p.115) per effettuare appunto un parallelismo tra il cibo e l’ambiente esterno in generale. Ma soprattutto per parlare quasi in tono metaforico del modo che ciascun individuo ha di mordere e masticare il cibo.

Infatti, nello stesso modo in cui si nutre (ossia ingoiando cibi liquidi dapprima provenienti direttamente dal seno materno, poi dalla stessa madre forniti man mano in pezzi sempre più masticabili), fin dalla primissima età l’individuo comincia ad assimilare l’ambiente indiscriminatamente, ingoiando tutte le regole provenienti dall’ambiente esterno. E’ con la crescita, e quindi anche col mettere i denti, e con l’affinazione dei gesti che l’individuo può iniziare a consumare un pasto in maniera indipendente a livello motorio e soprattutto masticare il cibo. Il bambino comincia a rivolgersi all’ambiente, e nel suo mordere si osserva la sua attività nella relazione con l’ambiente. Il morso e la successiva masticazione sono il susseguirsi di azioni attraverso cui il soggetto entra in contatto con l’ambiente, e fa proprie alcune parti dello stesso.

In un parallellismo, se il cibo è l’ambiente esterno, se i denti sono la modalità di andare verso l’ambiente –si consideri che il termine aggressività deriva dal latino ad-gredi, ossia andare verso (Ginger, 2004) – e se la fame è anche quella della persona, che conduce l’individuo ad un nutrimento anche e soprattutto intellettuale (Perls, 1995), allora l’introiezione avrà una sua chiara e netta spiegazione in termini gestaltici.

Così, il concetto di Super- Io freudiano si ripresenterà sotto altre spoglie come l’insieme degli introietti –ossia “atteggiamenti, modi di agire, di sentire e valutare, non digeriti” (Perls F., (1973), Trad. it., L’ approccio della Gestalt e Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977 p.40) – provenienti dalla famiglia del soggetto, o dagli ambienti a lui familiari, che ne determineranno le scelte in maniera radicale.

Parimenti gli introietti delineeranno la soggettività dell’individuo e costituiranno la sua modalità di rivolgersi al mondo esterno, i suoi denti.

Ora, che legame può esserci tra queste elucubrazioni e i media?

Anche senza fornirne una precisa definizione, oggi è facilmente comprensibile il significato del termine mass media, ossia mezzo di comunicazione di massa. A questi vanno fatti corrispondere i mezzi di diffusione delle informazioni e della conoscenza, che oggi si osservano tradursi nella radio, nella carta stampata, e nella televisione, senza trascurare ovviamente la più moderna ed estesa comunità virtuale, che alberga nel mondo di internet.

Per quanto anche quest’ultimo mezzo di comunicazione possa essere spunto di numerose riflessioni soprattutto dal punto di vista psicologico e possa subire un cronologico e lungo processo, si ritiene più interessante porre l’accento sull’importanza educativa e comunicativa di mezzi di comunicazione di massa come la televisione.

Intanto perché, come dispensatrici di depersonalizzazione e solitudine, la Rete e la tv non sembrano essere così tanto in disparità, e poi perché è inevitabile rendersi conto di quanto il pacchetto delle informazioni trasmesse via tv sia molto più preconfezionato di quello fornito dal web.

I programmi televisivi spesso sembrano rivestire il ruolo del biberon contenente cibo liquido per il bambino che deve nutrirsi, forse perché l’intrattenimento spesso ricorda l’antico carattere greco di coinvolgimento catartico del pubblico, che si purifica vedendo i propri contenuti deplorevoli fuori da sé (Pellai A., Il (nuovo) bambino che addomesticò il televisore, FrancoAngeli, Milano, 1996). Ma forse anche perché la richiesta del pubblico si è ormai adattata a determinati canoni.

Non è, in ogni caso, interesse di questo lavoro fare il processo al mezzo televisivo, quanto piuttosto sottolineare come il processo introiettivo possa colpire chi ne è spettatore.

In linea con un pensiero venditore di qualsivoglia servizio, la televisione cerca di accontentare i gusti dello spettatore, delineando le proprie caratteristiche sulla base di ciò di cui egli ha bisogno. Che si tratti di un telegiornale senza troppa sofferenza ma con molto sangue, di una generica baby sitter per i bambini, di un poliziesco dove il cattivo viene punito, di uno spettacolo domenicale leggero o di un documentario noioso, la diffusa scatola offre a grandi linee un prodotto vendibile, un prodotto che piace e che garantisce continuità ad entrambi.

