Chi la dura la vince. Prodezze del maratoneta che è in ognuno di noi (ma che non sapevamo di avere)
Recensione di “Born to Run” (C. Mc Dougal, 2009)
Otto su dieci. Non è il numero delle dita dei piedi di cui non conoscete il nome specifico (supposto che ve ne sia uno, come per gli alluci), ma quello dei corridori che ogni anno ricorrono ad ortopedici, chiropratici, farmacisti (il Lasonil non c’è mai in casa quando serve) e congelatori (borsa del ghiaccio a parte, la Zuppa del Casale rimane ancora il miglior amico del contuso). Infilare cuscinetti di aria o gelatina non è servito a ridurre la conta degli accidentati. Idem per i pistoni, le suole microforate per l’assorbimento degli urti e via brevettando. Nonostante il fiammante look hi-tech delle calzature sportive attualmente sul mercato, l’esercito dei claudicanti non ha subito grosse defezioni.
Eppure continuiamo a correre: per rientrare in quel meraviglioso paio di jeans, per fare le scale di casa senza avere il fiatone, per evitare di strangolare il nostro capoufficio. Quando pensiamo alla corsa, ci saltano in mente guerrieri Navajo dalla falcata leggera e veloce, stalloni dalle chiome al vento, ghepardi che saettano nella savana senza quasi toccare terra. Raramente immaginiamo il nostro corpo caracollante, quella grottesca andatura da Quasimodo lanciato al galoppo, il viso rubicondo e accaldato, la gola riarsa, il cuore sul punto di consegnarsi alle fredde piastre di un defibrillatore. Eppure molti di noi serbano memorie della loro infanzia da creature guizzanti, alte un soldo di cacio (lascio a voi la conversione in centimetri), capaci di dileguarsi all’instante appena comincia la conta per il nascondino, oppure al suono di un vetro in frantumi. E ancora oggi a volte ci riscopriamo disinvolti centometristi se il nostro autobus è appena partito. La corsa non la si apprende, né la si dimentica. Ma allora perché, quando ne facciamo uno sport – quello che affrontiamo con l’impettita sicurezza del primo giro, dentro la nostra sgargiante divisa da jogger, due volte alla settimana per tutta l’estate (ehm, per sette giorni se tutto va bene) – la corsa si tramuta all’improvviso in una sfida titanica? Se siamo davvero nati per correre, come mai tutta quest’agonia?
Il popolo dei Forrest Gump
I Tarahumara sono una popolazione messicana, che vive tra le fenditure boschive del Copper Canyon (nella regione Chihuahua) da più di sette secoli, senza aver mai conosciuto la spada e la croce dei conquistadores. Cinquantamila anime, che trascorrono la loro esistenza vivendo in cave rocciose, nutrendosi prevalentemente di mais e fagioli, e sorseggiando allegramente birra di granoturco e lechuquilla (una tequila ottenuta dalla fermentazione di carcasse di serpenti a sonagli e succo di cactus): niente stratificazione sociale, niente commercio, niente specializzazione dei mestieri e niente tecnologia (esclusa una rudimentale produzione di artefatti litici). Come hanno fatto allora a salvarsi dall’invasore che annientò imperi colossali come quello azteco? Semplice, scappando. Per questo si chiamano Raramuri (le persone che corrono). Hanno solo fatto ciò che sapevano fare meglio, correre. Riescono a farlo per due giorni interi, coprendo distanze anche di 190 km – per comunicare con le tribù limitrofe, avventurarsi in lunghe battute di caccia, o anche nelle rarajipari (competizioni sportive cui prendono parte tutti gli individui del gruppo, in cui all’interminabile corsa avanti e dietro lungo una striscia di terra si aggiunge la difficoltà di portare avanti, calciandola, una piccola palla di legno). C’è solo un’attività a cui i Tarahumara si dedicano con la stessa assiduità con cui sfrecciano sulle pareti del Copper Canyon: sbronzarsi. Già, un terzo della loro giornata lo passano sorseggiando birra di mais e riprendendosi dalle bevute – con l’unica eccezione (alla regola alcolica) della chia fresca, un cocktail di semi dal potere nutrizionale molto elevato dissolti una sorta di limonata annacquata – una sorta di versione autoctona del nostro Energade. Dunque cosa abbiamo qui? Instancabili maratoneti con il vizio di alzare il gomito e – quasi dimenticavo – praticamente scalzi. Come sarebbe a dire? Doti podistiche eccezionali senza il bisogno di beveroni carichi di elettroliti o calzature con tre strati di aria compressa? Qui c’è qualcosa che non va. Il problema è capire se in noi o in loro.
