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		<title>Quando il cuore va in cortocircuito:  La Morte Cardiaca Improvvisa</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 07:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[ablazione]]></category>
		<category><![CDATA[aritmia]]></category>
		<category><![CDATA[arresto cardiaco]]></category>
		<category><![CDATA[morte cardiaca improvvisa;]]></category>

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		<description><![CDATA[ <p>La Morte Cardiaca Improvvisa (MI), detta anche Arresto Cardiaco, è la situazione in cui il cuore improvvisamente e senza preavviso si ferma e il sangue non viene piu’ pompato nel resto del corpo. Essa è responsabile di circa il 50% di tutte le morti per causa cardiaca e rappresenta la principale causa di morte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F05%2F12%2Fquando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p><strong>La Morte Cardiaca Improvvisa (MI)</strong>, detta anche <strong>Arresto Cardiaco</strong>, è la situazione in cui il cuore improvvisamente e senza preavviso si ferma e il sangue non viene piu’ pompato nel resto del corpo. Essa è responsabile di circa il 50% di tutte le morti per causa cardiaca e rappresenta la principale causa di morte nei maschi di età compresa<a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/cuore/" rel="attachment wp-att-2491"><img class="alignright  wp-image-2491" style="margin: 10px;" title="cuore" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/cuore-300x227.jpg" alt="" width="210" height="159" /></a> tra i 20 ed i 60 anni, con una incidenza anche superiore alle patologie neoplastiche.</p>
<p>La <strong>MI</strong> si verifica quando c’è un malfunzionamento del sistema elettrico del cuore. Deve essere distinta dal cosiddetto “Attacco di Cuore” (noto anche come infarto miocardico). Quest’ultima situazione, infatti, si verifica  quando una ostruzione delle arterie del cuore (le coronarie) blocca il flusso di sangue ossigenato al cuore, causando la morte del muscolo cardiaco (l’infarto). Quindi se si vuole paragonare il cuore ad una casa, la Morte Cardiaca Improvvisa si verifica quando c’ è un corto-circuito elettrico, l’attacco di cuore, invece, quando c’è un blocco nei tubi dell’acqua.<span id="more-2467"></span></p>
<p>La causa piú frequente di arresto cardiaco è un’ aritmia ipercinetica nota come Fibrillazione Ventricolare (<strong>FV</strong>). Il cuore è dotato di un sistema elettrico intrinseco e nel cuore sano un segnapassi (il nodo del seno) dá inizio al battito cardiaco, poi l’impulso elettrico si diffonde attraverso fisiologiche vie di conduzione in tutto il cuore, causandone la contrazione in modo ritmico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine2-13/" rel="attachment wp-att-2474"><img class="aligncenter  wp-image-2474" title="Immagine2" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine21.png" alt="" width="500" height="174" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando c’è la contrazione (sistole ventricolare), il sangue viene pompato in circolo e va ad irrorare tutti gli organi vitali (cervello, polmoni, reni, fegato, etc.). In caso di  Fibrillazione Ventricolare, i segnali elettrici che controllano l’attivitá di pompa del cuore, improvvisamente diventano rapidi e caotici. Di conseguenza, i ventricoli cominciano a tremare, “fibrillano”, invece di contrarsi e non sono più in grado di pompare il sangue dal cuore al resto dell’organismo. Se il sangue non puó arrivare al cervello, questo rapidamente va in sofferenza e la persona perde conoscenza in pochi secondi.</p>
<p>In tale circostanza, se uno shock di emergenza non viene erogato al cuore per mezzo di uno specifico apparecchio, chiamato defibrillatore, per interrompere l’aritmia ventricolare e ripristinare il ritmo sinusale normale,  la morte si verifica in pochi minuti. Infatti, oltre il 70% delle vittime di Fibrillazione Ventricolare muore prima di raggiungere l’ospedale.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine3-9/" rel="attachment wp-att-2475"><img class="aligncenter  wp-image-2475" title="Immagine3" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine3.png" alt="" width="447" height="258" /></a></p>
<p><strong>Come trattarla?</strong></p>
<p>Il solo trattamento efficace è la defibrillazione elettrica. In caso di indisponibilità immediata dell’apposita strumentazione medicale (<strong>defibrillatore</strong> esterno), è indispensabile iniziare tempestivamente le manovre di <strong>rianimazione cardio-polmonare</strong> e richiedere la pronta assistenza di un ambulanza opportunamente equipaggiata.<strong> </strong></p>
<p>La <strong>MI</strong> spesso si verifica in persone attive e apparentemente sane, senza precedenti problemi cardiaci o altri problemi di salute. Ma la veritá è che la morte improvvisa non è un evento fortuito e del tutto imprevedibile; infatti, è possibile identificare le persone a rischio attraverso strumenti diagnostici più o meno invasivi. Ci sono numerosi fattori predisponenti all’arresto cardiaco, ma i due piú importanti sono:<br />
- un precedente attacco di cuore: il 75% delle persone che muoiono di morte cardiaca improvvisa hanno avuto precedenti attacchi di cuore;</p>
<p>- malattie delle arterie coronarie: l’80% delle vittime di morte improvvisa sono affetti da coronaropatia, ossia  restringimenti parziali  o occlusioni complete nelle arterie che forniscono sangue al cuore.</p>
<p>Ci sono anche un certo numero di segni e sintomi che indicano un profilo di rischio di morte cardiaca improvvisa più alto:</p>
<p>- una frequenza o ritmo cardiaco anormale (aritmia) da causa sconosciuta;</p>
<p>- una frequenza cardiaca elevata (tachicardia) che viene e va, anche quando la persona è a riposo;</p>
<p>- episodi di svenimento (<strong>sincope</strong>) da causa sconosciuta;</p>
<p>- una bassa frazione di eiezione ventricolare: la frazione di eiezione è la misura di quanto sangue è pompato dai ventricoli in ogni battito. Un cuore sano pompa il 55% o piú del suo sangue in ogni battito. Persone a rischio di morte cardiaca improvvisa hanno frazioni di eiezione inferiori al 40%, spesso associate a tachicardia ventricolare.</p>
<p><strong>Stratificazione del rischio aritmico di morte cardiaca improvvisa</strong><br />
Ci sono alcuni tests che possono essere eseguiti per determinare se una persona appartiene a un gruppo ad alto rischio di arresto cardiaco:</p>
<p>- <strong><em>Anamnesi cardiologica</em></strong>: rappresenta una delle fasi principali della visita medica e consiste nella raccolta della storia familiare e clinica di un paziente, che il medico ottiene dialogando con il malato e/o i suoi familiari o conoscenti. Ai fini della stratificazione prognostica, gli elementi più importanti riguardano precedenti episodi sincopali e/o lipotimici, storia di tachicardia (“cuore in gola”) e <strong>familiarità per morti improvvise </strong>(senza causa apparente) in giovane età.</p>
<p>- <strong><em>Elettrocardiogramma</em></strong>: un esame non invasivo ed indolore in cui alcuni elettrodi vengono applicati sul torace ed a livello degli arti del paziente per registrare l’attivitá elettrica del cuore e identificare eventuali segni elettrocardiografici di cardiopatie aritmogene o anomalie del ritmo cardiaco. Alcune aritmie possono essere indicative di aumentato rischio di morte cardiaca improvvisa (in particolare le extrasistoli ventricolari con specifiche caratteristiche). La maggior parte delle cardiopatie aritmogene sono congenite e dipendono da mutazioni genetiche dei canali ionici all’interno delle cellule miocardiche (es. <strong>S. di Brugada, S. del QT lungo</strong>, etc.) o da alterazioni strutturali e funzionali delle camere ventricolari cardiache (es. <strong>Displasia Aritmogena del Ventricolo Destro</strong>).</p>
<p>- <strong><em>Ecocardiogramma:</em></strong> un esame non invasivo ed indolore che utilizza gli ultrasuoni per realizzare un’ analisi morfologica e funzionale delle camere cardiache. Il test misura anche la funzione di pompa del cuore ed identifica altri problemi che possono predisporre il paziente al rischio di morte improvvisa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine4-3/" rel="attachment wp-att-2478"><img class="aligncenter  wp-image-2478" title="Immagine4" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine4.png" alt="" width="467" height="205" /></a></p>
<p>- <strong><em>Risonanza Magnetica (RM) cardiaca con contrasto</em></strong>: esame non invasivo ed indolore che utilizza onde radio a campi magnetici e pertanto non comporta esposizione a radiazioni X. La <strong>RM</strong> produce immagini di sezioni del corpo che vengono visualizzate attraverso l&#8217;uso di un monitor televisivo ed elaborate grazie all&#8217;aiuto di un computer che trasforma gli impulsi radio nelle immagini anatomiche in questione. Le sezioni (fette) possono essere ottenute (“tagliate”) indifferentemente nei tre piani dello spazio, creando in tal modo una visione virtuale tridimensionale del corpo. L’utilizzo del mezzo di contrasto consente di individuare aree di accumulo patologico, compatibili con zone di tessuto miocardico necrotico o displasico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine5-4/" rel="attachment wp-att-2479"><img class="aligncenter  wp-image-2479" title="Immagine5" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine5.png" alt="" width="355" height="158" /></a></p>
<p>-  <strong><em>Monitoraggio Holter-ECG</em></strong><strong><em>:  </em></strong>si tratta di un registratore piccolo come una radiolina, collegato ad elettrodi applicati al torace del paziente per uno o due giorni, che registra l’attivitá elettrica cardiaca per tutta la durata dell’esame. Dopo che il registratore è stato rimosso, l’intera registrazione viene analizzata per ricercare eventuali disturbi del ritmo cardiaco.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine6-3/" rel="attachment wp-att-2482"><img class="aligncenter  wp-image-2482" title="Immagine6" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine6.png" alt="" width="260" height="120" /></a></p>
<p>- <strong><em>Registratore di eventi (event- e loop-recorder)</em></strong>: l’event-recorder è un registratore piccolo come un cellulare che registra l’attività elettrica del cuore per periodi più lunghi. Diversamente dall’ Holter-ECG, esso non registra in continuo, ma è compito del paziente attivare l’apparecchio ogni volta che senta il cuore battere troppo velocemente o in modo irregolare, nonché in caso di malessere o sensazione di svenimento. Il loop-recorder, al contrario, viene impiantato sotto pelle e registra il ritmo cardiaco 24 ore su 24.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine7/" rel="attachment wp-att-2483"><img class="aligncenter  wp-image-2483" title="Immagine7" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine7.png" alt="" width="363" height="110" /></a></p>
<p>- <strong><em>Studio Elettrofisiologico Endocavitario</em></strong><strong>: </strong>questo test è eseguito in apposite sale di aritmologia e cardiostimolazione. Un anestetico locale (il paziente è dunque sveglio) è usato per anestetizzare l’area dell’inguine dove vengono inseriti sottili sondini (elettrocateteri) attraverso le vene fino al cuore, al fine di registrare i segnali elettrici del cuore dall’interno delle sue cavità. Durante la procedura, l’elettrofisiologo studia la velocità e la direzione dei segnali elettrici attraverso il cuore, identifica problemi di ritmo e localizza le aree del cuore che possono essere focolaio di attività elettrica anomala. Attraverso specifici protocolli di stimolazione viene inoltre valutata la vulnerabilità ventricolare del singolo paziente, ossia la sua predisposizione a sviluppare spontaneamente aritmie minacciose per la sopravvivenza. Tutte queste informazioni aiutano a determinare se un paziente appartiene o meno ad un gruppo con aumentato rischio di morte cardiaca improvvisa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine8/" rel="attachment wp-att-2484"><img class="aligncenter  wp-image-2484" title="Immagine8" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine8.png" alt="" width="446" height="379" /></a></p>
<p><strong>Prevenzione</strong></p>
<p>Ci sono alcune cose che le persone possono fare per diminuire la probabilità di diventare una vittima della morte cardiaca improvvisa. Per cominciare, vivere una vita da “cuore sano”, rispettando ogni giorno uno <strong>stile di vita corretto</strong>, puó aiutare a ridurre le probabilitá di morire di arresto cardiaco o di altre malattie di cuore. Questo include praticare attivitá fisica regolarmente, mangiare cibi sani, mantenere un peso corporeo ragionevole ed evitare di fumare.</p>
<p>Curare e controllare malattie e condizioni che possono contribuire ai problemi di cuore, come pressione alta, colesterolo elevato e diabete, è altrettanto importante.<br />
Infine, per alcuni pazienti, prevenire la morte cardiaca improvvisa significa controllare o interrompere ritmi cardiaci anomali, che possono innescare la fibrillazione ventricolare e portare all’arresto cardiaco.<br />
<strong>Il trattamento delle aritmie avviene in tre modi:</strong><br />
- <strong><em>Farmaci: </em></strong>medicine come i beta-bloccanti, i calcio-antagonisti e altri specifici antiaritmici, possono controllare anomalie del ritmo cardiaco o curare altre condizioni che possono contribuire alle cardiopatie o alla morte improvvisa. Tuttavia, la sola terapia farmacologica non si è dimostrata efficace nel ridurre il numero di arresti cardiaci. Questi farmaci sono spesso assunti da pazienti già sottoposti ad impianto di defibrillatore (il “<strong>salva vita</strong>”), per ridurre la frequenza delle aritmie ventricolari e quindi il numero degli shock erogati dal dispositivo impiantato.</p>