Ma è proprio questa condizione che favorisce il verificarsi del processo introiettivo, una condizione in cui il soggetto si sente soddisfatto, in un ambiente favorevole ai suoi bisogni e che gli infonde fiducia (Polster E., Polster M., (1973) Trad. it., Terapia della Gestalt Integrata, Giuffrè, Milano, 1986).

Quello che succede, in altri termini, è una catodica variante di ciò che si verifica in famiglia, nei primi anni di vita del soggetto, o anche in un qualsiasi gruppo in cui il soggetto si trova a vivere, che magari ha una notevole importanza morale o comunque psicologicamente molto forte. Ma si tratta anche di una continua e costante dimostrazione ed attuazione di un sistema di credenze, valori e norme a cui il soggetto assiste e che non confuta o mette in discussione, probabilmente proprio in relazione al sentimento di fiducia prima accennato, o anche in seguito al riadattamento dell’identità sociale del soggetto. Il soggetto si accontenta dell’aboutismo, del parlare “sulle cose” (Polster, Polster, 1986), di non entrare nel merito di ciò che gli viene proposto, di essere, nel vero senso della parola, spettatore. Così “l’introiezione […] allontana dall’esperienza stessa, lasciandoci aggrappati al mondo delle idee. […] da utile griglia per leggere il mondo, l’introiezione diventa un modo per allontanarci dall’esperienza diretta e ci detta una lettura a priori su noi stessi, dell’altro, del nostro rapporto con la realtà” (Menditto M., Realizzazione di sé e sicurezza interiore, Erikson, Trento, 2006 p. 214).

In effetti non esiste masticazione, nel guardare la televisione. Benché si tratti di uno strumento stimolante, non esiste, ovviamente, la possibilità di dialogare o confutare, e la tendenza a mordere un’informazione da essa trasmessa deve essere forte per consentire al soggetto di acchiappare quelle poche frasi e tradurle in discussione con chi, eventualmente, è accanto a lui. E questo processo di curiosità e d’ispirazione dovrebbe essere naturale, visto che “masticare è il prototipo del rendere il mondo assimilabile ai propri bisogni, dal momento che esso non è cominciato con tale scopo” (Polster, Polster, 1986, p. 71).

In chiusura, ascolterei una canzone (credo) casualmente gestaltica di recente edizione: http://www.youtube.com/watch?v=r32EEZ1fnyo

BARBARA


In un’epoca come quella attuale, in cui i mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo di notevole importanza e si trovano spesso ad essere i portatori di quella che più o meno discutibilmente può definirsi verità, viene spontaneo interrogarsi sul meccanismo che ci avvicina ad essi, e sul processo comunicativo che lega le persone ai media.

Davanti al dubbio marzulliano relativo al processo di influenza tra noi e la tv, non possiamo certo sapere se è la realtà ad essere portata in televisione o se è invece quest’ultima ad influenzare i nostri comportamenti.

E’ la tv lo specchio dei nostri usi e costumi o siamo noi che ci adeguiamo al modello promosso a reti unificate?

Il media più incriminato e anche il più seguito resta sempre la televisione, da qui il titolo dell’articolo e anche l’attenzione un po’ più dedicata che ne deriverà.

Il tema della comunicazione e dei mezzi di comunicazione di massa è stato copiosamente trattato sia da un punto di vista sociologico sia da un punto di vista psicologico, non ci dimentichiamo Watzlawick (Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1967), Trad. it., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971) e i suoi studi sulla pragmatica della comunicazione, fondamentali per le analisi che ne sono derivate, ma oggi possiamo osservare una sfumatura in più.

Possiamo cominciare intanto con un appunto importante, relativo al concetto di introiezione.

Questo termine notoriamente tecnico vanta le sue origini in ambito psicoanalitico e psicodinamico, nel lontano 1909, quando S. Ferenczi lo coniò in simmetria al termine proiezione. Se il termine proiezione indicava il meccanismo attraverso il quale il soggetto allontana dal proprio Io gli impulsi diventati spiacevoli, l’introiezione rimandava invece al meccanismo attraverso il quale il soggetto cerca una soluzione ad eventi spiacevoli accogliendo nel proprio Io parti della realtà esterna che successivamente renderà oggetto di fantasie inconsce (Galimberti U., Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino, 1999).

La rielaborazione di Freud non si distaccò molto da quest’idea, se non in termini di accostamento a quello che lui definiva Principio del Piacere, poiché attraverso l’introiezione veniva modulata la soddisfazione dei bisogni (Freud S., (1925), Trad. it., La negazione, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978).