Nike Air vs Bare Foot
Intendiamoci: i Tarahumara non sono come Michael Johnson, corridori esplosivi capaci di andare dai 0 ai 35 km/h in pochi secondi. La loro virtù è la perseveranza. Sono i cosiddetti ultrarunner, una categoria podistica dove le consuete regole della corsa sembrano essere rovesciate (pag. 79): donne che recuperano il vantaggio guadagnato dalle più scattanti controparti maschili quando scocca la terza ora di maratona, anziani dalla falcata gagliarda come quella delle giovani leve proprio quando il tragitto comincia a farsi davvero lungo, e messicani in sandali che battono chiunque altro! Sono come il ceco Zatopek, sette volte medaglia d’oro nei cinquemila e diecimila metri (dal 1946 al 1956). Come Barefoot Ted, Caballo e la studentessa Jean (pag. 95) – personaggi che McDougall presenta con minuziosi dettagli nel libro come esempi di improvvisati corridori animati dal piacere viscerale e intrinseco del far mulinare le gambe per ore e ore. Non staremo qui a parlarne – si prestano più ad essere letti che raccontati. Torniamo alla faccenda del piede nudo, piuttosto.
Correre scalzi a prima vista sembra massacrante. Ogni volta che mi fiondo verso il citofono per rispondere al postino, ancora senza calzini, sento il rumore pesante dei miei passi sul freddo pavimento di marmo come se fossi il più sgraziato dei pachidermi. Eppure in quelle rare occasioni in cui mi concedo una corsa sulla battigia, il rinoceronte che è in me smette di percuotere violentemente il suolo e adotta in maniera del tutto automatica un’altra andatura. Fateci caso: dopo qualche minuto di corsa a piedi nudi, non sarà più il tallone a toccare la terra, bensì la punta – e appena dopo, in rapidissima sequenza, l’arco plantare laterale (la spessa fascia muscolare che corre lungo la parte esterna del piede), il tallone, e infine, seguendo la naturale concavità della pianta in una sorta di movimento circolare, di nuovo la punta su cui viene esercitata la spinta propulsiva. Piuttosto che scaricarsi interamente sul tallone, il peso viene distribuito su tutta la pianta (pag. 168), che offre una superficie più ampia per assorbire l’impatto, evitando così che la forza d’urto possa ripercuotersi interamente sulla caviglia e il ginocchio. Risultato: tendini e legamenti ringrazieranno. Ma c’è di più. Per quanto possa sembrarvi strano, più la suola delle vostre Nike all’avanguardia vi sembra soffice e confortevole, maggiore sarà la vostra probabilità di finire nel reparto di ortopedia, tant’è che il prezzo di una scarpa da corsa rappresenta la variabile più correlata (rispetto a frequenza della corsa, età e sesso del soggetto, abitudini alimentari, e peso) all’incidenza di danni conseguenti al jogging! Il perché è presto detto: istintivamente, quando poggiamo il piede a terra in corsa, cerchiamo stabilità – un punto sicuro sul quale poter esercitare pressione senza il rischio di cadere rovinosamente. E qui sta l’inghippo: se i meccanocettori “percepiscono” un materiale dalla consistenza morbida come la suola interna di una Nike manderanno un comando di ritorno al corpo affinché venga esercitata maggiore pressione per riacquisire equilibrio – ergo, la falcata si risolverà in una pesante martellata al suolo piuttosto che nella gentile pronazione tramite cui il nostro peso si ridistribuisce dalla fascia plantare esterna del piede a quella più interna (pag. 179). A peggiorare la situazione si aggiunge il fatto che l’arco plantare, rimanendo a lungo “decondizionato” (come si dice in gergo), cioè privo delle sollecitazioni meccaniche offerte dalla corsa a piedi nudi, come qualsiasi altro muscolo scarsamente utilizzato, va incontro ad una progressiva atrofia, rendendoci infine la corsa sui talloni quasi una scelta obbligata. Al contrario, se non avessimo il (paradossale) beneficio di un cuscinetto in gomma, dubito che saremmo così disinvolti nel fare del nostro tallone una piccozza, dato che le conseguenze non si farebbero di certo attendere! Quando Bowerman creò la sua prima suola in gomma fusa all’inizio degli anni Sessanta, ribattezzandola Cortex proprio come il conquistatore da cui fuggirono i Tarahumara, offrì inavvertitamente ai suoi entusiasti acquirenti un perverso incentivo ad accelerare la propria corsa, potendo finalmente allungare la falcata e atterrare sui propri ossuti talloni. Ma la spensieratezza nuova di zecca dell’intrepido jogger protetto dagli elastomeri, come abbiamo già detto, si paga in radiografie, pomate e fasciature (pag. 207). La (controintuitiva) morale della favola è che il tallone non dorme affatto sogni tranquilli su sette cuscini – meglio che la durezza del terreno percepita dal proprio piede scalzo convinca il jogger della domenica ad esercitare prudenza, piuttosto che fomentargli gli entusiasmi da Speedy Gonzales su (ingannevoli) piste di melassa. Insomma, nella corsa il nostro tallone d’Achille é il tallone d’Achille! Farne la base di appoggio del nostro corpo a 20 km/h non è né raccomandabile, né necessario – come possono testimoniarvi le perfomance sbalorditive di un felide della savana o di Oscar Pistorius.
