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Bad Science, ovvero come vaccinarsi dalle balle di ciarlatani e multinazionali

In questi ultimi anni abbiamo assistito al diffondersi allarmante di teorie e discipline mediche parallele o in netta contrapposizione alla medicina tradizionale. Per rimanere entro i confini nazionali, una delle ultime trasmissioni ad essersi occupata di medicina alternativa è stata “mi manda rai tre”. Durante la puntata del 5 Maggio, nello studio della trasmissione era presente l’Onorevole Scilipoti – prima Idv ora nel gruppo dei Responsabili – in qualità di medico (e agopuntore) per discutere il caso di Manuela Trevisan,  donna di 46 anni morta nel 2008 a causa di un linfoma e curata secondo i principi della “nuova medicina Germanica” sotto la supervisione di  Danilo Toneguzzi, psichiatra di professione. Per chi volesse assistere allo show a cui ha dato vita Scilipoti, digitate il nome dell’onorevole su qualche motore di ricerca. Per adesso basti sapere che Ryke Geerd Hamer  è il fondatore di questa scuola ed è attualmente ricercato in molti stati europei.

Quasi tutti hanno un amico o conoscono qualcuno che per una ragione o per un’altra ha scelto di curare i propri mali servendosi di terapie alternative, come la naturopatia o l’omeopatia. Ma quanti tra questi possono dirsi sicuri che le cure derivanti da queste discipline mediche producano effetti positivi sulla nostra salute? E quanti tra coloro che invece ricorrono a medici e farmaci  “tradizionali” si pongono la stessa domanda?

Spiegare le regole a cui devono attenersi gli studi clinici per accertare l’efficacia di un nuovo farmaco può sembrare un’impresa ardua per chiunque, ma non per Ben Goldrace, l’autore di “La Cattiva Scienza” (titolo originale “Bad Science”) pubblicato nel 2008 e distribuito in Italia dalla Mondadori. La lettura di questo libro rappresenta a tutti gli effetti un vaccino contro le promesse di guarigione della medicina alternativa, ma anche contro i falsi dogmi delle medicine tradizionali. Chi si aspetti che il libro abbia come bersaglio preferenziale lo smantellamento delle categorie di omeopati e nutrizionisiti infatti rimarrà deluso. L’obiettivo principale del libro è quello di infondere consapevolezza nel lettore e metterlo in guardia dalle bugie profuse dai canali pubblicitari in merito alla nostra salute. L’autore si muove con ironia tra bufale mediatiche sgonfiate ed epidemie preannunciate ma mai verificatesi, il tutto condito da paragoni calzanti e irriverenti che donano al libro una vena sarcastica affatto sgradevole. Per chi non mastica la scienza, muoversi attraverso le righe di Goldacre non sarà un problema. Volete un esempio?

Nel libro viene illustrata in maniera dettagliata la preparazione delle rinomate pillole omeopatiche. Per chi non lo sapesse, le pillole omeopatiche vengono preparate a diverse concentrazioni (o diluizioni del principio attivo). Ad esempio, una pillola a diluizione 30 C è una pillola preparata diluendo il principio attivo 100 30 volte, che per essere precisi è un 10 seguito da 59 zeri. Immaginate adesso di prendere 500 milligrammi di paracetamolo (formato commerciale tipico per questa sostanza), farmaco ad azione analgesica (sopprime lievemente il dolore ma non la sua causa) e antipiretica (aiuta l’organismo a regolare la temperatura corporea a valori normali) diluendolo in 100 volte 500 milligrammi, ovvero in 50 g d’acqua, che sono nello specifico 50 millilitri. Adesso prendete 1 millilitro di questa soluzione e diluitela in 100 millilitri d’acqua. Ripetete l’operazione 28 volte e avrete la vostra soluzione pronta per essere smerciata. A questo punto vi starete chiedendo: ma ci sarà ancora del principio attivo nella mia pillolina 30 C? Per rispondere a questa domanda basta fare 2 calcoli. Innanzitutto, quanta acqua serve per preparare direttamente una soluzione 30 C a partire da 500 mg di paracetamolo? Basta moltiplicare 500 x 100 elevato alla 30. Il risultato è 5 x 10 44 km cubici di acqua, che per avere un idea della dimensione di quest’oggetto, è circa 4,32 x 10 32 volte il volume della terra. Per fare in modo di assumere almeno una molecola di principio attivo, dovremo dunque consumare un volume d’acqua zuccherata pari a 216 miliardi di volte il volume del nostro pianeta (chissà che file fuori le toilette pubbliche, per non parlare del diabete!). Ma non è tutto. Goldrace ci informa anche dell’esistenza di preparati a soluzioni ancora più alte, fino a 200 C. Insomma, per assumere una sola molecola di principio attivo bisogna essere veramente fortunati.

