Climate COPs: accordi internazionali sul clima, loro risultati e paradossi

 

Nome in codice COP, un’abbreviazione semplice ed efficace di “Conference Of Parties”. Il suo nome completo però è United Nations Framework Convention on Climate Change  (UNFCCC).  Al di là della complicatezza dei termini si tratta della conferenza organizzata dalle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in cui i capi di Stato e di Governo e gli addetti ai lavori di tutto il mondo decidono come cercare di salvare le sorti climatiche del pianeta.

L’ultima COP, ormai arrivata alla sedicesima edizione e quindi chiamata per brevità COP16, si è tenuta a Cancun, in Messico, dal 29 novembre al   10 dicembre 2010.

In sostanza si è trattato di una sorta di “secondo tempo” della famosa conferenza di Copenaghen del 2009, molto attesa a livello mondiale ma in cui alla fine si concluse poco o niente. Il tema principale è stato anche quest’anno la discussione sul futuro del Protocollo di Kyoto, per la sesta volta al centro del dibattito di una conferenza di questo genere.

Per capire meglio significato e risultati raggiunti dalle COPs bisogna forse tornare indietro e ripercorrere l’evoluzione dei trattati internazionali in materia ambientale proprio a partire dal famosissimo protocollo di Kyoto.

Il protocollo di Kyoto è stato elaborato nel 1997 per essere il riferimento internazionale alla lotta contro il riscaldamento globale. Questo protocollo completava la convenzione delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici, adottata nel 1992 al summit di Rio de Janeiro. L’obbiettivo del protocollo era (ed è) quello di limitare le emissioni globali di gas a effetto serra fino al 2012 per far sì che al termine di questo periodo le emissioni si riducano di almeno il 5% rispetto a quelle del 1990, anno preso come punto di riferimento.

Le regole per l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto erano stringenti: era necessaria la partecipazione di 55 paesi, che rappresentassero il 55% delle emissioni mondiali di gas serra. La prima condizione è stata raggiunta nel maggio del 2002, quando l’Unione Europea al completo ha ratificato il protocollo. Solo nel 2004, con l’adesione della Russia, è stata raggiunta anche la percentuale in termini di emissioni per l’entrata in vigore del trattato, avvenuta dunque nel 2005.[1] Per abbassare il livello di emissioni sono delineate delle quote per ogni paese o per gruppi di paesi che hanno ratificato il protocollo. L’essenziale dello sforzo è commissionato ai paesi industrializzati e a quelli di economie in transizione dell’Europa dell’Est (inseriti tutti nell’Allegato B del protocollo stesso). I paesi in via di sviluppo (PVS) e i paesi emergenti sono invece dispensati dall’impegno di riduzione delle emissioni.

Nel trattato è stato dunque applicato il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate», apparso per la prima volta nella Conferenza di Rio del 1992, la quale ha posto le basi per lo sviluppo sostenibile e per tutte le successive conferenze in materia ambientale. Al principio numero 7 della Dichiarazione di Rio si afferma che : “[...] In considerazione del differente contributo al degrado ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull’ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono”[2].

Da qui il primo paradosso: la Cina e l’India, tra i più importanti emettitori di CO2, pur avendo firmato l’accordo sono sempre stati esenti dall’obbligo alla riduzione di emissioni.

La conferenza di Kyoto, anche denominata COP3, si è svolta nel 1997. Da quel momento i summit internazionali sul clima si sono tenuti con regolarità annuale. Ma quali progressi sono stati raggiunti durante le 13 conferenze che separano Kyoto da Cancun?

Per consentire la messa a punto dei dettagli operazionali per l’implementazione del protocollo di Kyoto era prevista la COP4 di Buenos Aires, ma le negoziazioni si sono invece succedute fino al 2001 con la COP7 di Marrakech. E poi ancora fino al 2005 con la COP11 di Montreal, la prima conferenza alla quale parteciparono tutte le parti firmatarie del protocollo di Kyoto. In questa sede venne redatto il Montreal Action Plan, un annuncio formale nel quale si proclama che gli sforzi sulla legislazione internazionale in campo climatico dovranno continuare anche dopo il 2012, data di scadenza del trattato di Kyoto.

