Il gruppo che cura. Nuove forme di socializzazione.
Il gruppo: questo conosciuto. Stavolta giocheremo ad entrare ed uscire da un gruppo per vedere l’effetto che fa, e sarà naturale, perchè lo facciamo di continuo senza accorgercene.
Lungi da queste righe il voler riassumere anni e anni e pagine e pagine di psicologia sociale e dei gruppi.
Ma forse è necessario fare il punto della situazione in questa società così veloce e così flessibile, anche da un punto di vista socio-culturale.
La spinta ad entrare nella dimensione gruppo per studiarne gli effetti e le dinamiche nasce dal processo di individuazione che l’uomo ha vissuto nella storia.
Così come esiste una gaussiana su cui posizionare le esperienze degli individui, così si può tracciare una linea lungo il corso della storia per osservare il disegno che l’evoluzione culturale umana ha avuto.
Senza andare troppo lontano, si può ricordare ed osservare la tendenza diffusa nel secolo scorso a retroflettere la propria rabbia e la propria aggressività [1], considerate non sane e inaccettabili, così come precetti religiosi, di bon ton ed etichetta insegnavano. I movimenti pacifisti contrapposti alle guerre, e altri movimenti di protesta come quelli femministi, con un sottofondo musicale che ha fatto storia, ci raccontano come le persone, soprattutto giovani, decisero di esternare quella aggressività in maniera sana [2], rendendola all’”altro da loro” in una modalità sconosciuta, a quell’epoca. L’estremizzazione di quelle giornate ovviamente documenta la sofferenza di una repressione culturale ed emotiva e deve farci riflettere.
La psicologia e la psicoterapia che lavoravano a quei tempi, erano relativamente giovani. Alcuni orientamenti di psicoterapia stavano nascendo, ma l’approccio che si ebbe fu quello di spingere all’esternazione dell’emotività.
Così, nel tempo le persone sono state educate, anche dalla psicologia e dalle sue teorie, ad esprimere la loro aggressività, rendendola e considerandola sana, verso l’esterno. Psicodramma, mazze di gomma e gruppi di auto-mutuo-aiuto sono stati l’esempio sociale e psicologico di questo passaggio storico-culturale.
In questa forma di socializzazione che cura, risiede la pura natura dell’identità individuale che si forma anche sulla base della società. L’identità sociale nasce dal gruppo di appartenenza e permette al sé di costituirsi, sulla base di ciò che la persona è dentro il gruppo di appartenenza. L’io si forma grazie al noi e quindi grazie alla collettività [3].
Ma che cosa è successo, con gli anni? Non sembriamo figli dei fiori, in realtà. Ossia figli di quell’epoca così libera e così liberata. Forse che, ad esternare la propria aggressività e a soddisfare i propri bisogni, si sia comunque commesso un errore di valutazione, nel tempo? Un errore di attribuzione, magari. E’ un po’ come l’assioma della comunicazione pensato da Watzlawick [4], quello sulla punteggiatura. La punteggiatura nella comunicazione è importante, bisogna sempre considerarla, quando si valuta uno scambio comunicativo. “Urlo perchè tu non mi ascolti”, dice la moglie al marito. “Non ti ascolto perchè tu urli”, dice il marito alla moglie. E perdonatemi gli stereotipi di genere.
E così via… Quanto dipende da noi e quanto dipende dagli altri, nella quotidianità della socializzazione? Quanto siamo consapevoli dei nostri confini e dei confini altrui, nella determinazione delle nostre scelte e nella soddisfazione dei nostri bisogni?
Potremmo azzardare: oggi la società è proiettiva. Ha una scarsa capacità di attribuzione interna e tende a sfogare gli impulsi verso l’esterno, attribuendone la responsabilità all’altro da sé.
E se finalmente vedessimo la psicologia come quella disciplina in grado di “curare” la società tutta? E se quella “cura” fosse più un prendersi cura, un take care, invece di un curare tipico della prevenzione quaternaria a cui siamo culturalmente e tristemente abituati?
Forse la società deve ancora trovare quella modalità sana di esternare l’aggressività. Proprio nell’ottica dell’incontro con l’altro da sé. Nell’ottica del contatto, dello scambio, del noi [1].
Il gruppo costituisce un mezzo sano di socializzazione perchè consente alle persone di esplorare l’ambiente. Di incontrarlo senza fantasticarlo eccessivamente e di avere in cambio parti di sé rese dalle persone che incontra [5].