<p>- <em><strong>Ablazione Transcatetere:</strong></em> con questa procedura, energia a radiofrequenza (calore), o crioterapia (freddo), o altre forme di energia vengono impiegate per distruggere piccole aree di muscolo cardiaco che danno origine all’attività elettrica anomala responsabile di ritmo cardiaco rapido o irregolare. L’energia è applicata mediante l’utilizzo di elettrocateteri inseriti, attraverso vene o arterie, fino al cuore. L’ablazione è spesso eseguita in pazienti già portatori di un defibrillatore, per diminuire l’incidenza di aritmie e quindi per ridurre gli shock erogati dal defibrillatore stesso.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine9/" rel="attachment wp-att-2487"><img class="aligncenter  wp-image-2487" title="Immagine9" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine9.png" alt="" width="320" height="257" /></a></p>
<p>- <strong><em>Defibrillatore Cardiaco Impiantabile (ICD):</em></strong> questi apparecchi hanno dimostrato di essere molto efficaci nel prevenire la morte cardiaca improvvisa in pazienti ad alto rischio. Come i pacemaker, gli <strong>ICD</strong> vengono impiantati sotto pelle (in regione sottoclavicolare sinistra, in genere) ed in corso di anestesia locale. Fili specifici, chiamati elettrodi, vanno dal defibrillatore, cui sono collegati, fino all’interno delle camere cardiache: in questo modo l’apparecchio controlla battito dopo battito l’attività elettrica del cuore e rileva ogni anomalia del ritmo. In caso di rilevamento di un ritmo pericoloso per la sopravvivenza, il defibrillatore eroga uno shock elettrico (<strong>DC shock</strong>) per interrompere l’aritmia, ripristinando così il ritmo cardiaco normale e prevenendo la morte improvvisa. Il defibrillatore può anche agire da pacemaker, se il cuore batte troppo lentamente.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/12/quando-il-cuore-va-in-cortocircuito-la-morte-cardiaca-improvvisa/immagine10/" rel="attachment wp-att-2488"><img class="aligncenter  wp-image-2488" title="Immagine10" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/Immagine10.png" alt="" width="400" height="245" /></a></p>
<p>Tutti i pazienti ad elevato rischio devono essere sottoposti ad impianto di defibrillatore in <strong>prevenzione</strong>, in quanto tale strumento è in grado di riconoscere e trattare automaticamente le aritmie ventricolari minacciose, prevenendo la morte improvvisa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>    Dott. <strong>Andrea Petretta</strong>                                                                                                                                                 </em></p>
<p><em></em>Dip. di Aritmologia ed Elettrofisiologia Cardiaca</p>
<p>Maria Cecilia Hospital  (<em>andrea.petretta@unina.it</em>)</p>
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		<title>Eventi astronomici del mese di maggio 2012</title>
		<link>http://www.saltafossi.it/2012/05/09/eventi-astronomici-del-mese-di-maggio-2012/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Con il naso all'insù-gli eventi astronomici del mese]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi astronomici]]></category>
		<category><![CDATA[maggio 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[ <p>Questi i principali eventi astronomici del mese di maggio 2012.</p> <p>Luna</p> <p>6 maggio: Luna piena (ore 05e37 tempo locale)</p> <p>Distanza Terra-Luna: 356˙718 km</p> <p>12 maggio: ultimo quarto di Luna (ore 23e49 tempo locale)</p> <p>Distanza Terra-Luna: 389˙739 km</p> <p>21 maggio: Luna nuova (ore 01e50 tempo locale)</p> <p>Distanza Terra-Luna: 408˙561 km</p> <p>28 maggio: primo quarto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F05%2F09%2Feventi-astronomici-del-mese-di-maggio-2012%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>Questi i principali eventi astronomici del mese di <strong>maggio</strong> 2012.</p>
<p><strong><a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/09/eventi-astronomici-del-mese-di-maggio-2012/luna/" rel="attachment wp-att-2453"><img class="alignleft  wp-image-2453" style="margin: 10px;" title="LUNA" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/LUNA-300x240.jpg" alt="" width="210" height="168" /></a>Luna</strong></p>
<p><strong>6 maggio</strong>: Luna piena (ore 05e37 tempo locale)</p>
<p>Distanza Terra-Luna: 356˙718 km</p>
<p><strong>12 maggio</strong>: ultimo quarto di Luna (ore 23e49 tempo locale)</p>
<p>Distanza Terra-Luna: 389˙739 km</p>
<p><strong>21 maggio</strong>: Luna nuova (ore 01e50 tempo locale)</p>
<p>Distanza Terra-Luna: 408˙561 km</p>
<p><strong>28 <strong>maggio</strong></strong>: primo quarto di Luna (ore 22e19 tempo locale)</p>
<p><strong>Distanza Terra-Luna: 376˙321 km</strong></p>
<p><span id="more-2451"></span></p>
<p><strong>Piogge meteoriche</strong></p>
<p><strong>5-6 maggio</strong>: Eta Acquaridi.</p>
<p>Date attive: dal 24 aprile al 20 maggio. Corpo progenitore: la cometa di Halley 1/P, il cui ultimo passaggio risale al 1986. Frequenza massima: fino a 15 meteore/ora.</p>
<p>Lo sciame è noto per offrire spesso meteore molto lunghe e dalla scia persistente. L’attività non eccezionale e il fatto che la costellazione dell’Acquario, dove è situato il radiante, sorge verso le 4 della mattina rendono assai relativo l’interesse per questa pioggia meteorica. La Luna piena, presente in cielo nelle date di massima attività, ne limita ulteriormente le osservazioni.</p>
<p><strong>Pianeti</strong></p>
<p><strong>Mercurio</strong><strong> è visibile con difficoltà all’alba verso est, fino alla prima decade del mese, poi scompare nelle luci crepuscolari. Il 27 maggio</strong><strong> è in congiunzione superiore</strong><strong> con il Sole.</strong></p>
<p><strong>Venere</strong><strong> </strong>continua a dominare incontrastato il cielo serale con una magnitudine compresa tra -4,4 e -4,3 almeno nella prima parte del mese. Tuttavia la sua visibilità diminuisce rapidamente e se all’inizio del mese tramonta 3 ore e mezza dopo il Sole, a fine maggio il ritardo si riduce ad appena 35 minuti, diventando praticamente inosservabile.</p>
<p><strong>Marte</strong> è visibile per buona parte della notte sotto la bellissima costellazione del Leone. La magnitudine ritorna ad essere positiva e il diametro angolare scende sotto i 10 secondi d’arco. Piccolo!</p>
<p><strong>Giove</strong><strong> risulta ancora osservabile i primi giorni del mese, anche se con grandi difficoltà, al tramonto verso ovest. Poi diviene inosservabile e il 13 maggio</strong><strong> è in congiunzione superiore con il Sole</strong><strong> per riapparire la mattina verso est</strong>.</p>
<p><strong>Saturno </strong><strong>è visibile per gran parte della notte tra le stelle della Vergine</strong>. Culmina attorno la mezzanotte ad inizio mese e tramonta quando inizia ad albeggiare. La coppia Saturno-Spica, stella alfa della costellazione, è un ottimo punto di riferimento in queste notti di fine primavera.</p>
<p><strong>Urano</strong><strong> </strong>inizia ad essere rintracciabile solo nella seconda parte del mese, quando sorge, tra est e sudest, prima dell’inizio del crepuscolo.</p>
<p><strong>Nettuno</strong> è osservabile la mattina, verso est-sudest, tra le stelle Iota e Theta (Ancha) della costellazione dell’Acquario, anche se rimane bassino sopra l’orizzonte.</p>
<p><strong>Altri fenomeni</strong></p>
<p><strong>1 maggio</strong>: congiunzione larga <strong>Luna-Marte</strong>, sotto la costellazione del Leone, con <strong>Regolo</strong> a completare il quadretto.</p>
<p><strong>4 maggio</strong>: congiunzione <strong>Luna-Spica-Saturno</strong><strong>. Una Luna quasi piena (fase crescente al 97%) staziona tutta la notte sotto la brillante stella alfa della Vergine, con Saturno poco distante a vegliare.</strong></p>
<p><strong>22 maggio</strong><strong>: congiunzione Luna-Venere</strong><strong>. Una sottilissima falce lunare (fase crescente al 3%) va a tramontare insieme al brillante Venere, entrambi immersi nella luce crepuscolare.</strong></p>
<p><strong>28 maggio</strong><strong>: </strong>congiunzione <strong>Luna-Regolo-Marte</strong>. Il nostro satellite naturale (fase crescente al 50%) forma un bel triangolo con il pianeta rosso e la stella alfa, proprio sotto la costellazione del Leone.</p>
<p><strong>31 maggio</strong><strong>: congiunzione Luna-Saturno-Spica</strong><strong>. Per la seconda volta nel mese di maggio, la Luna (fase crescente all’82%) avvicina la coppia Saturno-Spica nella costellazione della Vergine.</strong></p>
<p><em>ANGELO</em></p>
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		<title>C’è un po’ di Neanderthal in ognuno di noi (?)</title>
		<link>http://www.saltafossi.it/2012/05/05/ce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:42:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Monte Carmelo, Israele. Su questa cresta di calcare nell’alta Galilea, 100.000 anni fa vivevano gli esseri umani moderni. Poi, 80.000 anni fa circa, un incontro inaspettato: i Neanderthal, in fuga da un’ondata di freddo in Europa e diretti verso il Medio Oriente. <img class=" wp-image-2416 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="incontro" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/incontro-300x230.jpg" alt="" width="210" height="161" />E’ difficile immaginare come deve essere stato l’incontro tra due specie così fisicamente simili ma fondamentalmente diverse. Ed è anche difficile ipotizzare che genere di relazione possano aver instaurato. Convivevano pacificamente? Si piacevano o litigavano come cane e gatto? Si ignoravano? Facevano l’amore? CHIARA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F05%2F05%2Fce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>Monte Carmelo, Israele. Su questa cresta di calcare nell’alta Galilea, 100.000 anni fa vivevano gli esseri umani moderni. Poi, 80.000 anni fa circa, un incontro inaspettato: i Neanderthal, in fuga da un’ondata di freddo in Europa e diretti verso il Medio Oriente.</p>
<p>E’ difficile immaginare come deve essere stato l’incontro tra due specie così fisicamente simili ma fondamentalmente<a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/05/ce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi/incontro-2/" rel="attachment wp-att-2439"><img class="alignright  wp-image-2439" style="margin: 10px;" title="incontro" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/incontro1-300x230.jpg" alt="" width="240" height="184" /></a> diverse. Ed è anche difficile ipotizzare che genere di relazione possano aver instaurato. Convivevano pacificamente? Si piacevano o litigavano come cane e gatto? Si ignoravano? Facevano l’amore?</p>
<p>Di sicuro i Neanderthal erano dei bei personalini, rossi di capelli e pelle diafana, come alcuni moderni<em> Homo sapiens </em>europei. Si sa, i rossi hanno sempre avuto il loro fascino (Charlie Brown è di fatti follemente innamorato di una ragazzina dai capelli rossi)! Purtroppo però, pare che Neanderthal avesse anche un corpo tozzo e muscoloso, con gli avambracci e le gambe corte, e una testa grande (ma un cervello più grande di quello dell’uomo moderno) con arcate sopraccigliari sporgenti …  oggi definibile con l’espressione: “un tipo”!<span id="more-2409"></span></p>
<p>Come è possibile tracciare un identikit così preciso di un uomo vissuto in Eurasia in un periodo che va da 400.000 a circa 28.000 anni fa, quando si è estinto totalmente per cause ancora misteriose? Di sicuro non sono rimaste tracce né di capelli né di epidermide! Considerando però le zone di provenienza dell’uomo di Neanderthal, a livello intuitivo è facile prevedere che la pelle scura, fondamentale in Africa, non gli apparteneva proprio dal momento che non gli offriva alcun vantaggio evolutivo in Europa, anzi; ad alte latitudini la pelle chiara facilita maggiormente la produzione di vitamina D che favorisce i processi di mineralizzazione delle ossa. Nel 2007 però un team di ricercatori, tra cui anche il professor David Caramelli, del Dipartimento di biologia evoluzionistica dell’Università di Firenze, ha dato la conferma genetica a questa intuizione. Amplificando e sequenziando un frammento del gene MC1R (melanocortin 1 receptor), responsabile delle variazioni di colore della pelle e dei capelli negli esseri umani e in altri vertebrati, di due fossili ritrovati in Spagna e in Italia (nei Monti Lessini), i ricercatori hanno trovato una mutazione del gene tipica solo dei Neanderthal che riduce la funzione del gene stesso causando una pigmentazione cutanea chiara e capelli rossi [1]. I dati raccolti dagli scienziati hanno inoltre suggerito che la variante “inattivante” del gene MC1R si è evoluta indipendentemente nei Neanderthal e nell’uomo moderno, dando un’indicazione di convergenza evolutiva delle due specie, cioè adattamenti simili alle stesse pressioni ambientali (come il clima), piuttosto che un flusso genico dovuto ad un incrocio tra le due.</p>
<p>Su questo punto il mondo scientifico è al momento ancora dibattuto, e l’ipotesi di un “incrocio” tra <em>Homo sapiens</em> e il suo diretto cugino Neanderthal è più che mai aperta. Due sono le teorie principali: la prima, detta “out-of-Africa”, ipotizza che l’uomo moderno si sia evoluto da una piccola popolazione in Africa per poi “sostituire” tutte le altre popolazioni di ominidi, Neanderthal incluso, una volta raggiunte l’Europa e l’Asia; inoltre, in una versione semplificata di questa teoria, si assume che non ci sia stato alcun incrocio tra le popolazioni presenti simultaneamente in queste zone. La seconda ipotesi, detta “multiregionale”, sostiene invece che l&#8217;uomo moderno si sia evoluto contemporaneamente in diverse regioni del mondo . Secondo questa visione, gli esseri umani “arcaici” come Neanderthal non sono stati sostituiti dagli esseri umani anatomicamente moderni, ma, piuttosto, il flusso genico tra Africa, Europa e Asia ha portato l&#8217;evoluzione degli esseri umani moderni dalle popolazioni locali.</p>