In seguito, la Conferenza di Bali (COP13) fu la chiave per una definizione chiara di quali siano i punti principali da inserire all’interno di un nuovo trattato in campo ambientale. Questi punti sono per la precisione:

- mitigazione;

- adattamento;

- innovazione e trasferimento di tecnologie e investimenti.

La mitigazione si concentra sul ridurre al minimo i danni al clima e, mentre nel trattato di Kyoto si parla solo di riduzione delle emissioni, a Copenhagen e poi Cancun si volevano definire dei target anche per il consumo energetico e le energie rinnovabili.

L’adattamento è un processo nel quale si prendono in considerazione gli effetti dei cambiamenti climatici nelle politiche di sviluppo: sostanzialmente si tratta di un trasferimento di fondi ai paesi che saranno più toccati dagli sconvolgimenti climatici, in questo caso i PVS e specialmente le isole e gli atolli.

A Bali si convenne infine che l’unica soluzione a lungo termine al problema climatico era da ricercarsi nello sviluppo di tecnologie innovative e alternative per l’abbattimento delle emissioni di gas serra. Bisogna dunque incentivare la creazione di tecnologie «verdi» e, soprattutto, renderle disponibili su scala globale. Sono quindi previsti degli incentivi sia per le innovazioni che per il trasferimento di tecnologia. Il Bali Action Plan recita: « The conference of the Parties (…) decides to launch a comprehensive process to enable the full, effective and sustained implementation of the Convention through long term cooperation action, now, up to and beyond 2012»[3].

La conferenza di Poznan (COP14) non ha fatto altro che confermare la stessa linea di vedute a proposito di un nuovo accordo internazionale. Così facendo le speranze sul vertice di Copenhagen sono aumentate con la speranza di poter raggiungere un nuovo accordo globale sul clima. Per quanto riguarda la situazione dei paesi sviluppati è importante notare che a Bali si è discusso lungamente sulla quota necessaria di riduzione di anidride carbonica per non far alzare la temperatura di più di 2 gradi, giudicata dagli esperti la temperatura soglia per non creare squilibri troppo grandi in campo ambientale. Ebbene, secondo il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, la commissione scientifica incaricata di valutare e quantificare i danni presenti e futuri del Climate Change e le possibilità di limitarli) la riduzione dovrebbe essere pari al 25-40% rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’importanza del dato e vista l’opposizione effettuata da Canada, USA, Giappone e Russia queste cifre non sono state annesse al testo finale della COP13 ma relegate a una nota a pié pagina. Altro punto importante è stato quello di definire che le azioni di riduzione delle emissioni dei PVS devono essere supportate e aiutate dalla tecnologia, da finanziamenti e da capacity building in maniera verificabile. Tradotto in parole povere questo significa un impegno più grosso dai paesi del nord verso quelli del sud contro l’inquinamento globale, sia in termini finanziari che in termini di know how[4] .

Nonostante le attese, il vertice di Copenaghen (COP15) del 2009 non è in realtà giunto all’approvazione di nessun nuovo accordo globale.

Nel corso della COP16 di Cancun, al contrario, le oltre 190 Parti alla Convenzione sul clima, ad eccezione della Bolivia, hanno approvato un testo finale, evitando quindi un fallimento simile a quello dell’anno precedente. Si sono registrati dei progressi, anche se, secondo le attese, non ci sono stati sostanziali passi in avanti rispetto alle precedenti Conferenze. La discussione relativa a temi cruciali quali gli impegni vincolanti per i Paesi non appartenenti al Protocollo di Kyoto è stata aggiornata al prossimo anno.