Il cacciatore perseverante
Abbiamo parlato abbastanza di piedi per ora. Torniamo all’immagine dello stallone che sfreccia in una valle verde (la stessa in cui, secondo il mocassinato Kevin Costner) è così bello camminare. A parità di dispendio calorico, un uomo riuscirebbe a percorrere un tragitto più lungo di quel cavallo (pag. 222). Non solo: se quest’uomo, piuttosto che salirgli in groppa, decidesse di competere con l’equide in velocità, dapprima verrebbe umiliato dalla furia dell’ungulato, capace di staccarlo con un semplice trotto, ma col tempo sarebbe in grado di colmare il divario, tenendosi ad una distanza tale da costringere il cavallo ad uscire dalla propria “jogging zone” per darsi ad una galoppata (oltre i 4 m/s) metabolicamente dispendiosa – un ritmo che l’animale può sostenere solo per un limitato periodo di tempo prima di crollare al suolo, cosa che probabilmente sarebbe costretto a fare con un Tarahumara alle calcagna.
Immagino che molti di voi, come me, siano psicologicamente impreparati ad accettare l’idea che un uomo riesca a sfiancare la sua cavalcatura senza salirgli addosso e percuoterlo con il frustino. Lo sbigottimento è più che giustificato, se paragoniamo la velocità di scatto della creatura umana con quella di molti altri animali. E’ sul lungo periodo che le sorti cambiano a favore della nostra specie. Due sono i punti di forza che ci consentono di essere talentuosi corridori di resistenza (persistent runner). Anzitutto, la regola “un passo, un respiro” rigorosamente osservata nel mondo animale sembra non valere nel nostro caso: il nostro apparato respiratorio è anatomicamente e funzionalmente indipendente da quello locomotore. Mentre per una lepre propulsione (delle zampe posteriori) ed inspirazione (dell’aria nei polmoni) sono due processi inscindibili per il modo in cui il diaframma e i muscoli della cassa toracica sono connessi a quelli degli arti (pag. 216), al contrario l’essere umano ha piena libertà nel decidere il ritmo e la portata del proprio respiro, a prescindere dalla velocità della propria corsa (ed è per questo che possiamo calibrare la frequenza delle nostre boccate d’aria sulla musica del nostro l’iPod o anche dire al nostro collega di maratona che quel film dello scorso weekend faceva schifo). In secondo luogo, noi abbiamo qualcosa che gli altri animali (ma non i nostri consimili) ci invidiano: sudiamo. Il nostro corpo è coperto di ghiandole sudoripare, e al primo affaticamento un cocktail di acqua, ioni e urea sgorga dai nostri pori, sfruttando l’evaporazione per raffreddarci e tenere sotto controllo la temperatura. Provate a paragonare il sollievo del vostro corpo madido accarezzato da una brezza passeggera con l’affanno di un cane accaldato con la lingua penzoloni – il suo unico, modesto climatizzatore naturale. La nostra eccezionalità podistica salta fuori anche confrontandoci con i cugini quadrumani: a loro manca il piede arcuato del cui ruolo abbiamo già parlato, i grandi glutei che rappresentano una sorta di magazzino energetico, il legamento nucale utile a stabilizzare la testa nella corsa (effetto che viene amplificato dalla maggiore resistenza prodotta dalle notevoli dimensioni del cranio umano), e un numero similmente alto di tendini le cui proprietà elastiche li rendono alleati indispensabili nella corsa di resistenza. Stando ad una teoria avanzata dal biologo Daniel Lieberman, avremmo fatto mangiare la polvere persino ai Neandertal: la loro tozza corporatura e le fratture evidenziate in alcuni reperti fossili fanno pensare ad una caccia basata sull’imboscata, piuttosto che sulla corsa – un tipo di caccia ideale per gli ambienti riccamente boscosi dell’Europa Settentrionale, ma dimostratosi tragicamente inefficace con la fine dell’ultima glaciazione (circa 45.000 anni fa), che ha portato con sé temperature più alte e zone di pascolo con pochi alberi.