<p>Cosa dicono le prove scientifiche al riguardo?</p>
<p>L’analisi morfologica dei reperti archeologici trovati a Monte Carmelo in Israele ad esempio non è stata molto illuminante. Dal fronte genetico invece, soprattutto dal 2000 al 2010, si sono fatti grandi passi avanti.</p>
<p>Nel 2000 un team di ricercatori guidati dal russo Ovchinnikov ha descritto per la prima volta l’estrazione, l’amplificazione e il sequenziamento del DNA di un osso di un bambino certamente appartenente alla specie Neanderthal. Il reperto, risalente a 29.000 anni fa, fu ritrovato nella grotta di Mezmaiskaya, nel nord del Caucaso, in una delle zone più ad est dell’areale di Neanderthal. Il Caucaso nello specifico è un hot spot nella storia dell’evoluzione umana perché<a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/05/ce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi/mappa-2/" rel="attachment wp-att-2414"><img class="size-medium wp-image-2414 alignright" style="margin: 10px;" title="mappa" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/mappa1-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a> corrisponde alla porta di ingresso degli  <em>Homo sapiens</em> anatomicamente moderni  in movimento dall’Africa verso l’Europa  e l’Oriente. L’analisi genetica fatta sul DNA mitocondriale (il DNA cioè contenuto nei mitocondri e passato interamente dalla madre ai figli, maggiormente utilizzato nelle ricerche molecolari sui DNA antichi perché presente in molte più copie rispetto al DNA nucleico) ha evidenziato innanzitutto una grande similitudine con il DNA mitocondriale proveniente da un altro reperto, rinvenuto nel 1856 a quasi 2.500 km di distanza, nella grotta di Feldhofer, nella valle di Neander (da cui il nome Neanderthal), vicino a Dusseldorf [3]. Queste grandi somiglianze genetiche riducono di conseguenza la probabilità che i Neanderthal abbiano avuto una variabilità di DNA mitocondriale tale da poter includere la diversità dell’uomo moderno. Inoltre dalle analisi filogenetiche è stato possibile raggruppare sia il Neanderthal caucasico che quello tedesco all’interno di uno stesso clade, cioè un gruppo tassonomico di organismi costituito da un antenato singolo comune e tutti i discendenti comuni a quell&#8217;antenato, ben distinti dall’uomo moderno: cioè significa che il DNA mitocondriale neandertaliano non ha contribuito al pool genetico del DNA mitocondriale dell’uomo moderno, confermando che il flusso genico tra le due specie è stato molto lento e ridotto, come precedentemente detto per il gene mutante “dei rossi” MC1R. La divergenza tra i due DNA mitocondriali nello specifico è stata stimata tra gli 853.000 e i 365.000 anni fa; questo localizza a livello temporale un antenato comune tra noi e i Neanderthal all’incirca 500.000 anni fa, che probabilmente viveva in una qualche parte dell’Africa. A conferma la teoria “out-of-Africa” a scapito di quella”multi regionale”.</p>
<p>Una scoperta sensazionale è però arrivata nel 2010 con l’importante lavoro di un team di ricerca internazionale che ha presentato il sequenziamento di 3 miliardi di nucleotidi estratti dalle ossa di 3 individui femminili di Neanderthal che vivevano in Croazia più di 38.000 anni fa [4]. Confrontando i genomi neandertaliani con i genomi completi di 5 individui moderni provenienti da diverse parti del mondo (dal Sud Africa, dall’Africa occidentale, della Papua Nuova Guinea, dalla <a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/05/ce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi/mappa2/" rel="attachment wp-att-2415"><img class="alignleft size-medium wp-image-2415" style="margin: 10px;" title="mappa2" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/mappa2-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a>Cina e dalla Francia), i ricercatori hanno trovato che sia gli Europei che gli Asiatici  condividono dall’1 al 4% del loro DNA con i Neanderthal. Ma non gli Africani. Questa scoperta suggerisce che gli antenati dell’uomo moderno hanno convissuto e si sono parzialmente incrociati con i Neanderthal una volta lasciata l’Africa (in Europa da 30.000 a 45.000 anni fa, e in Medio Oriente forse già 80.000 anni fa), ma certamente prima di sparpagliarsi in Europa e in Asia. Questo ci spiega perché anche un papuano o un cinese hanno in  comune con Neanderthal una certa parte di DNA senza che queste zone siano mai state raggiunte dai neandertaliani stessi. Come risultato, molte persone che vivono al di fuori dell’Africa hanno ereditato una piccola ma significativa quantità di DNA dai Neanderthal estinti. Fino al 2010 non era stato evidenziato alcun segno di commistione; il ritrovamento però di questo livello di incroci confuta la versione più stretta della teoria “out-of-Africa” che non prevede alcun tipo di incrocio per l’uomo che da una piccola popolazione dell’Africa è andato a colonizzare il mondo senza incrociarsi con le popolazioni già presenti, ma non il quadro generale della teoria: 2% di condivisione di DNA non è certo un numero da sottovalutare, ma resta pur sempre il 98% di variabilità genetica dell’uomo moderno imputabile ad una comune origine africana!</p>
<p>Lo scenario più probabile per l’ “incontro” tra gli antenati dell’uomo moderno e i neandertaliani è verosimilmente il movimento di un piccolo gruppo di Neanderthal  verso  un gruppo di moderni.</p>
<p>In questo caso infatti le varianti geniche neandertaliane sarebbero potute persistere nelle successive generazioni di esseri umani moderni nel caso in cui la popolazione incrociata avesse subito, come è accaduto, una rapida espansione. Questo scenario coincide con i fossili e gli utensili di pietra ritrovati in varie grotte israeliane, tra cui quelle del Monte Carmelo:  da 80.000 anni fa, i Neanderthal e i moderni vissero in queste grotte più o meno alternativamente, sovrapponendosi al massimo per 10.000 anni, costruendo strumenti simili (i Neanderthal meglio) e cacciando gli stessi animali.</p>
<p>I nostri antenati, quindi, e i neandertaliani erano “parenti vicini” (i loro genomi  coincidono al 99.5% [5], un po’ di più <a href="http://www.saltafossi.it/2012/05/05/ce-un-po-di-neanderthal-in-ognuno-di-noi/neanderthal-2/" rel="attachment wp-att-2438"><img class="alignright  wp-image-2438" style="margin: 10px;" title="neanderthal" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/05/neanderthal1-256x300.jpg" alt="" width="154" height="180" /></a>del 98% di coincidenza con il DNA degli scimpanzé [6]), vissero anche insieme per circa 10.000 anni, erano simili fisicamente e convivevano abbastanza pacificamente … e si sono pure piaciuti! Al punto che sarebbe più corretto non parlare di “estinzione” dei Neanderthal visto che una certa parte dei loro geni si ritrova in alcuni di noi. Quindi quando, passeggiando per la strada, salendo su un treno o facendo la spesa incontrate un rosso di capelli, non si sa mai che vi troviate faccia a faccia con un moderno Neanderthal!</p>
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<p><em><strong>CHIARA</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti</p>
<p>[1] Lalueza-Fox et al., 2007. Science, 318, 1453-1454.</p>
<p>[2] Ovchinnov et al., 2000. Nature, 404, 490-492.</p>
<p>[3] Krings et al., 1997. Cell, 90,19-30.</p>
<p>[4] Green et al., 2010. Science, 328, 710-722.</p>
<p>[5] Noona et al., 2006. Science, 314, 1113-1118.</p>
<p>[6] Britten, 2002. PNAS, 99,13633-13635.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Mettete dei fiori nei vostri cannoni…e sulla vostra tavola!</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 08:43:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La gastronomia floreale, cioè la cucina a base di fiori, sembra essere una delle tendenze gastronomiche più originali degli ultimi tempi. Vedo già qualcuno che storce il naso…fiori nel mio piatto? Ma per carità! Ah sì??? Avete mai mangiato qualche cavolfiore<a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/30/mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola/immagine2-10/" rel="attachment wp-att-2363"><img class="alignleft wp-image-2363" style="margin: 10px;" title="Immagine2" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine2.png" alt="" width="199" height="133" /></a> o qualche carciofo? Allora siete già consumatori di fiori! Infatti alcuni fiori hanno assunto nel tempo un importante ruolo nell’alimentazione e nella cultura gastronomica e molti di noi li consumano spesso senza sapere di cosa si tratta realmente. " [....] GIULIA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F03%2F30%2Fmettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>La gastronomia floreale, cioè la cucina a base di fiori, sembra essere una delle tendenze gastronomiche più originali degli ultimi tempi.</p>
<p><a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/30/mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola/img_0758/" rel="attachment wp-att-2378"><img class="alignleft  wp-image-2378" style="margin: 10px;" title="IMG_0758" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/IMG_0758.bmp" alt="" width="368" height="246" /></a>Vedo già qualcuno che storce il naso…fiori nel mio piatto? Ma per carità! Ah sì??? Avete mai mangiato qualche cavolfiore o qualche carciofo? Allora siete già consumatori di fiori! Infatti alcuni fiori hanno assunto nel tempo un importante ruolo nell’alimentazione e nella cultura gastronomica e molti di noi li consumano spesso senza sapere di cosa si tratta realmente. Tra queste infiorescenze possiamo ricordare alcune <em>Brassicacee</em> quali cavolfiore e broccoli, alcuni boccioli come capperi e carciofi, i fiori di zucca o alcune parti specifiche, come i pistilli di croco (<em>Crocus sativus</em>) utilizzati per la produzione di zafferano.</p>
<p>Il consumo ad uso alimentare di fiori è una pratica estremamente antica e molti fiori in passato sono stati consumati in maniera più ampia. Ad esempio  gli antichi Romani utilizzavano rose e viole (<em>Viola odorata</em>) per decorare le pietanze ed includevano alcuni petali come ingredienti in diverse preparazioni. Impiegavano anche  fiori di calendula per insaporire l’aceto e condire le carni.</p>
<p><span id="more-2362"></span>Nel Medio Evo alcuni fiori, come quelli di calendula (<em>Calendula officinalis</em>), erano impiegati quali componenti di insalate e l’imperatore Carlo Magno beveva vino aromatizzato al garofano.  Alcuni documenti riportano che i guerrieri Celti consumavano calici di vino aromatizzati con borragine, soprattutto prima di scendere in battaglia. Essi erano convinti che il consumo di questo infuso infondesse loro coraggio tanto che il nome del fiore “borrach&#8221; significa letteralmente “coraggio”. Solo recentemente diversi studi hanno dato un fondamento scientifico a questa credenza in quanto hanno messo in evidenza che questa pianta stimola realmente la produzione di adrenalina dopo l’ingestione.<br />
Anche la regina Elisabetta amava consumare fiori, specialmente primule, impiegate come accompagnamento di stufati di frutta mentre la regina Vittoria andava ghiotta di violette candite, avvolte in croccanti e molteplici veli di zucchero.</p>
<p>Oggi l’usanza di utilizzare fiori in cucina ha ripreso vigore, soprattutto per migliorare l’aspetto estetico, il colore, l’aroma e anche le proprietà nutrizionali di molti alimenti. Vengono utilizzati tra gli ingredienti di un’insalata, per aromatizzare o <a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/30/mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola/immagine3-8/" rel="attachment wp-att-2364"><img class="alignright size-full wp-image-2364" style="margin: 10px;" title="Immagine3" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine3.jpg" alt="" width="242" height="194" /></a>ingentilire il sapore di una zup</p>
<p>pa, oppure caramellati, fritti e come ingredienti di marmellate e gelati. Il loro impiego dipende, ovviamente, dal loro sapore. Fiori dal gusto forte e piccante, come i garofani, oppure dal sapore particolare, come le violette, vengono impiegati come ingredienti in insalate. I fiori di zucca, i gigli di palude e le petunie hanno un gusto saporito mentre i fiori di lavanda hanno un sapore dolce e delicato che è perfetto per le marmellate o per aromatizzare alcuni piatti</p>
<p>come il couscous. I fiori di nasturzio hanno un gusto piccante e sono impiegati come ottimi digestivi. Inoltre il sapore della rosa ricorda la mela (contiene infatti alcune molecole aromatiche caratteristiche di questa Pomacea) mentre il crisantemo risulta amaro e viene impiegato per esaltare le fritture.</p>
<p>I fiori di acacia (<em>Robinia pseudo</em><a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/30/mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola/immagine1-13/" rel="attachment wp-att-2365"><img class="wp-image-2365 alignleft" title="Immagine1" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine1.png" alt="" width="373" height="570" /></a><em>acacia</em>), invece, sono utilizzati con una certa frequenza come esaltatori di aroma.</p>
<p>E da un punto di vista nutrizionale? Beh, dipende dalla parte che si prende in considerazione. Ad esempio il polline è ricco di carboidrati  ma anche di sostanze azotate, lipidi, carotenoidi e flavonoidi. Il nettare invece è ricco di zuccheri semplici, aminoacidi (soprattutto prolina) e proteine, sali, acidi organici, sostanze fenoliche, alcaloidi e terpenoidi. I petali contengono, in aggiunta ai componenti già detti, anche vitamine, sali minerali e altre sostanze quali antocianine e carotenoidi, che determinan</p>
