Lo giuro su Dio! Ragioni e tecniche di devozione alla causa.

Provate a immaginare tre ipotetici kamikaze. Il primo desidera farsi esplodere in mezzo alla folla perché sicuro che il suo sacrificio possa risollevare economicamente la sua famiglia e spalancargli le porte di un paradiso affollato di vergini. Il secondo è motivato da una profonda rabbia per l’umiliante trattamento riservato al suo popolo, e crede che lasciar deflagrare il proprio corpo in una nube di polvere da sparo e bulloni sia il miglior metodo per rispondere all’oppressore. Il terzo invece si sente in dovere di portare a compimento il suo martirio perché, avendo già registrato un videomessaggio con tanto di Corano e kalashnikov in mano, non può più fare alcun passo indietro, altrimenti sarebbe marcato a vita come vigliaccio. Ciò che i tre kamikaze hanno in comune è una forte motivazione a realizzare l’intento suicida. Ciò che li distingue, invece, è la ragione che giustifica tale motivazione: la sicurezza di futuri benefici materiali e oltremondani, il risentimento animato di vendetta, e il timore di essere ripudiato dalla propria comunità. L’impegno a realizzare una determinata azione è quindi, per dirla con Aristotele, il “genere prossimo” dei tre scenari. La “differenza specifica” risiede invece nelle ragioni particolari che assicurano la devozione alla causa. Come direbbe lo Stagirita, cominciamo col definiendum.

Che l’intenzione sia quella d finirla con uno schianto (non me ne voglia il buon Eliot) o di andare in palestra ogni settimana, ogni qualvolta prendiamo un impegno, compiamo una scelta in favore di una sola (e una sola) delle possibili alternative d’azione (potremmo tranquillamente spendere due ore su Facebook a ficcanasare tra le foto dei nostri compagni delle medie piuttosto che decidere di immolare i nostri addominali sopra un panca). E quasi per definizione, presupponiamo che la decisione intrapresa sia realizzata a dispetto del fatto che tutte le possibilità d’azione di cui sopra continuano ad esistere in tutto il loro fascino tentatore (altri dieci minuti su Facebook e poi vado, promesso). Dunque, la devozione a una causa presuppone: (1) la scelta tra più opzioni, e (2) la garanzia che la nostra preferenza per l’opzione selezionata sia persistente e duratura. Per assicurare – a noi stessi e agli altri – che il nostro impegno appaia convincente possiamo vincolarci ad un’azione in due modi: soggettivamente, quando valutiamo un’opzione come intrinsecamente superiore alle altre, od oggettivamente, nei casi in cui creiamo una situazione che restringe da sé il numero delle opzioni a causa dei costi che qualsiasi cambiamento d’azione produrrebbe – come per il terzo terrorista, costretto al compimento del fatale esito per le inaccettabili conseguenze sociali della defezione. Nonostante le due forme d’impegno possano facilmente coesistere, nessuna delle due richiede la presenza necessaria dell’altra: se la desiderabilità di un’opzione è tale da garantire che l’ordine delle preferenze rimanga inalterato nel tempo, il contributo di un fattore esterno sarà del tutto marginale – un terrorista profondamente convinto della rettitudine della sua azione andrà a bersaglio, con o senza l’angoscia della gogna pubblica in caso di eventuali tentennamenti; viceversa, se la situazione è tale che le altre opzioni sono proibitivamente costose rispetto a quella scelta, l’impegno verrà mantenuto per forza di cose, rendendo superfluo qualsiasi ulteriore adesione emotiva alla causa – poco importa ai fini dell’azione che un mafioso voglia davvero vendicare col sangue un compagno della propria banda, quando il prezzo per la mancata esecuzione è la morte. Ciò nonostante, la combinazione delle due tipologie d’impegno – oggettivo e soggettivo – è all’ordine del giorno, solitamente in una sequenza che comincia con il buon proposito e finisce – nei casi più fortunati – con la formazione di un’abitudine (come quando, ad esempio, decidiamo di cominciare una dieta iposodica e, nell’evitare sistematicamente per giorni cibi salati, finiamo per modificare il nostro gusto in conformità con le preferenze del nostro Sé ideale che vuole fare a meno del cloruro di sodio).

Se l’abitudine è indubbiamente una strategia risolutiva per assicurarci l’aderenza ad un’azione, dato che per la loro stessa natura, le pratiche routinarie diventano tali perché eseguite senza particolari resistenze cognitive, una seconda tattica degna di nota consiste nel selezionare una seconda opzione, non relata alla prima, che ci serva ad incrementare le possibilità che la prima opzione venga portata a compimento. Ad esempio, possiamo strutturare il nostro ambiente in modo da rinforzare o riattivare le ragioni (soggettive) della nostra devozione alla causa – avendo sofferto io stesso di disordini alimentari, ho personalmente sperimentato la sorprendente efficacia di un semplice espediente come quello di tempestare la propria credenza di post-it: dato che il senso di vergogna che le abbuffate notturne inesorabilmente producono tende a dissolversi ahimè in poche ore, un memento su carta gialla pronto a ricordarmi quanto miopi possano essere le conseguenze della mia irrazionale incursione in cucina può essere sufficiente ad anticipare l’aversiva sensazione di impotenza che spesso arriva troppo tardi, a cose già fatte.