Ma quali evidenze abbiamo per supportare la teoria della caccia di resistenza? Anzitutto, un enigma paleoantropologico: le lance più antiche mai ritrovate sinora sono datate circa duecentomila anni fa, ma Homo sapiens ha fatto la sua comparsa circa due milioni di anni fa. Dunque, supposto che i nostri antenati siano dipesi anche dalla cacciagione, ciò significherebbe che per la maggior parte della nostra abbiamo catturato prede a mani nude! Ad avvalorare questa ipotesi ci pensano i Boscimani del Kalahari. Il loro metodo di caccia è piuttosto semplice: puntare una zebra e rincorrerla. Naturalmente, l’animale farà di tutto per far perdere le sue tracce confondendosi nella mandria, ma lascerà due indizi dietro di sé: orme e feci. Già, feci – perché solitamente è un buon trucco per un ruminante darsi alla fuga senza inutili zavorre. Se per noi gli escrementi di un animale sono qualcosa su cui non mettere i piedi, per i Boscimani sono, al contrario, i segni particolari della propria preda. Proprio come le nostre impronte digitali, anche gli escrementi conservano nel loro aspetto la forma delle anse e delle creste intestinali che distinguono ogni individuo l’uno dall’altro (prima che vi possa saltare in mente: no, non esistono commissariati di polizia in cui vi costringono a defecare su un foglio di riconoscimento). E’ con questi due indizi in pugno (ehm, in testa) che i Boscimani imparano come tracciare gli spostamenti della preda. Qui comincia il cosiddetto speculative hunting (pag. 235) – una sorta di caccia “offline” in cui il cacciatore prova a prevedere i futuri spostamenti dell’animale basandosi sul pattern di orme ed escrementi lasciati sul territorio. Ora, se richiamate alla memoria quel paragone tra uomo e cavallo descritto qualche paragrafo fa, e lo sfinimento in cui incorre l’animale costretto a superare la sua “jogging zone” nel tentativo di depistare il suo inseguitore, dovreste aver già risolto il puzzle. Puntare una zebra per giorni, nonostante i suoi tentativi di disperdersi tra i consimili, significa non darle letteralmente il tempo di riprendere fiato – e quindi, alla lunga, metterla a tappeto. So che l’immagine di magri maratoneti che giocano a fare i detective con i residui fecali di un animale non ispira gli stessi sentimenti di virilità dell’immagine di un gruppo di ominidi che brandiscono lance e urlano come indemoniato contro una mandria terrorizzata, ma può essere parimenti affascinante.
Ricapitolando, esistono elementi per avanzare l’intrigante ipotesi che ci siamo evoluti come corridori. Che la corsa, tuttavia, sia una attività facilmente sostituibile con più comode opzioni ora che non c’è più nessuna necessità di muovere le gambe per guadagnarsi una cena a base di arrosto di zebra è ahimè evidente. Ho appena scoperto, quasi per caso, che la Vibram ha messo sul mercato le Five Fingers – calzature minimaliste, prive di suola, che (come suggerisce il nome) permettono libertà di movimento ad ogni singolo dito. Segno che anche tra i produttori di scarpe da corsa s’è sparsa la notizia (e giustamente ne approfittano). Quello che manca per rimettersi in pista, a questo punto, è solo (come spesso accade) una buona dose di motivazione.
DENIS