<p>o il colore del fiore stesso. Inoltre molti fiori sono ricchi di molecole antiossidanti che hanno lo scopo di rallentare la senescenza di quest’organo. Queste molecole sono soprattutto fenoli (acido gallico, catechine) o flavonoidi (luteolina, acido clorogenico, acacetina) e sono abbondanti in fiori come il nasturzio (<em>Tropaeolum major</em>) alcune liliacee (<em>Hemerocallis</em> spp.), alcune rose o crisantemi (<em>Chrysanthemum</em> spp).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In letteratura compaiono sempre più di frequente studi sulle proprietà dei fiori edibili e soprattutto sul loro profilo aromatico. Infatti, il mondo accademico si è concentrato sullo studio della bioattività dei componenti che si ritrovano nei fiori, inserendo questi lavori nel più ampio settore che analizza gli oli essenziali e i componenti aromatici dei vegetali in genere. Questi studi hanno raccolto nell’ultimo decennio un notevole interesse sia accademico che industriale, anche grazie alle interessanti proprietà antimicrobiche che questi composti possono esercitare. Dall’analisi dei profili aromatici si possono individuare i principali costituenti degli oli essenziali dei fiori, dove alcune molecole la fanno da padrone. E’ il caso dell’alcool fenetilico, uno degli alcoli più diffusi e che rappresenta il maggior componente dell&#8217;essenza di <em>Rosa centifolia</em> (50-60%). Altri alcoli sono molto comuni quali nerolo, geraniolo e linalolo e spesso si ritrovano anche le aldeidi corrispondenti quali nerale e geraniale. Questi composti sono studiati e proposti da anni come antimicrobici naturali da impiegare come sanitizzanti in alcuni alimenti poiché sono note le loro proprietà contro alcuni lieviti degradativi così come contro alcuni patogeni alimentari. Inoltre nell’aroma di alcune violette si ritrova in grandi quantità il β- ionone, studiato in campo medico per le sue proprietà antitumorali. Da questo quadro emerge quindi che le molecole che si ritrovano nei fiori edibili hanno elevate proprietà nutrizionali ma anche valenze funzionali e nutraceutiche.  Quindi i fiori potrebbero non solo essere belli e buoni ma anche salutari?  In un certo senso sì, anche se non è tutto oro ciò che luccica. Infatti, purtroppo, esistono anche veri e propri <a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/30/mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannonie-sulla-vostra-tavola/immagine2-11/" rel="attachment wp-att-2377"><img class="size-medium wp-image-2377 alignright" style="margin: 10px;" title="Immagine2" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine21-300x200.png" alt="" width="300" height="200" /></a>fiori velenosi (anemone, camelia, ciclamino, oleandro). Inoltre  i fiori che arrivano sul nostro piatto dovrebbero essere esenti da trattamenti chimici di qualunque genere: è buona norma evitare di procurarsi prodotti per uso alimentare da circuiti di vendita strettamente floreali, a causa dei trattamenti che questi fiori subiscono e che li rendono non compatibili con l’alimentazione umana.</p>
<p>Occorre anche puntualizzare che alcuni fiori sono ricchi di sostanze ad azione antinutrizionale o tossiche, che, se consumate in eccesso risulterebbero dannose all’organismo. Da questo punto di vista, basta ricordare ciò che professava</p>
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<p>Paracelso, grande uomo del ‘500 e, oltre alle altre cose, anche primo botanico sistematico, il quale pensava che “Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno”. Perciò, a meno che non abbiate intenzione di cibarvi di chili e chili di boccioli e petali, queste sostanze non eserciteranno alcun effetto negativo sul vostro organismo…quindi buon appetito a tutti!</p>
<p><strong><em>GIULIA</em></strong></p>
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		<title>Quando la musica “confonde”: insetticidi musicali</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 16:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[><img class="alignleft wp-image-2295" style="margin: 10px;" title="Hegel_mucche_Wisconsin[1]" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Hegel_mucche_Wisconsin13.png" alt="" width="260" height="314" /></a>Nel suo saggio intitolato <strong><em>L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin</em></strong>, Alessandro Baricco per spiegare la bizzarria del titolo afferma già nelle prime battute del testo che alcuni studi condotti dall'Università di Madison nel Wisconsin (Usa) hanno dimostrato che la produzione di latte nelle mucche che ascoltano musica sinfonica aumenta del 7,5%. Il medico e psichiatra Rolando Benenzon, autorità mondiale in materia di musicoterapia, in uno dei suoi studi racconta invece un episodio: "Un contadino dell'Illinois (Usa) piantò due serre che si trovavano nelle stesse condizioni di fertilità, umidità e temperatura, gli stessi semi; in una serra applicò degli altoparlanti che diffondevano musica 24 ore su 24. Dopo un certo periodo si accorse che nella serra dove era diffusa la musica il mais era germogliato più rapidamente, il peso della pannocchie era maggiore e che il quoziente di fertilità del terreno era aumentato; […]” Marco P. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F03%2F23%2Fquando-la-musica-confonde-insetticidi-musicali%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p><a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/23/quando-la-musica-confonde-insetticidi-musicali/hegel_mucche_wisconsin1-4/" rel="attachment wp-att-2295"><img class="alignleft  wp-image-2295" style="margin: 10px;" title="Hegel_mucche_Wisconsin[1]" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Hegel_mucche_Wisconsin13.png" alt="" width="260" height="314" /></a>Nel suo saggio intitolato <strong><em>L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin</em></strong>, Alessandro Baricco per spiegare la bizzarria del titolo afferma già nelle prime battute del testo che alcuni studi condotti dall&#8217;Università di Madison nel Wisconsin (Usa) hanno dimostrato che la produzione di latte nelle mucche che ascoltano musica sinfonica aumenta del 7,5%.</p>
<p>Il medico e psichiatra Rolando Benenzon, autorità mondiale in materia di musicoterapia, in uno dei suoi studi racconta invece un episodio: &#8220;Un contadino dell&#8217;Illinois (Usa) piantò due serre che si trovavano nelle stesse condizioni di fertilità, umidità e temperatura, gli stessi semi; in una serra applicò degli altoparlanti che diffondevano musica 24 ore su 24. Dopo un certo periodo si accorse che nella serra dove era diffusa la musica il mais era germogliato più rapidamente, il peso della pannocchie era maggiore e che il quoziente di fertilità del terreno era aumentato; […]”</p>
<p>Per quanto riguarda la medicina veterinaria circola la battuta che le mucche amano Mozart e che, al contrario, Wagner ed il jazz, ostacolino la produzione di latte. Ma nei centri americani il problema viene studiato con serietà. Una statistica dell&#8217;Illinois dimostra che il rendimento delle mucche nelle stalle adiacenti agli aeroporti diminuisce fino a diventare nullo a causa del rumore&#8221;.</p>
<p>Ma in che modo e con quale meccanismo la musica riesce a produrre (se è vero che lo fa) questo effetto benefico?</p>
<p><span id="more-2275"></span></p>
<p>Gli animali possono percepire le varietà di suono e alcuni possono addirittura riscontrare differenze tra i vari compositori e stili musicali, senza però ricordare le melodie e l&#8217;aspetto olistico della musica. Questo suggerisce che siano coinvolti alcuni meccanismi del cervello primitivo in almeno alcune delle risposte ai suoni. In ogni caso il collegamento tra la capacità di apprezzare o meno la musica e una risposta fisiologica come l’aumento della produzione di latte non è ancora spiegabile in nessun modo.</p>
<p>E per le piante poi?  Quale cervello, primitivo o no, permetterebbe loro di distiguere e riconoscere i suoni?</p>
<p>In maniera indiretta una prima risposta plausibile a questa curiosità si può ritrovare nel lavoro di alcuni ricercatori entomologi, Andrea Lucchi dell&#8217;università di Pisa e Valerio Mazzoni, in forza alla Fondazione E. Mach di S. Michele all&#8217;Adige, che hanno iniziato ormai da alcuni anni a studiare l’effetto delle vibrazioni sonore sulle piante. O, meglio, su alcuni insetti parassiti delle piante. Quello che hanno ipotizzato e verificato i due studiosi è che le vibrazioni sonore possono “disturbare” questi insetti confondendoli durante la loro danza di accoppiamento e quindi possono rappresentare un sistema di difesa non invasiva contro gli insetti, tale da diminuire la necessità di ricorso ai pesticidi.</p>
<p><a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/23/quando-la-musica-confonde-insetticidi-musicali/scaphoideus-titanus_049a_gseljak/" rel="attachment wp-att-2278"><img class="alignleft  wp-image-2278" style="margin: 10px;" title="Scaphoideus-titanus_049a_GSeljak" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Scaphoideus-titanus_049a_GSeljak.jpg" alt="" width="203" height="135" /></a>Oggetto delle ricerche è una cicalina, un <strong>piccolo insetto </strong>chiamato <span style="text-decoration: underline;"><em>Scaphoideus titanus</em></span>, vettore di una pericolosa malattia chiamata <strong>flavescenza dorata che colpisce le viti </strong>di tutta Europa. Nonostante il nome altisonante in realtà da adulta misura appena 6 millimetri. Originaria dell’America del Nord, è arrivata nei nostri vigneti all’inizio degli anni ’60.<a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/23/quando-la-musica-confonde-insetticidi-musicali/flavescenza-dorata/" rel="attachment wp-att-2281"><img class="alignright  wp-image-2281" style="margin: 10px;" title="Flavescenza dorata" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/Flavescenza-dorata.jpg" alt="" width="287" height="189" /></a></p>
<p>Avendo la vista poco sviluppata per comunicare usa vibrazioni a bassa frequenza, che emette danzando. Il maschio chiama la femmina, al crepuscolo e nelle prime ore della sera. Fa vibrare l’addome e produce un tamburellare ritmico: le vibrazioni passano attraverso le zampe e arrivano alle foglie delle piante. La “frase” di corteggiamento segue un canone preciso: è formata da quattro sezioni in cui gli impulsi si alternano ai ronzii. Quando la femmina risponde inizia un duetto, un tamburellare incalzante che termina con la copula. Ma talvolta si inserisce un terzo incomodo, un maschio concorrente che emette suoni dal ritmo sincopato. In questo caso il corteggiamento si interrompe e i due non si accoppiano. E il terzo incomodo può approfittarne per fecondare la femmina. <a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/23/quando-la-musica-confonde-insetticidi-musicali/8c98b4e778374816edc942061ab151c9/" rel="attachment wp-att-2280"><img class="size-full wp-image-2280 alignleft" style="margin: 10px;" title="8c98b4e778374816edc942061ab151c9" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/8c98b4e778374816edc942061ab151c9.jpg" alt="" width="290" height="194" /></a></p>
<p>Quello che gli studiosi si sono chiesti è se un terzo incomodo “virtuale” sarebbe stato in grado di interrompere l’accoppiamento. Così hanno provato a riprodurre i segnali vibrazionali via computer e a trasmetterli alle foglie di vite. I risultati ottenuti sia in laboratorio sia in vigneto sono incoraggianti, essendo riusciti a ingannare gli insetti mascherando la risposta della femmina o confondendo il maschio. Nei vigneti di San Michele all’Adige il segnale è stato registrato fino a venti metri dalla zona di emissione.</p>
<p><strong>Un&#8217;altra ricerca sulla possibile influenza della musica</strong>, sul comportamento degli insetti <strong>è in corso in un&#8217;azienda vinicola di Montalcino</strong>, che da qualche anno fa risuonare nei suoi vigneti le melodie di Mozart. La convinzione del proprietario è che la musica influenzi positivamente la qualità delle produzioni. L&#8217;ipotesi è che gli insetti &#8220;disturbati dalle vibrazioni a bassa frequenza che le note di Mozart fanno risuonare sulla vegetazione, abbandonino il vigneto spostandosi verso aree ‘silenziose&#8217; dove poter comunicare in tutta tranquillità.</p>
<p>Infatti, se prima la continuità del substrato sul quale gli insetti stabiliscono un dialogo vibrazionale (ad es. 2 foglie di vite che comunicano attraverso una porzione di tralcio) era ritenuta indispensabile per il trasferimento del messaggio da un insetto all&#8217;altro, un recente studio della dottoranda <strong>Anna Eriksson</strong> (sempre dell’Univ. di Pisa) ha dimostrato per la prima volta che il trasferimento e la percezione dei segnali vibrazionali non avvengono solo in presenza di continuità di substrato ma, entro certi limiti, maschio e femmina possono comunicare anche attraverso il mezzo aereo, da foglie che non abbiano in comune alcun contatto fisico.</p>
<p>Sarà questo (l’eliminazione di parassiti e competitori) uno dei meccanismi per cui la musica oltre ad essere un piacere per le nostre orecchie riesce a farsi apprezzare anche da piante e animali e a migliorare la loro crescita? Certo non l’apprezzeranno così le cicaline scacciate…ma comunque…<strong><em> De gustibus non disputandum est</em></strong>, si sa&#8230;</p>
<p>Una cosa è sicura: se dovesse diffondersi questo metodo (e altri simili) sarebbe un ottimo modo per limitare l’uso degli insetticidi chimici, dannosi anche per la salute dell&#8217;uomo oltre che dell&#8217;ambiente. Oggi in tutto il mondo sono circa un milione gli ettari in cui la lotta contro gli insetti è basata sulla confusione sessuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marco P.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>_________________________________________________________________</p>