Allora immaginate una situazione ipotetica in cui un vostro caro amico, decida di fare ricorso all’omeopatia nel tentativo di liberarsi di un raffreddore da cui non riesce a guarire. Immaginate a questo punto lo stesso amico ad assumere pasticche molto piccole e zuccherose (ed in quantità gargantuesche) per una settimana. Dopo avere continuamente assunto pasticche per mesi e mesi,  il nostro amico si sentirà molto meglio e comincerà a sproloquiare sugli effetti benefici dell’omeopatia e della medicina alternativa.  Questa, ai loro occhi diverrà una medicina complementare, e ve lo diranno  ogni volta che verranno attaccati da ogni specie di virus o batterio. Nessun male diverrà incurabile per loro, perché crederanno di aver scoperto la “medicina buona” che li trarrà in salvo dalle “medicine cattive” che costano tanto e che sono prodotte dalle maledette multinazionali! Ma non temete, tutto ciò  avrà fine per una semplice appendicite. Perché? Semplice, perché quando si troveranno ad affrontare un male ben più “acuto” di una tosse o di una leggera infiammazione per cui la medicina tradizionale ha trovato una “cura definitiva” non penseranno ad assumere una pillola di zucchero ma, nel caso specifico, ad una appendicectomia!

La parte centrale e più interessante del libro è quella relativa agli studi di nuove molecole da usare come farmaci per curare le più svariate malattie.

Nel capitolo “La medicina tradizionale è malvagia?” l’autore ci fornisce un decalogo contenente tutti i trucchi utilizzati dai ricercatori medici per adulterare i dati e fare in modo di ottenere il risultato desiderato. Tutto ruota intorno alla metodologia. Gli studi clinici devono essere il più possibile rigorosi  definendo con precisione le e metodologie adottate, altrimenti è facile cambiare le carte in tavola. Un articolo molto utile da questo punto di vita è quello scritto nel 2005 da John P. A. Ioannidis e che potete scaricare gratuitamente dal sito della rivista Plos Medicine [1]. Nello specifica, Ioannidis ci informa che:

In campo scientifico, in linea generale, vale quanto segue:

1) Più piccolo è lo studio, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
2) Più piccolo è l’effetto  in esame (ad es. un emicrania invece di un tumore), più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
3) Più grande è il numero e minore è la selezione delle relazioni (di efficacia),più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
4) Più grande è la flessibilità dello studio nel dare definizioni, nei risultati e nei metodi analitici, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
5) Più sono grandi gli interessi economici e non e i pregiudizi, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
6) Più un argomento di ricerca va di moda (it’s hot), con più team di ricerca coinvolti, più è improbabile che i risultati delle ricerche in questione siano affidabili.

Una delle cose più interessanti da conoscere è come possono i medici affermare l’efficacia di un farmaco rispetto ad una pillola omeopatica. Per condurre questo tipo di esperimento si usa un “placebo” su di un gruppo di pazienti (che ignorano di aver assunto del semplice zucchero) e la nostra nuova pillolina su un altro gruppo (che a loro volta potrebbero credere di essere  il gruppo del placebo). Questa metodologia viene detta “con singolo cieco”, dove i dottori sanno quali sono i pazienti che hanno realmente assunto il farmaco e quali no, mentre questi ultimi invece sono all’oscuro di tutto. Se anche i medici stessi non sanno a quali pazienti è stato somministrato il farmaco e a quali no, allora il metodo viene detto a “doppio cieco”. I pazienti vengono monitorati e i risultati analizzati per vedere se nel gruppo dei pazienti che hanno assunto il nuovo farmaco ci siano stati miglioramenti “significativi” rispetto al controllo.