E’ molto importante, quindi, il legame tra introiezione e formazione del Super-Io per Freud. Tale legame si muove sullo scenario dell’identificazione, che Freud divide in primaria e secondaria. Dopo un’identificazione primaria, in cui il bambino non distingue sé da sua madre, è nell’identificazione secondaria che si crea il Super-Io, ossia dopo che il bambino ha distinto il Tu dall’Io, ma si identifica ancora con le figure genitoriali, sulla base delle quali si crea un’istanza psichica opposta all’Es, ossia proprio il Super-Io, che caratterizzerà la soggettività del bambino e che svolgerà, com’è noto, il compito di censore e giudice dei suoi comportamenti, soprattutto a livello inconscio (Galimberti, 1999).

E’ evidente che in questi termini identifichiamo nei primi anni di vita la nascita del Super-Io e anche la modulazione e sperimentazione del meccanismo introiettivo.

Ma dell’introiezione parlano anche i teorici e gli psicoterapeuti della Gestalt, il cui padre fu F. Perls. Esattamente come per Freud, anche per i gestaltici l’introiezione è una resistenza, ma può anche essere vista in maniera meno negativa, come una semplice modalità di entrare in relazione con l’altro da sé. Come se a modulare le scelte dell’individuo non ci fosse una spontanea e naturale attenzione ai suoi bisogni ma l’adesione a regole e preconcetti stabiliti proprio per evitare il dubbio e la scelta stessa. La relazione con l’altro da sé e la modulazione delle scelte dell’individuo stesso nel suo ambiente, possono essere ricondotte al concetto di ciclo di contatto, molto famoso in Gestalt ma non eccessivamente utile in questo contesto. Per chiarezza e coerenza con l’argomento, possiamo dire che il ciclo di contatto risulta essere esaurientemente spiegato se lo si riconduce all’atto del mangiare. Lo stesso Perls, parla di “metabolismo mentale” (Perls F., (1969), Trad. it., L’Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano, 1995 p.115) per effettuare appunto un parallelismo tra il cibo e l’ambiente esterno in generale. Ma soprattutto per parlare quasi in tono metaforico del modo che ciascun individuo ha di mordere e masticare il cibo.

Infatti, nello stesso modo in cui si nutre (ossia ingoiando cibi liquidi dapprima provenienti direttamente dal seno materno, poi dalla stessa madre forniti man mano in pezzi sempre più masticabili), fin dalla primissima età l’individuo comincia ad assimilare l’ambiente indiscriminatamente, ingoiando tutte le regole provenienti dall’ambiente esterno. E’ con la crescita, e quindi anche col mettere i denti, e con l’affinazione dei gesti che l’individuo può iniziare a consumare un pasto in maniera indipendente a livello motorio e soprattutto masticare il cibo. Il bambino comincia a rivolgersi all’ambiente, e nel suo mordere si osserva la sua attività nella relazione con l’ambiente. Il morso e la successiva masticazione sono il susseguirsi di azioni attraverso cui il soggetto entra in contatto con l’ambiente, e fa proprie alcune parti dello stesso.

In un parallellismo, se il cibo è l’ambiente esterno, se i denti sono la modalità di andare verso l’ambiente –si consideri che il termine aggressività deriva dal latino ad-gredi, ossia andare verso (Ginger, 2004) – e se la fame è anche quella della persona, che conduce l’individuo ad un nutrimento anche e soprattutto intellettuale (Perls, 1995), allora l’introiezione avrà una sua chiara e netta spiegazione in termini gestaltici.

Così, il concetto di Super- Io freudiano si ripresenterà sotto altre spoglie come l’insieme degli introietti –ossia “atteggiamenti, modi di agire, di sentire e valutare, non digeriti” (Perls F., (1973), Trad. it., L’ approccio della Gestalt e Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977 p.40) – provenienti dalla famiglia del soggetto, o dagli ambienti a lui familiari, che ne determineranno le scelte in maniera radicale.

Parimenti gli introietti delineeranno la soggettività dell’individuo e costituiranno la sua modalità di rivolgersi al mondo esterno, i suoi denti.

Ora, che legame può esserci tra queste elucubrazioni e i media?