I buoni propositi, ovviamente, non sono soltanto promesse che facciamo a noi stessi inebriati dallo spumante e dall’entusiasmo del capodanno. Nella nostra esistenza di creature profondamente sociali, ci troviamo spesso con un interlocutore cui comunicare le nostre intenzioni a scegliere una determinata opzione per (1) far sì che possa convincersi della nostra devozione ed agire in conseguenza di questa aspettativa (decidendo ad esempio di portarci all’altare perché sicuro di non essere abbandonato dopo la luna di miele), o per (2) chiedere aiuto nel rendere realizzabile l’opzione desiderata (si pensi all’astuto Ulisse che chiede ai compagni di essere legato all’albero maestro della nave per poter ascoltare il seducente canto delle sirene). Se quanto appena detto vale a prescindere dal numero di interlocutori presenti, vale la pena puntualizzare che solo nei casi d’interazione diadica può essere assicurata la simmetria dell’impegno reciproco. Quando il numero di osservatori aumenta, si crea l’interessante possibilità di una sbilanciata partecipazione all’impegno – ad esempio, un testimone casuale di un atto di giuramento non ha nessun beneficio o costo diretto dalla stipula del patto, ma ciò nonostante, potendo virtualmente riferire al destinatario del giuramento qualsiasi tentativo (da parte del giurante) di cambiare nascostamente le regole del gioco, è dotato di un potere nei suoi confronti che egli può esercitare senza doverne pagare il costo (ciò spiega la frequente pratica del “comprare il silenzio” richiesta dai testimoni stessi, consci della loro posizione di forza).

La peculiarità dell’impegno in contesti sociali risiede nel fatto che deve essere convincentemente comunicato (sotto forma di minaccia o promessa a perseguire un’azione). Detto altrimenti, il partner deve essere persuaso del fatto che, comunque vadano le cose, voi intraprendete quella (e solo quella) azione. Un celebre esempio proposto da Schelling nel 1960 mi sarà d’aiuto: in una rapina a mano armata, il criminale minaccia di sparare al povero passante se non gli consegna i suoi averi – un classico ultimatum da “o la borsa o la vita”. L’eventualità di essere ucciso è ovviamente per il passante uno scenario da evitare a tutti i costi, ma al tempo stesso egli sa anche che un tal esito è quantomai indesiderabile anche per il rapinatore, data la severa punizione in cui incorrerebbe se catturato. Dunque, anche in una circostanza così estrema dove apparentemente non avrebbe senso mettersi a ponderare sulle alternative, la minaccia del rapinatore ha successo solo nella misura in cui si accompagna a indizi che segnalano una sua possibile realizzazione – nessuno penserebbe due volte a mettere mano al portafoglio dinanzi ad un criminale dalla mano ferma e dal tono intimidatorio, mentre un ragazzino terrorizzato alla sola idea di impugnare una Beretta forse potrebbe rendere qualche passante più audace.

Promesse e minacce – per quanto diverse, giacché le minacce (a differenza delle promesse) possono avere successo senza dover essere realizzate – sono dunque membri di un’ampia classe di segnali atti a comunicare l’intenzione di vincolarsi ad un’azione. L’attendibilità di questi segnali è definita, come nel caso del rapinatore, dalla loro accuratezza nel predire il comportamento futuro dell’autore della promessa (o della minaccia). Date tali premesse, è evidente che tanto più costoso è il segnale per l’emittente, quanto più possiamo essere sicuri che sia “onesto” (vale a dire, accurato nel senso sopra definito). Il problema è che nella vita quotidiana i segnali con cui intessiamo le nostre relazioni – giurando amore eterno, assicurando onestà e segretezza, persuadendo gli altri del nostro autentico senso di colpa per qualche passo falso appena commesso – sono raramente così costosi da non poter essere sapientemente manipolati a vantaggio dell’emittente (come ben sa chiunque sia stato pugnalato – metaforicamente – alle spalle dalla stessa persona che poco prima è riuscita a guadagnarsi il suo perdono a suon di contrite apologie). Com’è possibile dunque che tali segnali riescano ad essere comunque affidabili? Una soluzione sta nel prestare attenzione alla loro frequenza nel tempo: anche segnali sociali non particolarmente costosi, se emessi ripetutamente per un periodo prolungato, rappresentano un fardello non indifferente per l’emittente, e proprio per questo diventano per il ricevente un indizio affidabile per discernere nell’attore una stabile gerarchia di preferenze – insomma, una disposizione duratura verso una classe specifica di opzioni (ciò che in un linguaggio meno astratto chiameremmo reputazione). Tuttavia, è bene ricordare che – come le spie insegnano – l’emissione ripetuta di un segnale non è una ragione sufficiente per credere che una persona non possa farsi improvvisamente ladro (come secondo il proverbio) alla prima buona occasione.