<p>BIBLIOGRAFIA</p>
<p>-Alessandro Baricco &#8211; &#8220;L&#8217; anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Una riflessione su musica colta e modernità&#8221; &#8211; Edizioni Feltrinelli 2009;</p>
<p>- Anna Eriksson, Gianfranco Anfora, Andrea Lucchi, Meta Virant-Doberlet, Valerio Mazzoni &#8211; &#8220;Inter-Plant Vibrationl Communication in a Leafhopper Insect&#8221; &#8211; PLoS One. 2011 May 5;6(5):e19692. -  <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3088713/?tool=pubmed">Freely avaible online</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1></h1>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Quinto elemento: storia di un Armageddon fosforica</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 20:11:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristian</dc:creator>
				<category><![CDATA[chimica]]></category>
		<category><![CDATA[economia & società]]></category>
		<category><![CDATA[energia & ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[Sahara occidentale]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'agricoltura]]></category>

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		<description><![CDATA[ Si parla molto del declino delle fonti energetiche fossili; si parla decisamente meno del depauperamento delle fonti minerali ed in generale delle risorse che servono a fini materiali. Un esempio di esaurimento dimenticato è legato al <strong>fosforo</strong>,<a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/05/il-quinto-elemento-storia-di-un-armageddon-fosforica/shara1/" rel="attachment wp-att-2234"><img class="size-medium wp-image-2234 alignright" style="border: 10px solid white;" title="shara1" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/shara1-300x187.png" alt="" width="300" height="187" /></a> che rappresenta (assieme all’azoto e il potassio) l’ingrediente base per la produzione di fertilizzanti di sintesi. Sebbene il tempo di esaurimento di questo elemento sia simile a quello del petrolio, le implicazioni legate ad una mancanza di fosforo sono di fatto più inquietanti: se il petrolio significa benessere, il <strong>fosforo significa cibo</strong>. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F03%2F05%2Fil-quinto-elemento-storia-di-un-armageddon-fosforica%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>Si parla molto del declino delle fonti energetiche fossili; si parla decisamente meno del depauperamento delle fonti minerali ed in generale delle risorse che servono a fini materiali. Un esempio di esaurimento dimenticato è legato al <strong>fosforo</strong>, che rappresenta (assieme all’azoto e il potassio) l’ingrediente base per la produzione di fertilizzanti di sintesi. Se<a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/05/il-quinto-elemento-storia-di-un-armageddon-fosforica/shara1/" rel="attachment wp-att-2234"><img class="size-medium wp-image-2234 alignright" style="border: 10px solid white;" title="shara1" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/shara1-300x187.png" alt="" width="300" height="187" /></a>bbene il tempo di esaurimento di questo elemento sia simile a quello del petrolio, le implicazioni legate ad una mancanza di fosforo sono di fatto più inquietanti: se il petrolio significa benessere, il <strong>fosforo significa cibo</strong>.</p>
<p>In un’agricoltura altamente dipendente da input esterni, il fabbisogno agricolo di fosforo è per lo più soddisfatto dall’uso di fertilizzanti di sintesi, ad oggi ottenuti quasi completamente a partire dall’escavazione di una particolare conformazione geologica del <strong>Sahara occidentale</strong> molto ricca in questo elemento. Sottolineiamo che attualmente, e forse non a caso, il Sahara occidentale è occupato militarmente dal Marocco nonché conteso tra vari nazioni africane.</p>
<p>Sebbene il fabbisogno di fosforo (17.5 Mt per anno) sia minore di quello del petrolio (8000 Mt per anno), i giacimenti facilmente sfruttabili (accessibili e con tenore di fosforo accettabile, ovvero rocce fosfatiche e accumuli di guano) sono relativamente limitati (1000-2000 Mt). Questo significa che i fertilizzanti contenenti fosforo non solo provengono da una <strong>risorsa non rinnovabile</strong> come il petrolio, ma questa è soprattutto ancora più geograficamente concentrata.</p>
<p><span id="more-2232"></span></p>
<p>A parte l’intrinseca insicurezza di approvvigionamento di una fonte così concentrata, anche l’abbondanza assoluta non è così rassicurante. Dividendo la quantità totale per il consumo attuale (che tra l’altro è in crescita) si ricavano <strong>50-100 anni di autonomia massima</strong>. Considerando che stiamo parlando di agricoltura e cibo c’è da far tremare i polsi.</p>
<p>Il fosforo rappresenta il <strong>quinto elemento</strong> in ordine di abbondanza nei sistemi viventi.  Per questo è uno degli ingrediente base dei fertilizzanti di sintesi o tradizionali (letame), e rappresenta l’elemento limitante in una vasta gamma di ecosistemi. La biomassa, se si trascurano i microelementi, è fondata in ordine di importanza su carbonio (maggiore del 40%, ottenuto dalla CO<sub>2</sub> atmosferica), idrogeno e ossigeno (che assieme costituiscono circa il 50% della biomassa e sono entrambi ottenibili dall’acqua), azoto (1-10% in peso, ottenibile con notevole dispendio energetico dall’azoto atmosferico), fosforo (meno del 1%, ottenibile lentamente dalla crosta terrestre)  ed elementi minerali (relativamente abbondanti quasi in tutte le rocce). Semplificando, se manca uno solo di questi ingredienti la biomassa non cresce più, e per noi significa fame.</p>
<p>Se si valuta il problema nel dettaglio, tutta la storia dell’agricoltura è legata, non tanto al reperimento di superficie arabile, quanto al reperimento di azoto e fosforo.  La terra e l’acqua infatti da sole non bastano per ottenere cibo, e l’esistenza di fattori limitanti alla produzione agricola spiega anche perché, fino alla rivoluzione industriale, molte aree del pianeta idonee alla crescita vegetale non sono state intaccate se non superficialmente (per esempio con l’allevamento) dall’uomo.</p>
<p>I vari boom demografici verificatesi nel corso della storia possono essere facilmente legati all’ adozione di differenti tecniche di ottenimento e concentrazione di questi elementi sui terreni utilizzati a fini agricoli. La tecnica “<strong>brucia-e-coltiva</strong>” è stata la prima forma agricola praticata (tuttora in uso in varie zone del mondo) e, molto probabilmente, lo scopo dell’incendio non era tanto quello di liberare  ulteriore terra in modo definitivo (la superficie totale utilizzata restava la stessa), ma piuttosto quello di utilizzare le sostanze nutritive, soprattutto sali minerali e fosforo, contenute nella biomassa arborea, in grado di assorbire  lentamente il fosforo contenuto in bassa concentrazione nelle rocce attraverso complesse simbiosi con funghi. Allo stesso modo, lo schema base di agricoltura/allevamento bovino tradizionale dell’Europa centrale rispondeva non solo all’esigenza di produzione di latte e carne, ma anche ad una concentrazione ad hoc dei nutrienti dai pascoli alle zone coltivate, attraverso l’uso del letame.</p>
<p>Per quanto riguarda il fabbisogno di azoto, l’umanità ha di fatto risolto il problema prima attraverso nuove modalità agricole (rotazione delle colture o coltivazione in risaia), poi attraverso la scoperta del <strong>processo</strong> <strong>Haber-Bosch</strong> per la sintesi chimica dell’ammoniaca a partire da azoto (che costituisce l’80% dell’atmosfera) e idrogeno, gas facilmente producibile da metano, biomassa o tramite elettrolisi dell’acqua.  Di fatto, la sintesi di Haber-Bosch replica industrialmente i processi biologici di fissazione di azoto. In questo caso, pur restando il dispendio energetico, il problema della rinnovabilità è definitivamente risolto: l’azoto atmosferico è rinnovabile  e praticamente inesauribile  ed anche l’idrogeno è “potenzialmente” rinnovabile (se prodotto da processi rinnovabili). Con buona pace dell’ “agricoltura tradizionale”,  non andrebbe mai dimenticata la portata ecologica di questo processo che ha, a tutti gli effetti, incluso l’uomo nella gilda degli organismi azoto-fissatori.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/03/05/il-quinto-elemento-storia-di-un-armageddon-fosforica/fosfor1-2/" rel="attachment wp-att-2246"><img class="aligncenter  wp-image-2246" title="fosfor1" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/03/fosfor11-1024x773.jpg" alt="" width="509" height="383" /></a></p>
<p>Per quanto riguarda il fosforo il processo naturale non permette particolari interventi in quanto:</p>
<ol>
<li>Le piante assorbono il fosforo a bassa concentrazione (le cui riserve ammontano a 6.000.000 Gt, una quantità enorme)</li>
<li>noi utilizziamo questo fosforo e lo ridistribuiamo, e infine lo dissipiamo.</li>
</ol>
<p>Questo processo naturale ha un limite derivante dalla capacità di estrazione delle piante (in ultima analisi derivante dall’energia solare) ed è dunque inevitabile che la “fame” di fosforo aggiuntivo si acuisca progressivamente. La soluzione più a portata di mano è al tempo stesso semplice ed efficace (sul breve periodo): individuare dei giacimenti contenenti elevatissime quantità di quest’elemento e trasferire fosforo dove necessario.</p>
<p>Attualmente, il doping di fosforo non rinnovabile (<strong>17.5 Mt annue</strong>) supera le fonti naturali di fosforo (<strong>12 Mt annue</strong>) e permette al sistema agricolo di funzionare con regimi e produttività più elevate senza determinare un declino nella fertilità dei suoli.  L’incremento di immissione determina un parallelo incremento del flusso di fosforo verso l’oceano e verso forme inutilizzabili, da dove può essere rimesso in circolo e ri-concentrato solo da fenomeni geologici (su scala di milioni di anni). In conclusione, stiamo quindi utilizzando in modo definitivo la risorsa.</p>
<p>Metà di questa perdita è dovuto all’uso eccessivo di fertilizzanti minerali a rilascio veloce<strong>,</strong> che non permettono un completo assorbimento dei nutrienti delle piante,  e all’<strong>erosione</strong>. L’altra metà è dovuta all’<strong>allevamento industriale</strong>, che spesso non prevede l’uso agricolo dei nutrienti escreti dagli animali e soprattutto non prevede un facile e sicuro recupero del fosforo contenuto nelle ossa degli animali abbattuti.  Inoltre, analogamente a ciò che è successo per l’energia,  la disponibilità di fosforo “gratuito” in alte concentrazioni sta distorcendo le attività agricole incrementando le rese agricole nei paesi ricchi, spingendo sempre più verso un modello alimentare basato sulla carne, che a sua volta determina la dissipazione di un quantitativo ancora maggiore di fosforo. Non c’è un’ unica soluzione alla futura carenza del fosforo, ma il problema va trattato con un ventaglio di accorgimenti più o meno dispendiosi.  Al fine di rendere sostenibile l’uso del fosforo dovremmo limitare drasticamente le perdite dei suoli riducendo l’erosione e con l’uso di ammendanti a lento rilascio, recuperare i nutrienti a valle del dilavamento tramite la fitodepurazione e riciclare completamente il fosforo escreto dagli animali e dagli umani. Inoltre una soluzione estremamente efficace, anche se culturalmente complicata, consisterebbe nella progressiva riduzione del consumo di carne (il che determinerebbe un dimezzamento del fabbisogno di fosforo). Più in generale la gestione del fosforo dovrebbe rientrare nella pianificazione ambientale, così come quella del carbonio. Il destino del fosforo dovrebbe essere considerato, per esempio, nei processi di ottenimento di energia da biomasse, cercando di favorire un riutilizzo al suolo della parte inorganica (ceneri di combustione) o del residuo minerale-carbonioso (biochar) ed evitando di smaltire i materiali in discarica. Dal punto di vista scientifico la problematica presenta risvolti interessanti, come lo sviluppo di nuove strategie per il recupero di fosforo o l’individuazione di nuove strategie per l’ottenimento e la concentrazione a partire da foni diluite e marginali.</p>
<p><em><strong>Cristian</strong></em></p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
</div>
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		<title>Le misteriose morti dello Yunnan</title>
		<link>http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 09:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[biologia]]></category>
		<category><![CDATA[chimica]]></category>
		<category><![CDATA[aminoacidi D]]></category>
		<category><![CDATA[Trogia venenata]]></category>
		<category><![CDATA[Yunnan]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="alignright size-medium wp-image-2204" style="margin: 10px;" title="yunnan" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/yunnan-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /> Avete presente il Dott. Gregory House, medico scorbutico che indaga su insolvibili “gialli ospedalieri” come un novello Sherlock Holmes in camice bianco? Non so da chi o cosa abbiano tratto ispirazione i creatori della serie televisiva, ma se fossero venuti a conoscenza del mistero che negli ultimi 30 anni ha avvolto la provincia dello Yunnan nella Cina sud-occidentale, sicuramente l’avrebbero utilizzato come materia succulenta per un episodio dai sapori esotici. [...] <strong><em>Chiara</em></strong><strong><em> </em></strong> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F02%2F17%2Fle-misteriose-morti-dello-yunnan%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>Avete presente il Dott. Gregory House, medico scorbutico che indaga su insolvibili “gialli ospedalieri” come un novello Sherlock Holmes in camice bianco? Non so da chi o cosa abbiano tratto ispirazione i creatori della serie televisiva, ma se fossero venuti a conoscenza del mistero che negli ultimi 30 anni ha avvolto la provincia dello Yunnan nella Cina sud-occidentale, sicuramente l’avrebbero utilizzato come materia succulenta per un episodio dai sapori esotici.</p>