Anche senza fornirne una precisa definizione, oggi è facilmente comprensibile il significato del termine mass media, ossia mezzo di comunicazione di massa. A questi vanno fatti corrispondere i mezzi di diffusione delle informazioni e della conoscenza, che oggi si osservano tradursi nella radio, nella carta stampata, e nella televisione, senza trascurare ovviamente la più moderna ed estesa comunità virtuale, che alberga nel mondo di internet.

Per quanto anche quest’ultimo mezzo di comunicazione possa essere spunto di numerose riflessioni soprattutto dal punto di vista psicologico e possa subire un cronologico e lungo processo, si ritiene più interessante porre l’accento sull’importanza educativa e comunicativa di mezzi di comunicazione di massa come la televisione.

Intanto perché, come dispensatrici di depersonalizzazione e solitudine, la Rete e la tv non sembrano essere così tanto in disparità, e poi perché è inevitabile rendersi conto di quanto il pacchetto delle informazioni trasmesse via tv sia molto più preconfezionato di quello fornito dal web.

I programmi televisivi spesso sembrano rivestire il ruolo del biberon contenente cibo liquido per il bambino che deve nutrirsi, forse perché l’intrattenimento spesso ricorda l’antico carattere greco di coinvolgimento catartico del pubblico, che si purifica vedendo i propri contenuti deplorevoli fuori da sé (Pellai A., Il (nuovo) bambino che addomesticò il televisore, FrancoAngeli, Milano, 1996). Ma forse anche perché la richiesta del pubblico si è ormai adattata a determinati canoni.

Non è, in ogni caso, interesse di questo lavoro fare il processo al mezzo televisivo, quanto piuttosto sottolineare come il processo introiettivo possa colpire chi ne è spettatore.

In linea con un pensiero venditore di qualsivoglia servizio, la televisione cerca di accontentare i gusti dello spettatore, delineando le proprie caratteristiche sulla base di ciò di cui egli ha bisogno. Che si tratti di un telegiornale senza troppa sofferenza ma con molto sangue, di una generica baby sitter per i bambini, di un poliziesco dove il cattivo viene punito, di uno spettacolo domenicale leggero o di un documentario noioso, la diffusa scatola offre a grandi linee un prodotto vendibile, un prodotto che piace e che garantisce continuità ad entrambi.

Ma è proprio questa condizione che favorisce il verificarsi del processo introiettivo, una condizione in cui il soggetto si sente soddisfatto, in un ambiente favorevole ai suoi bisogni e che gli infonde fiducia (Polster E., Polster M., (1973) Trad. it., Terapia della Gestalt Integrata, Giuffrè, Milano, 1986).

Quello che succede, in altri termini, è una catodica variante di ciò che si verifica in famiglia, nei primi anni di vita del soggetto, o anche in un qualsiasi gruppo in cui il soggetto si trova a vivere, che magari ha una notevole importanza morale o comunque psicologicamente molto forte. Ma si tratta anche di una continua e costante dimostrazione ed attuazione di un sistema di credenze, valori e norme a cui il soggetto assiste e che non confuta o mette in discussione, probabilmente proprio in relazione al sentimento di fiducia prima accennato, o anche in seguito al riadattamento dell’identità sociale del soggetto. Il soggetto si accontenta dell’aboutismo, del parlare “sulle cose” (Polster, Polster, 1986), di non entrare nel merito di ciò che gli viene proposto, di essere, nel vero senso della parola, spettatore. Così “l’introiezione […] allontana dall’esperienza stessa, lasciandoci aggrappati al mondo delle idee. […] da utile griglia per leggere il mondo, l’introiezione diventa un modo per allontanarci dall’esperienza diretta e ci detta una lettura a priori su noi stessi, dell’altro, del nostro rapporto con la realtà” (Menditto M., Realizzazione di sé e sicurezza interiore, Erikson, Trento, 2006 p. 214).

In effetti non esiste masticazione, nel guardare la televisione. Benché si tratti di uno strumento stimolante, non esiste, ovviamente, la possibilità di dialogare o confutare, e la tendenza a mordere un’informazione da essa trasmessa deve essere forte per consentire al soggetto di acchiappare quelle poche frasi e tradurle in discussione con chi, eventualmente, è accanto a lui. E questo processo di curiosità e d’ispirazione dovrebbe essere naturale, visto che “masticare è il prototipo del rendere il mondo assimilabile ai propri bisogni, dal momento che esso non è cominciato con tale scopo” (Polster, Polster, 1986, p. 71).

In chiusura, ascolterei una canzone (credo) casualmente gestaltica di recente edizione: http://www.youtube.com/watch?v=r32EEZ1fnyo

BARBARA

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