In ogni caso a Cancun sono stati approvati due testi[5]: un testo sull’ulteriore sviluppo della politica climatica internazionale nel quadro della Convenzione dell’ONU sul clima e un altro relativo al Protocollo di Kyoto. Il primo documento abbozza la procedura ulteriore per lottare contro i problemi climatici. Ribadisce che i cambiamenti climatici sono una delle principali sfide dell’umanità, che gli sforzi volti ad evitare le emissioni di gas serra devono essere intensificati, che il riscaldamento climatico non deve superare i 2 gradi (così come è stato indicato dalla comunità scientifica nell’ultimo rapporto dell’IPCC) e che i Paesi devono assumersi responsabilità comuni seppur diversificate a seconda del loro livello di sviluppo. Inoltre, pone l’accento sulla necessità di procedere a un cambiamento di impostazione al fine di sviluppare un’economia e una società rispettose dell’ambiente. Per cogliere questi obbiettivi, le tecnologie innovative costituiscono una delle chiavi di volta, com’era già stato evidenziato a Bali.

Le Parti hanno inoltre deciso di creare un quadro di riferimento per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Cancun Adaptation Framework[6]) con l’obiettivo di mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici già in corso soprattutto nei Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili.

Tante belle parole. Ma al di là di queste e delle dichiarazioni di principio, le strategie reali per combattere il Climate Change stanno effettivamente funzionando? E come?

Non è facile rispondere a queste domande e difatti ci sono tanti dati e troppe opinioni discordanti a riguardo. Secondo l’ultimo “Climate Change Performance Index”, un rapporto pubblicato ogni anno a cura del Germanwatch e del CAN Europe (Climate Action Network Europe) che ha lo scopo di aumentare la trasparenza delle politiche internazionali in materia di clima e che sulla base di criteri standardizzati valuta e compara le “performance” nella protezione del clima dei 57 paesi che sono responsabili di più del 90% delle emissioni globali di CO2, la situazione mondiale delle emissioni non corrisponde ancora alle aspettative: sebbene tutti i paesi stiano facendo degli sforzi di riduzione, questi risultano ancora insufficienti per prevenire gli effetti dannosi del Climate Change[7].

 

In particolare le scarse performance dei 10 maggiori emettitori di CO2 (Cina, USA, Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Corea del Sud, Russia, Iran, Canada), responsabili del 60% delle emissioni mondiali,  sono allarmanti. L’Italia si trova al 41esimo posto nella graduatoria dei paesi più “virtuosi” (andiamo bene!) con un leggero miglioramento rispetto all’anno scorso dovuto alla diminuzione della produzione e dei consumi causata dalla crisi economica più che a un reale miglioramento delle politiche ambientali ed energetiche adottate. Gli investimenti sulle energie rinnovabili e le politiche di incentivazione del loro utilizzo sono da anni adottate dall’Italia e da tutti i paesi industrializzati, ma risultano evidentemente insufficienti e mal gestiti: per esempio dall’entrata in vigore del trattato di Kyoto, Italia, Germania e tanti altri paesi “virtuosi” (almeno nelle intenzioni) si sono impegnati con le proprie risorse a stimolare l’uso di pannelli solari e turbine eoliche: solo nel 2010 l’Italia ha pagato circa 3.2 miliardi di euro in incentivi fotovoltaici. In Germania nella prima metà del 2010 le bollette sono aumentate di più del 2% a causa degli incentivi sulle energie rinnovabili. La situazione non è diversa in Spagna dove i consumatori pagano gli incentivi per l’energia rinnovabile con le loro bollette, più costose di circa il 17% rispetto ad altri paesi europei, e inoltre il debito statale è aumentato di 16.5 miliardi di euro nel solo 2010. Situazioni simili si possono riscontrare in Portogallo e anche in Gran Bretagna (riguardo l’utilizzo dell’eolico).