E la cosa eccezionale è che è tutto automatico, non ci si deve impegnare granchè.
Se dall’io si parte per incontrare l’altro, è dall’altro che si deve ripartire per ritrovare sé stessi.
La solitudine dell’individuo è un ottimo mezzo retroflessivo per ritrovare un contatto con sé stessi, ma quando pregiudica l’incontro con l’altro, allora supera il confine della creatività e lede l’identità personale, che va a mutare sulla base di un altro da sé idealizzato, temuto o comunque falsato dalle proprie parti di sé proiettate.
La società evolvendosi ha creato delle vere e proprie forme d’arte per fare incontrare le persone.
La creatività è sempre la testimonianza dell’istinto di sopravvivenza dell’animale. E’ adattamento all’ambiente. E poiché l’uomo è un animale sociale, riunirsi in gruppo non è altro che sopravvivere [6].
Lo psicologo tiene volentieri conto della creatività della persona, poiché in quella creatività risiedono le risorse della persona, il suo auto-sostegno, la sua resilienza [6].
Nel fare il punto della situazione a cui mi riferivo prima, è quindi d’obbligo non trascurare questa creatività, poiché è sintomo della salute della nostra società e della sua eterna voglia di creare, di muoversi e di vivere.
Non si può fare o parlare di psicologia senza osservare il mondo esterno, né senza restituirgli quella dignità che è singola e individuale e col gruppo si moltiplica esponenzialmente.
Le forme creative di socializzazione in gruppi che sono nate recentemente sono le più svariate e provengono dai diversi mondi a cui appartengono i membri stessi dei gruppi.
Pensiamo ai gruppi di conversazione in lingua straniera che negli ultimi anni sono diventati una vera realtà in tantissime città del mondo. Probabilmente ne esiste qualcuno anche nella vostra città. Si tratta di iniziative pressochè gratuite in cui le persone si incontrano per chiacchierare in una lingua straniera.
E’ immediato pensare che la mera motivazione di chi partecipa a questo genere di gruppi sia didattica. Ed è così: la lingua è il fine ultimo e la socializzazione è semplicemente il mezzo. Per raggiungere lo scopo di migliorare il proprio livello di conversazione, si fa conoscenza dell’altro da sé, lo si contatta, a volte ne si accettano limiti inaccettabili in un “pretendente al posto di amico per la vita” e, magari, col tempo si impara anche ad apprezzarne le diverse sfumature.
E poi succede una magia: la lingua da fine ultimo diventa mezzo e la socializzazione diventa il fine di questo genere di incontri.
La persona frequenta quel gruppo di conversazione per poter incontrare quelle persone con cui le piace parlare. E il loro canale di comunicazione, la lingua, è il loro ponte, ma non è più in figura come lo era all’inizio, suscitando timidezza e incertezza, bensì è quasi implicito e funziona in maniera automatica. La persona lo padroneggia meglio ed è concentrata sulla socializzazione.
Un po’ come quando si suggerisce di insegnare qualcosa ai bambini col gioco. Il loro canale è quello del gioco e tutto quello che passa per quel canale ha priorità e viene assimilato meglio.
Perchè dovremmo sottovalutare che il canale preferito dell’adulto è la socializzazione con l’altro da sé, in una società individualista come la nostra?
Ricordo che il mio professore di matematica diceva sempre che la matematica era una lingua straniera. Aveva ragione. Da allora faccio con piacere caso a quanti codici, quante lingue straniere ci circondano. No, tranquilli. Le pareti della mia stanza sono viola, non piene di strane scritte stile “Beautiful Mind”.
La letteratura può essere un’altra lingua straniera. Il libro può essere un oggetto galeotto (mai esempio fu più azzeccato) per la riunione di gruppi eterogenei di persone.
Quella dei gruppi di lettura è un’altra realtà che si manifesta in diverse città, ormai. Persone che non si conoscono, o anche amici tra di loro, scelgono un libro e si riuniscono per leggerne ogni settimana una parte. A turno, ad alta voce. E poi la commentano.
E anche qui. Quanto il libro in sé è mezzo e quanto è fine? Quanta è la motivazione a incontrare le persone per leggere quel libro e quanta poi diventa la motivazione a leggere quel libro per incontrare quelle persone? Magari persone su cui non si sarebbe scommessa una lira, che però tirano fuori delle perle nel momento del commento.
E quanto far parte del gruppo è importante per la formazione dell’identità personale, sociale della persona?