<p><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/cina-2/" rel="attachment wp-att-2220"><img class="alignleft size-full wp-image-2220" style="margin: 10px;" title="cina" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/cina1.jpg" alt="" width="334" height="273" /></a>Lo Yunnan è la provincia più a sud-ovest della Cina, confinante con la Birmania, il Laos, il Vietnam e il Tibet; presenta una notevole varietà di ambienti, con grandi altipiani e vette che superano i 6.500 m nel nord e climi più tropicali nella parte sud. E’ la provincia cinese con la maggior biodiversità e il più alto numero di endemismi (sono state calcolate circa 17.000 specie di piante superiori di cui 2.500 endemiche), per   cui è stata designata nel 1992 “Endemic Bird Area” (BirdLife Internetional), nel 1995 “Center of Plant Diversity” (WWF), nel 1997 “Global Biodiversity Hotspot” (Conservation International) e nel 1998 “Global 200 List Priority Ecoregion” per la conservazione della biodiversità (WWF).</p>
<p>In questo paradisiaco “punto caldo” di biodiversità, dal 1978 al 2009, ogni estate durante la stagione delle piogge sono stati registrati strani casi di morti improvvise in seguito ad inspiegabili<a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/yunnan/" rel="attachment wp-att-2204"><img class="alignright size-medium wp-image-2204" style="margin: 10px;" title="yunnan" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/yunnan-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a> aritmie e conseguenti arresti cardiaci. La patologia misteriosa, chiamata “Yunnan Unknown Cause Sudden Death”, ha fino ad ora ucciso circa 400 persone e colpito decina di centinaia di altre, indipendentemente dalla loro età e per lo più dislocate in piccoli villaggi remoti ad altitudini comprese tra i 1.800 e 2.400 metri sul livello del mare [1].</p>
<p><span id="more-2202"></span></p>
<p>Inizialmente gli epidemiologi ipotizzarono che la causa potesse essere la patologia di Keshan (dal nome della regione di Keshan nel nord-est della Cina dove venne diagnosticata per la prima volta), una cardio-miopatia causata dalla combinazione di carenza di selenio nella dieta e la presenza di un ceppo mutante del virus Coxsackie. Ma nessuno dei fattori di rischio di questa sindrome collimava con la realtà dei fatti, e soprattutto il virus Coxsackie, isolato solo in 4 villaggi di tutta la provincia dello Yunnan, risultava molto comune anche in altre zone della Cina.</p>
<p>Nel 2004 il governo di Pechino decise di incaricare l’unità speciale China Field Epidemiology Training Program <a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/immagine1-12/" rel="attachment wp-att-2209"><img class="alignleft size-medium wp-image-2209" style="margin: 10px;" title="Immagine1" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/Immagine1-300x193.jpg" alt="" width="240" height="154" /></a>(CFETP) del Chinese Centre for Disease Control and Prevention (CDC) di risolvere questo ostico ed inspiegabile caso. Nel 2005 gli esperti arrivarono sul campo e, puntuali come orologi svizzeri, a luglio iniziarono i decessi. Due terzi delle vittime prima di morire  manifestavano sintomi estremamente generici come nausea, vertigini, palpitazioni, affaticamento, non associabili ad alcuna patologia specifica, ma le successive autopsie furono illuminanti poiché indicarono senza ombra di dubbio che non poteva trattarsi della malattia di Keshan: il virus Coxsackie infatti devasta il muscolo cardiaco causando delle lesioni a griglia, del tutto assenti negli organi analizzati con le autopsie [2]. E così, come nella miglior tradizione del Dott. House, la prima ipotesi (nella serie tv sempre formulata da qualche borsista zelante) fu un buco nell’acqua. Dal momento inoltre che le cause genetiche erano da escludersi e che alcuni organi presentavano alcune lesioni (ma non letali), mentre altri risultavano completamente normali, iniziò ad insinuarsi il sospetto che la causa potesse essere una rara tossina naturale o una droga vegetale molto potente (come il nostro caro Dott. House insegna quando non si trova alcuna spiegazione razionale ad una patologia inspiegabile).</p>
<p>Le tossine naturali sono tra i veleni più potenti al mondo e, essendo diffusissime, rappresentano un serio problema di contaminazione alimentare, come nel caso delle aflatossine, composti chimici prodotti dal fungo <em>Aspergillus flavus</em> che può contaminare grano, legumi e noci, o le tossine algali che attraverso i pesci risalgono la catena alimentare fino all’uomo.</p>
<p>Nello Yunnan le tossine naturali sono potenzialmente migliaia: la “troppa” (nel caso specifico) biodiversità, data dalle oltre 17.000 specie di piante e da una grandissima varietà di funghi (tra cui gli innocui i matsutake, molto amati dai giapponesi, e i porcini di cui anche noi italiani siamo consumatori accaniti), rende la ricerca di una specifica tossina killer un’impresa ardua quasi quanto cercare il classico ago nel pagliaio.</p>
<p>I conti però tornavano comunque poco sia perché gli abitanti dei villaggi locali avevano e hanno tutt’ora una buona capacità di riconoscimento dei funghi commestibili da quelli letali, ma anche perché il destino preferenziale dei funghi raccolti in zone molto povere, come lo Yunnan, è la vendita piuttosto che il consumo interno.</p>
<p>Il colpo di scena nel 2006: gli esperti del CFETP trovarono in diverse case colpite da morti improvvise degli strani funghi, piccoli, bianchi e dall’aspetto fragile, senza alcun valore commerciale. <em>Trogia venenata</em> l’inquietante nome<a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/trogia/" rel="attachment wp-att-2205"><img class="alignright size-medium wp-image-2205" style="margin: 10px;" title="trogia" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/trogia-300x239.png" alt="" width="240" height="191" /></a> assegnato a questa nuova specie, “little white” l’angelico soprannome.  Il <em>Trogia</em> in realtà è un genere di fungo tuttora ancora abbastanza sconosciuto; fino ad oggi non sono mai state classificate specie velenose, e (anzi) in alcuni casi evidenze scientifiche hanno dimostrato che questi funghi possono essere “benefici” poiché capaci di degradare un’ampia gamma di inquinanti ambientali e svolgere quindi un’azione decontaminante grazie ai loro sistemi enzimatici in grado di decomporre la lignina [2].</p>
<p>Nel 2011, dopo un paio d’anni di esperimenti e ricerche, un team guidato da Ji-Kai Liu, della Accademia Cinese delle Scienze, e da Guang Zeng, del Chinese Centre for Disease Control and Prevention, sembrò esser riuscito a trovare il bandolo della complicata matassa [3]: preparando estratti di <em>Trogia venenata</em>, testando la loro tossicità su topi, ri-frazionando i campioni velenosi e purificando nuovamente gli estratti, gli scienziati sono stati in grado di isolare tre potenti tossine il  cui mix risulta letale. Due di questi composti sono aminoacidi completamente sconosciuti (l’acido 2<em>R</em>-amino-4<em>S</em>-idrossi-5-esinoico e l’acido 2<em>R</em>-amino-5-esinoico), il terzo è l’acido g-guanidinobutirrico, già noto per le sue proprietà tossiche. Entrambi i due nuovi aminoacidi da soli sono risultati mediamente letali sui topi, con un LD<sub>50</sub> pari circa a 80 mg per kg di peso (la tossina botulinica, la più potente in natura con un LD<sub>50</sub> pari a 1 ng per kg di peso corporeo è circa 8000 volte più tossica; e anche il muscimolo, la tossina presente nell<em>’Amanita muscaria</em>, un altro fungo velenoso, è più potente, con un LD<sub>50</sub> pari a circa 3 mg per kg di peso). Poiché questi due composti sono presenti allo 0.2% nei funghi (2 g di ognuno per kg di fungo) sarebbero necessari circa 400 g di funghi per uccidere un uomo; ma combinati con l’acido g-guanidinobutirrico danno un effetto cumulato molto più potente.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/17/le-misteriose-morti-dello-yunnan/tossine-2/" rel="attachment wp-att-2210"><img class="aligncenter size-large wp-image-2210" style="margin: 10px;" title="tossine" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/tossine1-1024x179.png" alt="" width="655" height="114" /></a></p>
<p>L’aspetto interessante di questi nuovi aminoacidi è che sono di tipo D invece che L (i 20 aminoacidi naturali, ad eccezione della glicina, sono molecole chirali e possono esistere nella forma D e L con riferimento agli enantiomeri della gliceraldeide e alle loro proprietà ottiche): dai tempi del grande chimico tedesco Emil Fisher (1852-1915) fino a qualche anno fa il fatto che gli aminoacidi costituenti le proteine di tutti gli esseri viventi fossero solo ed esclusivamente di tipo L era un cardine della biologia (denominato “omochiralità biologica”). L’evoluzione dei metodi analitici ha però dimostrato che  gli aminoacidi della serie D sono presenti in molti organismi e che non sono semplici “contaminazioni” rispetto agli aminoacidi L: hanno infatti uno specifico un ruolo difensivo in qualità di agenti “alieni” agli altri organismi [4]. Quindi i nuovi aminoacidi D trovati in <em>Trogia venenata</em> probabilmente servono al fungo per difendersi dall’attacco di predatori, da cui deriverebbe anche la tossicità nei confronti dell’uomo.</p>
<p>E’ stato trovato il colpevole? Gli scienziati sono fiduciosi, anche se precisano che l’effetto  dei funghi killer è sicuramente potenziato in casi di considerevoli ingestioni e in quelle persone che già soffrono di problemi cardiaci, ma che può anche essere nullo in individui sani.</p>
<p>Oltre agli studi tossicologici sui topi in laboratorio, due importanti indizi confermano comunque l’ipotesi di avvelenamento da <em>Trogia venenata</em>. La prima prova riguarda la presenza di acido 2<em>R</em>-amino-4<em>S</em>-idrossi-5-esinoico in un campione di sangue prelevato da una persona giovane, morta improvvisamente in un villaggio in cui erano stati registrati molti casi di  “Yunnan Unknown Cause Sudden Death”; questa presenza indica con chiarezza che l’uomo aveva mangiato i funghi prima di morire.</p>
<p>Ma soprattutto la seconda conferma, ancora più indicativa, è il risultato della campagna di allerta fatta tra gli abitanti dei villaggi dello Yunnan contro “little white”: nel 2010 e nel 2011 non ci sono riscontrati casi di morte improvvise e inspiegabili.</p>
<p>A onor del vero bisogna anche aggiungere che, una volta chiarito il ruolo di<em> Trogia venenata</em> nella vicenda, gli esperti del CFETP hanno anche ipotizzato un puzzle più complesso, suggerendo un’azione combinata di due possibili killer: le tossine del fungo insieme ad un avvelenamento da metalli pesanti, nello specifico da bario. Il bario è solitamente usato in medicina per indurre aritmie, e i livelli ambientali eccezionalmente alti registrati nello Yunnan, sia nelle acque che nei campioni di sangue che nei funghi (incluso <em>Trogia venenata</em>), potrebbero aver contribuito ad aggravare un quadro già compromesso dall’azione di “little white”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Chiara</em></strong><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[1] G. Q. Shi, J. Zhang, W. L. Huang, T. Yang, S. D. Ye, X. D. Sun, Z. X. Li, X. H. Xie, F. R. Li, Y. B. Wang, J. M. Ren, <em>Chin. J. Epidemiol</em>. <strong>2006</strong>, 27, 96-101.</p>
<p>[2] R. Stone, <em>Science</em> <strong>2010</strong>, 329, 132-134.</p>
<p>[3] Z. Zhou, G. Shi, R. Fontaine, K. Wei, T. Feng, F. Wang, G. Wang, Y. Qu, Z. Li, Z. Dong, H. Zhu, Z. Yang, G. Zeng, J. Liu, <em>Angew. Chem. Int. Ed.</em> <strong>2012</strong>, 51, 1-4.</p>
<p>[4] R. Konno, H. Brückner, A. D´Aniello, G. Fischer, N. Fujii, H. Homma, <em>D-amino acids: a new frontier in amino acid and protein research-practical methods and protocols</em>, Nova Science Publishers, Inc., New York, 2007.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Inquinamento indoor, minaccia nascosta</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 09:39:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco M.</dc:creator>
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<p lang="it-IT"><em>Polveri sottili</em>, <em>livelli di ozono</em>,<em> pm10</em> sono parole chiave che tengono la ribalta, soprattutto in questi giorni dell&#8217;anno. Ma non è solo l’inquinamento atmosferico dei centri industrializzati del nord Italia a destare l’allarme e scatenare le psicosi associate. Mentre, ad esempio, il capoluogo lombardo è sotto continua osservazione per i superamenti dei limiti consentiti di Pm<sub>10</sub>, segnali preoccupanti sono arrivati anche dall’estremo opposto della penisola: a Palermo, osservazioni epidemiologiche rivelano come un terzo dei ragazzi lamenti sintomi allergici (quasi un quarto di riniteallergica e congiuntivite) in parte ascrivibili all&#8217;inquinamento <em>indoor</em>. E&#8217; quanto emerge dai dati pubblicati nel febbraio 2011 sulla rivista scientifica <em>Pediatric Allergy and Immunology</em>, relativi ad un’indagine epidemiologica condotta dall’ Ibim-Cnr di Palermo (Istituto di Biomedicina e Immunologia Molecolare del Cnr) durante l’anno scolastico 2005-2006, in cui sono stati coinvolti studenti di scuole medie secondarie di primo grado del capoluogo siciliano. I soggetti erano per il 56% esposti al fumo domestico, il 21,1% a causa del traffico pesante attorno alle abitazioni, il 15% per la presenza di muffe e umidità all’interno degli ambienti domestici.</p>
<p lang="it-IT"><span id="more-2199"></span></p>