Ma allora è un errore investire sulle energie alternative? Certamente la conversione a un nuovo sistema energetico mondiale potrebbe non essere immediatamente conveniente, ma il reale problema è un altro: è che tutti questi soldi sono serviti in parte a finanziare lo sviluppo delle filiere industriali dei pannelli solari che potrebbe dare un’enorme mano nella riduzione delle emissioni, ma la maggior parte dei Paesi (come l’Italia) non è riuscita a sviluppare una sua filiera; la Germania sì, ma subisce la forte concorrenza sleale da parte dei cinesi; i cinesi infatti sono stati molto più bravi e furbi tanto che tra detrazioni fiscali, costi bassi di produzione e possibilità di inquinare (garantita per loro dallo stesso protocollo di Kyoto) entro la fine del 2012 avranno creato un complesso di aziende nel settore che potrebbe rappresentare il 15% dell’economia nazionale. Ma qui si amplia il paradosso che aumenta lo scetticismo sul reale funzionamento dei trattati internazionali in vigore. Per essere più chiari: nel mondo, un pannello solare su tre è fabbricato in Cina, con una quota che nel 2011 dovrebbe superare il 50% della produzione mondiale. Chiaramente tutto questo è prodotto con il buon vecchio carbone, fonte energetica di cui la Cina è ricca e di cui fa largo uso anche nella produzione di sistemi energetici rinnovabili. In questo modo anche se Italia e Germania (per fare un esempio) sono sottomesse al giogo degli accordi di Kyoto, le emissioni che risparmiano vengono più che sostituite dall’aumento di quelle della Cina. E l’aumento cinese dipende anche dal boom dell’industria fotovoltaica, la cui domanda è stimolata proprio da paesi come Italia e Germania.

L’esportazione di investimenti e di know how (così come previsti dagli accordi di Bali e di Cancun) in paesi in via di sviluppo come Cina e India risulta allora più controversa del previsto: sicuramente potrebbe essere un modo per convertire in maniera sostenibile una filiera di produzione che pur avendo “fini sostenibili” (quelli di generare un mercato delle energie rinnovabili) ha ancora un approccio e dei risultati decisamente poco “green”. Ma è anche un grande ulteriore vantaggio per paesi come la Cina che hanno già approfittato in pieno degli “sconti” ottenuti nelle contrattazioni diplomatiche di Kyoto e post-Kyoto e che hanno utilizzato questi accordi per potersi sviluppare in maniera asimmetrica e sbilanciata a proprio favore rispetto agli altri Paesi e, cosa più importante ai fini ambientali, contribuendo ad impedire finora un reale miglioramento della composizione atmosferica globale.

 

MARCO P.

 

Note:


[1] Casertano S. – “La Guerra del Clima. Geopolitica delle energie rinnovabili” – Francesco Brioschi Editore, 2011.

[2] De Lucia V., « La politica del clima e il principio delle comuni ma differenziate responsabilità », Ecopax Mundi e Giustizia Climatica, 2.2009 – http://www.giustiziaclimatica.org/docs/cbdr-politics-clima-vdl-giustizia-climatica29072009.pdf

[4]Ott H.E., Sterk W., Watanabe Rie – «The Bali roadmap: new horizonsfor global climate policy », all’interno di: Climate Policy 8, Wuppertal Institute for Climate, Environment and Energy, 2008, 91-95 – http://www.ecologic-events.de/hertie-school-2008/reading_lists/download/ott_climate_policy_post_2012.pdf

[5] Cancun documents: http://unfccc.int/resource/docs/2010/cop16/eng/07a01.pdf#page=2 ; Per info dettagliate e per reperire tutti i documenti è possibile visitare anche il sito del UNFCCC: http://unfccc.int/meetings/cop_16/items/5571.php

[7] Climate Change Performance Index 2011 – Germanwacth – http://www.germanwatch.org/

 

 

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