L’apparentemente onnipresente possibilità d’inganno spiega in parte la nostra propensione a privilegiare (e a richiedere con maggiore insistenza) impegni oggettivi piuttosto che soggettivi – ovverosia, devozioni alla causa assicurate dal fatto che abbiamo “bruciato i ponti” con le opzioni rimanenti (piuttosto che aver dato parola di averle permanentemente scartate). Inoltre, i segnali associati a impegni oggettivamente sanciti sono molto più facilmente scrutinabili – un contratto non è passeggero come un’emozione – e quindi preferiti perché dotati di maggior potere previsionale nei confronti delle future scelte dell’emittente. Per la stessa logica, è nell’interesse di quest’ultimo rendere quanto più osservabile la natura oggettiva e vincolante dell’impegno nel caso in cui egli ricavasse un beneficio netto dalla cooperazione con il proprio partner. Il gioco delle coppie – o dovremmo dire il mercato dell’accoppiamento, per usare i toni smaliziati della biologia evoluzionistica – è zeppo di esempi calzanti a riguardo. L’anello di fidanzamento, che secondo l’usanza statunitense dovrebbe arrivare a costare il 25% del salario annuale del corteggiare, è una perfetta soluzione – perché dannatamente costosa, e dunque non falsificabile – al problema dell’inaffidabilità degli impegni assicurati dalla volatilità del romanticismo. Non solo: a rendere ancora più “onesto” il segnale contribuisce il fatto che, indossando costantemente un monile che avvisa altri potenziali partner della propria indisponibilità ad una relazione amorosa, la persona non fa che vincolarsi ancor più fortemente ad un duraturo corso d’azione – finché morte non vi separi. La pubblicizzazione dell’impegno preso, infine, non fa che completare l’opera. La presenza di un pubblico rappresenta una forma affidabile di vincolo all’azione, considerati i costi reputazionali che un cambiamento di piani comporterebbe – ciò naturalmente non vale solo per le relazioni amorose, ma anche ad esempio per quei giornalisticamente consueti “litigi che finiscono in tragedia” – alterchi dove la presenza di spettatori obbliga l’offeso a rispondere a tono per non “perdere la faccia” dinanzi al pubblico, producendo così un’escalation di violenza.

Le istituzioni giocano un ruolo fondamentale nell’amplificare la formalizzazione e la pubblicizzazione degli impegni presi: già la sola nozione di ruolo prevede degli obblighi e delle responsabilità culturalmente definite cui il rappresentante della categoria deve attenersi. Collocare dunque l’obbligo in un framework di aspettative culturali standardizzate riduce drasticamente l’ambiguità del segnale, permettendo così all’emittente di poter guadagnare la fiducia del suo interlocutore – specialmente se (1) la non osservanza di queste pratiche innesca severe punizioni, e se (2) la pubblicizzazione dell’impegno preso ha conseguenze reputazionali anche all’infuori del gruppo di appartenenza: i membri delle gang americane come Nuestra Familia, ad esempio, adottano un sistema di “tatuamento progressivo” in cui maggiore è la devozione al gruppo, più evidente è il tatuaggio, nonostante ciò renda i membri più entusiasti un bersaglio facile (perché riconoscibile) da parte delle fazioni opposte. Dunque, ricapitolando: se devi convincere te stesso od un’altra persona delle tue buone (e durature) intenzioni, (1) mettici sentimento, (2) crea una situazione in cui sia impossibile tornare indietro, (3) diffondi il verbo del tuo impegno oggettivo in una forma rispondente a convenzioni culturali condivise da tutti. E se non ci fosse modo di assicurare gli ultimi due punti, puoi sempre aumentare il costo delle tue azioni – come successe appunto con gli anelli di fidanzamento, i cui prezzi impennarono nella prima metà del Novecento proprio quando, con l’abrogazione di una legge che garantiva alle mogli l’impegno dei futuri mariti con la minaccia di ingenti costi al loro carico in caso di divorzio, le donne si ritrovarono improvvisamente sprovviste del mezzo istituzionale capace di risolvere il loro problema  di coordinazione. Ci volle un prezzolato segno di amore eterno – alla De Beers – per chiudere le falle aperte dalla permissività della legge.

DENIS

Bibliografia

D. M. T. Fessler, K. Quintelier, Suicide Bombings, Weddings, and Prison Tatoos: An Evolutionary Perspective on Subjective Commitment and Objective Commitment, in Signaling, Commitment, and Emotion, R. Joyce, K. Sterelny, and B. Calcott (eds.), MIT Press, in press.

R. Nesse, Natural Selection and the Capacity for Subjective Commitment, in Evolution and the Capacity for Commitment, R. Nesse (ed.), Russel Sage Press, New York, 2011.

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