<p lang="it-IT">Diversi sono i parametri che caratterizzano l’inquinamento indoor: qualità aria esterna, fonti di inquinamento associate ad attività specifiche – fumo di sigaretta, caminetti, stufe, ad esempio – impianti di climatizzazione, inquinamento elettromagnetico, materiali da costruzione volatili, solventi, umidità, materiali d’arredo etc. E&#8217; una forma di avvelenamento nascosta, che fa meno rumore e, in qualche modo, più subdola.</p>
<p lang="it-IT">In seguito alla raccolta dei dati, inoltre, è stato possibile calcolare il PAR (Population Attributable Risk – Rischio Attribuibile di Popolazione). Per i fattori ambientali più rilevanti – traffico intenso, fumo di sigaretta, umidità e muffe – il PAR relativo all’asma corrente è risultato del 40,8%, del 33,6% per la rinocongiuntivite e del 14,1% per la ridotta funzione respiratoria. Una precedente indagine epidemiologica svolta a Palermo nel 2002, nell’ambito dello Studio SIDRIA2, può fornire un utile strumento di comparazione da cui risulta un preoccupante tasso di crescita, nei valori di prevalenza di asma e ricongiuntivite, nel periodo 2002-2006. Quelli siciliani citati, tra i più recenti studi condotti sul tema nel nostro Paese, arrivano nello stesso anno della pubblicazione del <strong><a href="http://www.scienzainrete.it/files/iaiaq.pdf">Promoting Actions for Healthy Indoor Air &#8211; IAIAQ</a></strong>, promosso dal <em>Direttorato Generale per la Salute e i Consumatori della UE</em>. Si tratta dell’ultima forma di intervento europeo in materia, partendo da normative già vigenti e formalizzandone – in parte &#8211; una sintesi, con obiettivi per i prossimi anni. Un aggiornamento del progetto EnVIE, innanzitutto. Per ottimizzare il “più robusto modello di riferimento per comprendere la correlazione tra fonti inquinanti e patologie associate”, è presente un’analisi più completa delle malattie maggiormente diffuse, seguendo criteri riferiti ai singoli provvedimenti nazionali pregressi. Sei sono i progetti per il futuro della lotta all’inquinamento domestico, pensati in seguito ai nuovi dati IAQ: i contaminanti indoor, il loro livello, le fonti e gli effetti sulla salute sono stati rivisti criticamente e riformulati nelle politiche dalle autorità della Ue. Questi progetti riguardano, tra gli altri, un lavoro di mappatura della distribuzione del radon in Europa – EU Radon Mapping – e una ricerca coordinata dall’Università di Siena per il monitoraggio e la classificazione di particolato, muffe e allergeni associate alla scarsa ventilazione, molto comune negli ambienti chiusi, specie quelli scolastici – progetto HESE &amp; HESEint.</p>
<p lang="it-IT">Si tratta solo di un primo passo, &#8220;<em>un po&#8217; naive</em>&#8220;che forse semplifica il problema, ma a cui ci si affiderà per progettare le fasi successive.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Marco M</strong></p>
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		<title>Umami e DKP. Come i sapori dei cibi ci guidano nell&#8217;alimentazione</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 12:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio</dc:creator>
				<category><![CDATA[economia & società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#160;</p> <p style="text-align: justify;">Sorseggiando una tazza di caffè, o di tè, ci fermiamo davanti alle finestre di casa per controllare di non essere stati sommersi dalla neve e dal ghiaccio. E visto che tanto è inutile uscire, che non ci sono posti dove andare, che non abbiamo fretta, abbiamo di nuovo il tempo per abituare le nostre lingue, il senso del gusto, alla percezione delle sfumature amare, dolci, nascoste. [...] <strong>Alessio</strong><em> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F02%2F06%2Fumami-e-dkp-come-i-sapori-dei-cibi-ci-guidano-nellalimentazione%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p style="text-align: justify;"> Sorseggiando una tazza di caffè, o di tè, ci fermiamo davanti alle finestre di casa per controllare di non essere stati sommersi dalla neve e dal ghiaccio. E visto che tanto è inutile uscire, che non ci sono posti dove andare, che non abbiamo fretta, abbiamo di nuovo il tempo per abituare le nostre lingue, il senso del gusto, alla percezione delle sfumature amare, dolci, nascoste. Le papille gustative, con molta calma, ci permettono di percepire molecole presenti “in traccia” nelle nostre bevande e nei nostri cibi. Molte di queste sostanze sono tuttavia fondamentali per gli equilibri dei vari sapori percepiti dalla nostra lingua. Il “sapore” di una pietanza viene infatti suddiviso in cinque componenti principali, o gusti: amaro, aspro, dolce, salato e umami. Quest’ultimo gusto fu identificato nel 1908 da un professore di chimica giapponese, Kikunae Ikeda, che riuscì anche ad isolare da un brodo di alghe (le alghe kombu, molto utilizzate nella cucina tradizionale giapponese) la molecola principalmente responsabile di questo gusto: il glutammato monosodico (The Taste of Monosodium Glutamate). Altre molecole responsabili di questo gusto furono identificate e isolate ne corso degli anni, come la 5’-guanosina monofosfato (GMP). Per avere una percezione immediata di qual è la sensazione dell’umami al palato, potremmo definirlo come “sapidità” di una pietanza, oppure più ingenuamente come il gusto del “saporito”. Per avere un’idea in termini pratici invece, possiamo provare a cucinare diversi sughi di pomodoro, con la stessa quantità di sale, ma aggiungendo ad alcuni il parmigiano e ad altri delle acciughe. Il sapore più rotondo, più “pieno” &#8211; per così dire &#8211; di queste ultime due salse sarà evidente al palato; ciò è dovuto all’alta concentrazione di glutammato all’interno di questi due ingredienti (grana e acciughe) che stimolerà i recettori dell’umami presenti nel nostro palato.</p>
<p style="text-align: justify;">Figura 1<br />
<a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/06/umami-e-dkp-come-i-sapori-dei-cibi-ci-guidano-nellalimentazione/dkp01-2/" rel="attachment wp-att-2131"><img class="size-medium wp-image-2131 aligncenter" title="DKP01" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/DKP011-300x97.png" alt="" width="300" height="97" /></a><span id="more-2104"></span><span style="text-align: justify;">Il pomodoro stesso è uno dei vegetali con il più alto contenuto di questa molecola – chimicamente parlando è un sale di un amino acido – ed è proprio questa sua caratteristica ad averne favorito la diffusione e l’utilizzo in molti piatti della cucina mediterranea. Come tutti i gusti, anche l’umami o meglio, i suoi recettori nella nostre lingue &#8211; si è evoluto per un esigenza metabolica dell’essere umano. Di seguito vengono riportate le funzioni dei gusti:</span></p>
<p style="text-align: justify;">- Acido (o basico): serve per valutare lo stato di conservazione di un alimento (pensate appunto alla panna acida). Ci permette di capire ad esempio, se una conserva di pomodoro o una fettina di carne sia ancora commestibile o meno.<br />
- Salato: utile ai fine dell’assunzione di sali minerali (Taste chemistry &#8211; RS Shallenberger – 1993).<br />
- Dolce: gli zuccheri sono la fonte energetica più facilmente metabolizzabile dai nostri organismi e per questo è importante assumerne in quantità sufficienti.<br />
- Amaro: svolge una funzione fondamentale per la percezione della tossicità di alcuni alimenti. Sostanze amare sono spesso presenti in piante con proprietà officinali o velenose.<br />
- Umami: la stimolazione dei recettori dell’umami permette di valutare il contenuto proteico degli alimenti ingeriti.<br />
La valutazione del contenuto proteico avviene di fatti attraverso la percezione dell’acido glutammico presente in forma di sale sodico (figura 1) all’interno degli alimenti oppure prodotto dall’ “idrolisi” mediata dagli enzimi presenti nella saliva (come il lisozima). La relazione tra glutammato mono-sodico e umami è però più complessa di quanto riportato. Sembra infatti che i recettori dell’umami siano stimolati molto più vivacemente quando il glutammico è in compresenza di nucleotidi, come l’inosinato. Queste molecole sono abbondantemente presenti in molti vegetali e sono prodotte, come il glutammato, dall’idrolisi e dalla degradazione termica delle molecole di DNA presenti negli alimenti. I materiali proteici presenti nei cibi durante la cottura vengono degradati termo-chimicamente rilasciando queste molecole. Il calore tuttavia produce anche altre molecole che hanno un effetto sul sapore dei cibi, nonché sulla loro tossicità. Queste molecole sono dette “dichetopiperazine” o più semplicemente DKP. Il meccanismo di formazione è molto semplice (figura 2) e coinvolge due aminoacidi – le unità costitutive delle proteine, di cui fa parte anche l’acido glutammico – adiacenti nella sequenza della proteina.</p>
<p style="text-align: center;">Figura 2<br />
<a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/06/umami-e-dkp-come-i-sapori-dei-cibi-ci-guidano-nellalimentazione/dkp-03/" rel="attachment wp-att-2108"><img class="aligncenter size-full wp-image-2108" title="DKP 03" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/DKP-03.png" alt="" width="613" height="176" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Queste molecole sono presenti in moltissime pietanze che consumiamo abitualmente, come il caffè e il tè appunto, oppure la birra , o più semplicemente un brodo. Le DKP sono dei dipeptidi ciclici; ciò vuol dire che sono formate da due aminoacidi. Considerando solo gli aminoacidi naturali, abbiamo quindi 20 possibili molecole che possono ciclizzare per dare vita a molte DKP dalle caratteristiche chimiche diverse. Per la precisione le DKP possibili sono 210, ma questo numero si allarga di molto se si considerano possibili modificazioni termiche – o di altra natura – delle molecole. Alcune DKP sono state studiate come riflesso della diffusione di alcuni dipeptidi lineari utilizzati come additivi nei cibi. Un esempio classico è l’aspartame, un sale di un dipeptide formato da acido aspartico legato con la fenilalanina. Tempo addietro alcuni autori sostenevano che assunzioni elevate di questo elemento potessero comportare un rischio più alto di contrarre tumori. Alcuni ricorderanno ad esempio la campagna mediatica contro la diet coke (la coca-cola light), accusata di contenere troppo aspartame. In realtà, l’aspartame si è rivelato abbastanza innocuo, ma la sua degradazione termica può portare alla formazione di molecole tossiche, come la formaldeide e, appunto, il dipeptide ciclico aspartico-fenilalanina, una DKP! Studi successivi hanno stabilito un tetto massimo di assunzione di quest’ultima molecola a 5 mg /kg (5 milligrammi di DKP per chilogrammo in peso corporeo), anche perché la DKP in compresenza di altre molecole apparentemente innocue potrebbe portare ad effetti cocktail più dannosi. La comunità scientifica si è comunque concentrata molto su queste molecole, che oltre ad essere tossiche, svolgono un’infinità di attività biologiche. Ad esempio, alcune di esse sono coinvolte nel meccanismo di comunicazione inter-cellulare, mentre altre hanno invece una potente carica fungicida. Molte DKP vengono naturalmente sintetizzate dalle piante o da funghi stessi per difendersi dai parassiti, mentre altre sembrano essere coinvolte nell’interazione con recettori degli oppioidi (oppio-recettori), della serotonina e dell’ossitocina. Questo spettro ampio di attività biologiche ha incuriosito molti ricercatori; ad esempio, alcuni studiosi si stanno dedicando attivamente a testare il potenziale anticancerogeno di alcune DKP, come la ciclo istidina-fenilalanina. (His-Phe).<br />
Molti gruppi specializzati in “drug-design” cercano inoltre di costruire molecole ad hoc che abbiano una specifica attività biologica proprio a partire dalle DKP. Ritornando all’aspetto del gusto, anche queste molecole sembrano essere coinvolte nella percezione sensoriale del nostro palato; nella birra ad esempio, sembrano essere la causa principale di quel retrogusto amaro che avvolge il palato dopo averne bevuto un sorso. Le DKP sono molto abbondanti nei decotti e nei brodi (vegetali e animali), e vengono prodotte ogni qual volta si cuoce un alimento contenente proteine. Nella carne, diverse DKP sono responsabili del gusto metallico e dell’amaro.</p>
<p style="text-align: center;">Figura 3</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/06/umami-e-dkp-come-i-sapori-dei-cibi-ci-guidano-nellalimentazione/dkp-02/" rel="attachment wp-att-2109"><img class="size-full wp-image-2109" title="DKP 02" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/DKP-02.png" alt="" width="548" height="381" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Vista la capacità di queste molecole di interagire con i sistemi biologici, è facile immaginare che un giorno ce le ritroveremo tra gli scaffali di un supermercato, oppure in farmacia, per curare o prevenire mali specifici. Tuttavia, data la loro presenza all’interno di molti alimenti, è più facile pensare che una sana alimentazione porti anche all’assunzione in giuste proporzioni di queste molecole che, come detto, possono sortire anche effetti nocivi. Le DKP sono infatti una classe di molecole da scoprire, i cui effetti potrebbero variare a seconda dei casi in cui una o più molecole siano mischiate insieme. Sicuramente, la loro produzione dalla cottura della carne, ad esempio, coinvolge anche la produzione di altri composti, come gli eterociclici aromatici (ad esempio la piridina), che hanno una comprovata azione cancerogena. Senza cadere in allarmismi inutili quindi, sappiate che in molti alimenti che consumiamo giornalmente, un chimico analitico potrebbe trovarci delle DKP. Che questo sia un bene o un male, però, è difficile dirlo.</p>
<p><strong>Alessio</strong><em></em></p>