Ridiamo se leggiamo in uno dei libri di Sophie Kinsella che la protagonista dice “sarò la ragazza con la sciarpa grigia”. Perchè questa estremizzazione è superficiale, ma davvero far parte di un gruppo fa di noi un membro di quel gruppo. E se quel gruppo ci piace, noi siamo migliori. Eccola, l’dentità di gruppo, non ci abbandona mai.
A questo proposito, è interessante, in tema di gruppi di lettura, considerare la presenza dei gruppi di lettura virtuali. Pensate: le persone non si incontrano, non si respirano, non si conoscono. Eppure leggono lo stesso libro, da soli, e si ritrovano on line a commentare la parte decisa per quella settimana. Rispettano i tempi e spesso fanno grandi sforzi. Sì, vogliono leggere quel libro, ma appartengono ad un gruppo ed hanno accettato delle regole.
La mera appartenenza ad un gruppo genera un’identità [3]. Pensiamo ai Flash Mob. Le persone non si conoscono, e magari stanno insieme per una mezz’ora. Per manifestare un pensiero, o spesso anche solo per dare spettacolo. Una folla flash, nulla di più. Ma in quel momento quelle persone sono una cosa sola, si appartengono a vicenda.
Saranno le lingue straniere, i libri, il balletto dedicato a Jackson. O forse saranno tutti gli altri contenuti dei mille gruppi nati spontaneamente che non conosco o che ho dimenticato di citare. Ma quanto c’è di autocurativo, in tutto questo?
Perchè non consideriamo che la società si muove per creare, incontrarsi, divenire? Queste risorse sono tangibili e non dipendono necessariamente dal contenuto di ciò che si va a fare, sono anche il sintomo di una voglia di aggregazione, di socializzazione e di identità che è forte e che non si può negare.
E’ importante sottolineare questo aspetto, nello sguardo macro che gettiamo al mondo dalla nostra finestra, per evidenziare che la cura non è una cosa che arriva dall’alto come un’imposizione o come una cosa pensata ad hoc. La cura è già nel campo, e spesso è cercata, studiata e architettata affinchè faccia il suo corso [6].
Ma allora, direte voi, il mio gruppo di aerobica è curativo e dallo psicologo non ho più bisogno di andarci!
Il fatto che le risorse siano nel campo e che la domanda di aiuto sia spesso più evidente di quanto non sembri, non significa che la persona possa fare tutto da sola. Altrimenti torniamo a quella retroflessione pura del secolo scorso, in cui chiedere era proibito.
Esistono sicuramente dei canali di avvicinamento tra le professioni e le persone.
Ad esempio, senza trascurare il fattore libro citato negli esempi precedenti, si potrebbe ipotizzare l’esistenza di un gruppo di lettura “guidato”, in cui l’incontro tra persone diverse che leggono resta fine e mezzo principale, ma c’è la presenza di uno psicologo che rielabori e conduca i commenti e i commentatori verso una buona consapevolezza.
Quanto può essere utile rielaborare il contenuto dei commenti individuali e riportarlo alla dignità del gruppo stesso?
Quanto, ogni commento, ha la sua importanza personale per chi lo sente, lo vive e lo esprime? E perchè dovrebbe essere abbandonato lì, se invece è sintomo creativo di adattamento all’ambiente?
La lettura e la scelta del testo sarebbero libere, e questa sarebbe una variazione rispetto all’attuale approccio coi libri e con la lettura in terapia. Più che a livello prescrittivo e nomotetico, la lettura sarebbe utilizzata a livello immaginativo, come una tecnica del qui e ora, in termini puramente idiografici.
Questo è solo un caso, ma la categoria potrebbe prendere esempio dalla società ed essere creativa. Se si facesse in modo che un gruppo di terapia si svolgesse in una modalità più leggera, più galleggiante, ma spesso anche più vicina ai mondi interiori delle persone, forse si troverebbe una chiave di accesso e il contatto con la psicoterapia non sarebbe quel fantasma che spesso è nella testa di molte persone, nel nostro Paese.
[1] Polster E., Polster M., (1973) Trad. it., Terapia della Gestalt Integrata, Giuffrè, Milano, 1986
[2] Perls F., (1969), Trad. it., L’Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano, 1995
[3] R. Brown, Psicologia sociale dei gruppi, Il Mulino, 2005
[4] Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1967), Trad. it., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971
[5] E. Polster, Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità, Ed. Erickson 2007
[6] J. Zinker, Processi Creativi in Psicoterapia della Gestalt, Franco Angeli, 2001
BARBARA