Adesso penserete: ma cosa vuol dire la parola “significativi”? Un farmaco o mi fa guarire o no, quindi il gruppo del placebo dovrà sentirsi nello stesso modo o peggio rispetto all’inizio dello studio, mentre gli altri pazienti dovranno sentirsi meglio. In linea di massima dovrebbe succedere questo, ma ciò non è sempre vero perché anche il gruppo del placebo potrà sentirsi meglio proprio a causa dell’omonimo effetto. La mente umana è molto potente, e credere di aver assunto un farmaco quando invece si è ingoiata una pillola di zucchero a volte può farci sentire meglio se noi crediamo che ingioiarla porterà a dei giovamenti per la nostra salute. L’effetto placebo però è ancor più complicato. Se un paziente ingerisce 2 pillole di zucchero al giorno mentre ad un altro ne vengono somministrate 4, l’effetto placebo su quest’ultimo darà un giovamento più grande [2] Sembra incredibile, ma anche il colore delle pillole che ingeriamo può sortire un qualche tipo di effetto [3].

Tuttavia, i test clinici sui farmaci tradizionali effettuati oggigiorno non  prendono come controllo gruppi trattati con un placebo ma gruppi curati con il miglior farmaco disponibile per quella malattia (in alcuni studi recenti il placebo è ancora utilizzato, ma per motivi etici queste ricerche non vengono viste di buon occhio). Ed anche in questi casi i ricercatori sembrano truccare i loro dati, come suggerito da numerose “meta-analisi” pubblicate dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi [1,4]. Per essere significativo, un test deve essere condotto seguendo attentamente le regole in maniera meticolosa se non maniacale. Purtroppo, ciò potrebbe portare a risultati negativi per i nuovi farmaci che si vogliono commercializzare e ciò, per il ricercatore, si traduce in scarsi riconoscimenti per il lavoro svolto. È per questo che in letteratura, la stragrande maggioranza delle ricerche pubblicate in campo medico, e incentrate sulle nuove terapie, riportatno risultati positivi [1,4]. Questo d’altro canto è un “bias” – un condizionamento – da cui non sono esenti gli studi clinici sulle terapie “alternative”. Infatti, ci ricorda Goldrace citando uno studio [5], che solo l’1% di tutte le ricerche pubblicate nel 1995 su riviste di medicina alternativa riportano un risultato negativo. Decisamente pochine. Questo perchè gli studi in cui le terapie testate non hanno effetto (o sortiscono un effetto minore rispetto ai farmaci già commercializzati) non sono destinati a fare scalpore nel mondo scientifico e, a meno che non si tratti di smentire l’efficacia di una farmaco venduto fino ad oggi, non verranno pubblicati su Nature o Science. Malgrado ciò, i ricercatori sanno che tali studi sono importanti perché informano la comunità scientifica che quella determinata cura o terapia o qualsiasi cosa essa sia “NON” funziona, il che non è poco.

L’ultima parte di Scienza Cattiva è dedicata a delucidare i meccanismi che ingenerano nelle comunità i cosiddetti  “allarmi sanitari”. Trattandosi di casi perlopiù famosi in Inghilterra, questa parte del libro risulta meno coinvolgente, anche se antropologicamente interessante.

Per concludere, Bad Science più che un vaccino contro le bugie di terapisti alternativi e multinazionali incarognite, è un richiamo verso il lettore affinché prenda coscienza dei meccanismi utilizzati da questi speculatori della malattia per fare business sulla salute altrui, ci rende consapevoli dell’esistenza di una medicina “malvagia” perchè quotata in borsa e ci mette in guardia da essa; ci fornisce gli strumenti necessari per capire che non serve abboffarsi di antiossidanti per prevenire il cancro e che in molti casi, per godere di una buona salute, basta seguire il buon senso nella vita di tutti i giorni. Se volete saperne di più, andate su http://www.badscience.net/ e non ve ne pentirete.

 

Alessio

[1] John P. A. Ioannidis, PLoS Medicine, 2005, 2 (8), 696-701

[2] D.E. Moerman, Medical Anthropology Quarterly, 1983, 14 (4), 3-16.

[3] B. Blackwell et al., Lancet, 1972, 1 (7763), 1279-1282.

[4] A. Vickers et al. , Controlled Clinical Trials, 1998, 19 (2), 159-166

[5] K. Schmidt et al.,  British Medical Journal, 2001, 323 (7320), 1071

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