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		<title>La visione energetica-ambientale keniota</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia & ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="alignright size-medium wp-image-2094" style="margin: 10px;" title="kenya" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/kenya-225x300.jpg" alt="" width="124" height="165" /> Quando si parla dei problemi ambientali che affliggono l'Africa, è necessario tenere in considerazione con attenzione i fattori che influenzano lo sviluppo locale, tra i quali spiccano il crescente aumento demografico e lo sfruttamento delle risorse. L'Africa è un continente che può vantare ampie risorse di legna da ardere che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero essere gestite in modo sostenibile e fornire combustibile sufficiente perfino per una popolazione in costante crescita. Tale risorsa infatti è pari a circa quattro volte il valore della richiesta [..] <strong>LAURA</strong> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="fblike_button" style="margin: 10px 0;"><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.saltafossi.it%2F2012%2F02%2F03%2Fla-visione-energetica-ambientale-keniota%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:25px"></iframe></div>
<p>Quando si parla dei problemi ambientali che affliggono l&#8217;Africa, è necessario tenere in considerazione con attenzione i fattori che influenzano lo sviluppo locale, tra i quali spiccano il crescente aumento demografico e lo sfruttamento delle risorse.</p>
<div id="attachment_2078" class="wp-caption alignright" style="width: 283px"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/03/la-visione-energetica-ambientale-keniota/fig-1-2/" rel="attachment wp-att-2078"><img class="size-medium wp-image-2078 " style="border: 10px solid white; margin: 10px;" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/fig-11-273x300.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Fig. 1 – a) Fonti energetiche in Kenya e b) consumi energetici nei vari settori.</p></div>
<p>L&#8217;Africa è un continente che può vantare ampie risorse di legna da ardere che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero essere gestite in modo sostenibile e fornire combustibile sufficiente perfino per una popolazione in costante crescita. Tale risorsa infatti è pari a circa quattro volte il valore della richiesta. Tuttavia la raccolta della legna da ardere contribuisce per certi aspetti al processo di deforestazione del continente africano a cui, parallelamente o trasversalmente, si associano spesso altre attività di taglio e trasporto di legname.<br />
Nel continente africano le risorse energetiche ad elevata efficienza come il cherosene o il gas liquido sono rare ed economicamente poco vantaggiose. Il carbone vegetale ha costi di trasporto per unità di energia inferiori e un contenuto energetico per tonnellata superiore ma la sua produzione è caratterizzata da una inefficienza tale che il passaggio dalla legna da ardere al carbone vegetale aggrava ulteriormente la mancanza di risorse energetiche.<br />
A tutto ciò va inoltre ad aggiungersi l’aspetto sociale, infatti il focolare rappresenta un luogo di fondamentale importanza per la vita sociale. Nelle regioni in cui vi è un&#8217;ampia disponibilità di legna da ardere, si tende a tenere acceso il fuoco un po&#8217; più a lungo rispetto al tempo necessario per la sola cottura. Sedersi attorno al fuoco è un gesto tanto comune in Africa quanto in molte altre culture, perciò il focolare non può essere sostituito facilmente da tecnologie più sofisticate importate dai paesi industrializzati.</p>
<p><span id="more-2054"></span>Inoltre in molte regioni la legna da ardere rappresenta una fonte di energia più affidabile rispetto, ad esempio, al cherosene o ad altri combustibili a base di petrolio. I fornelli solari non costituiscono una soluzione adeguata poiché la maggior parte della popolazione consuma i propri pasti di sera durante o dopo il tramonto. Alcuni ricercatori sono perciò scettici su di una rapida sostituzione della legna da ardere con altri tipi di combustibile più moderni e puliti.</p>
<p style="text-align: left;">Il Kenya vanta la più sviluppata economia dell’Africa orientale, che risulta essere strettamente dipendente dall’agricoltura. Negli ultimi anni il ministero dell’Energia ha sviluppato varie politiche e regolamentazioni volte all’aumento dell’accessibilità e della fornitura energetica, con particolare attenzione alle energie rinnovabili. Attualmente le tre principali fonti di energia in Kenya sono la biomassa, il petrolio e l’elettricità, con percentuali rispettivamente di 74.6%, 19.1% e 5.9%. Come in molti Paesi in via di sviluppo, in Kenya la biomassa gioca un ruolo fondamentale nella fornitura di energia, specialmente per un uso domestico e/o residenziale (Fig. 1), a differenza di quanto avviene per i trasporti, l’agricoltura e nei settori commerciali e industriali, che si affidano principalmente ai combustibili fossili e all’elettricità.<br />
Nonostante l’utilizzo dell’elettricità sia aumentato notevolmente negli ultimi anni, solo il 18% (a differenza del 32% nei paesi sviluppati) della popolazione può vantare di una connessione alla rete elettrica, e questa percentuale scende al 4% se vengono considerate solo le zone rurali.<br />
Inoltre, poiché il Kenya non possiede depositi petroliferi, la disponibilità di petrolio poggia totalmente sull’importazione, che nel 2008 è stata stimata essere il 38% delle spese di importazione, andando a consumare circa il 55% dei guadagni ottenuti dalle esportazioni. Per ridurre la deforestazione connessa all’alto utilizzo di biomassa legnosa, il kerosene, utilizzato da circa il 92% degli abitanti principalmente per l’illuminazione, ha visto ridotte alcune sue tassazioni a dispetto degli altri prodotti petroliferi.</p>
<div id="attachment_2059" class="wp-caption alignnone" style="width: 720px"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/03/la-visione-energetica-ambientale-keniota/table-3/" rel="attachment wp-att-2059"><img class="size-full wp-image-2059  " src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/table2.jpg" alt="" width="710" height="131" /></a><p class="wp-caption-text">Tabella 1 – Capacità e produzione annuale delle varie fonti energetiche (2007/08).</p></div>
<p>Come precedentemente detto, il legname è la fonte di energia primaria più largamente consumata in Kenya e rappresenta il 74% del totale nazionale. La domanda di legname è in crescita del 2.7% ogni anno, tuttavia la sua crescita produttiva è solo dello 0.6%. Alla base di questa continua richiesta vi è la crescente popolazione, il mancato accesso a fonti alternative e la crescente povertà tra la popolazione. Questo processo non fa altro che aumentare la pressione sulle restanti foreste e fonti vegetali, accelerando la degradazione del suolo. Inoltre la produzione di energia da biomassa pone il problema dell’utilizzo del suolo per altri uso, come ad esempio quello agricolo o di insediamento umano.<br />
E’ di grande rilevanza il fatto che il contributo delle energie rinnovabili alla rete nazionale sia attorno all’80%, il che rende il sistema elettrico del Kenya tra i più sostenibili del mondo. Il Kenya è infatti dotato di un quantitativo significante di fonti di energia rinnovabile, includendo infatti l’energia idroelettrica, le biomasse, l’energia geotermica, solare, eolica (Tabella 1).<br />
La produzione di energia da fonti idroelettriche è principalmente focalizzata in cinque regioni geografiche (Tana, Lake Victoria, Ewaso Ngiro North, Rift Valley, Athi Basin) ed è stimata essere di 3000-6000 MW, tuttavia esistono siti ad estensioni minore (3000 MW) in zone rurali che supportano piccole comunità non collegate alla rete elettrica nazionale.<br />
Per quanto riguarda il solare e l’eolico, sono in corso diversi progetti per diffondere nel Paese il loro utilizzo, in quanto diverse aree rurali risultano avere buone potenzialità per il loro sviluppo, sia grazie al buon irraggiamento solare medio annuale (5 kWh/m2/day) che grazie alle caratteristiche topografiche del Paese che influenzano le direzioni e velocità dei venti aumentandone le potenzialità per scopi energetici. Esistono già una serie di aziende che importano e vendono piccoli generatori eolici che sono stati installati in zone remote del continente.<br />
Infine le risorse geotermiche risultano essere anch’esse in forte sviluppo, soprattutto quelle collocate attorno ai centri con attività vulcanica tipici della Rift Valley: si stima che il potenziale dell’energia geotermica sia attorno ai 4000-7000 MW, nonostante attualmente solo circa 170 MW vengano prodotti da risorse geotermiche. Questa fonte energetica è considerata la più economica per il Paese perciò il governo sta promuovendo vari progetti per facilitarne lo sviluppo.</p>
<div id="attachment_2060" class="wp-caption aligncenter" style="width: 544px"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/03/la-visione-energetica-ambientale-keniota/fig-2-5/" rel="attachment wp-att-2060"><img class="size-full wp-image-2060 " src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/fig.2.jpg" alt="" width="534" height="331" /></a><p class="wp-caption-text">Fig. 2 – Confronto fra costi, fattori e impatti ambientali dei vari sistemi energetici.</p></div>
<p>In conclusione, le prospettive energetiche future devono tenere conto sia dei costi di produzione, sia della capacità e disponibilità dell’ambiente, che dell’impatto ambientale, tuttavia senza dimenticare la sostenibilità e la capacità di creare lavoro per la crescente popolazione (Fig. 2). In Kenya, data la disponibilità di risorse geotermiche, i relativamente bassi costi di produzione e le bassissime emissioni, è probabile che l’energia geotermica sia la candidata a divenire la fonte energetica di base. Questo in vista soprattutto della crescente domanda di acqua per altri usi diversi da quello energetico (e.g. agricoltura, uso domestico…) e della scarsa affidabilità della risorsa “acqua”, così come di quella “vento”. Lo sviluppo dell’energia idroelettrica ed eolica deve infatti considerare anche altre risorse alternative in grado di provvedere alle carenze energetiche dovute alla loro instabilità.</p>
<p><strong>Focus: La signora degli alberi </strong><br />
<em>“Negli anni ho imparato che bisogna avere pazienza, persistenza, impegno. Quando piantiamo gli alberi, a volte ci dicono: &#8220;Questo non voglio piantarlo, perché impiega troppo tempo a crescere&#8221;. Allora devo ricordare loro che gli alberi che stanno tagliando oggi non sono stati messi lì da loro, ma dai loro antenati. Perciò devono piantare alberi che saranno di beneficio per le comunità del futuro. Li porto a pensare che come un arboscello, con il sole, un buon suolo e pioggia abbondante, le radici del nostro futuro sprofonderanno nella terra e un manto di speranza raggiungerà il cielo.”</em><br />
<em> Wangari Maathai</em></p>
<p>Wangari Maathai (Nyeri 1940-Nairobi 2011) è stata una donna simbolo in Kenya, un esempio di successo per questo Paese (Fig. 3). Tra le prime donne della sua tribù a studiare ottenendo la laurea in scienze biologiche, prima donna keniota a conquistare una cattedra all’Università di Nairobi, e soprattutto prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2004 “per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”.<br />
Maathai è conosciuta come “la madre degli alberi” grazie al movimento “cintura verde” da lei fondato nel 1977, che ha contribuito notevolmente a fermare la deforestazione e migliorare la qualità della vita delle donne in Africa. Da quell’anno in avanti sono stati piantati oltre 40 milioni di alberi e create delle “green belts” (cinture verdi) lungo il continente africano, inoltre più di 30 mila donne sono state istruite alla silvicoltura, all’apicoltura e alla lavorazione dei generi alimentari. Il Green Belt Movement ha potuto così diffondersi rapidamente anche in altri Paesi africani (Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe), con l’obiettivo di bloccare l’erosione del suolo e di fornire una fonte di legname per il riscaldamento delle case e per la cucina. La missione del movimento è anche quella di mobilitare la comunità per la propria autodeterminazione, equità, miglioramento della qualità della vita e conservazione ambientale attraverso la riforestazione. Si vuole coinvolgere tutta la popolazione, dai disabili ai ragazzi, ai contadini e alle donne, per evitare che abbandonino la scuola e siano invece incoraggiati a rimanere nelle loro comunità senza vivere di elemosina.</p>
<div id="attachment_2061" class="wp-caption alignright" style="width: 427px"><a href="http://www.saltafossi.it/2012/02/03/la-visione-energetica-ambientale-keniota/maathai/" rel="attachment wp-att-2061"><img class="size-full wp-image-2061  " style="border: 10px solid white; margin: 10px;" src="http://www.saltafossi.it/wp-content/uploads/2012/02/Maathai.jpg" alt="" width="417" height="234" /></a><p class="wp-caption-text">  Fig. 3 – Wangari Maathai</p></div>
<p>Maathai non è considerata una ambientalista che piantava alberi, ma il suo attivismo ambientalista voleva rimarcare la connessione unica delle donne africane con l’ambiente: in tutta l’Africa, come in altre parti del mondo, le donne sono responsabili della coltura dei campi, decidendo cosa piantare, coltivando i raccolti e raccogliendone i frutti. Sono perciò loro le prime ad accorgersi dei danni ambientali che deteriorano la produzione agricola ed essendo responsabili della raccolta dell’acqua, sono le più interessate a cercare nuove fonti di acqua per non dover camminare troppo a lungo, e a fare attenzione alle sostanze inquinanti o impure di cui potrebbero cibare i loro figli.<br />
L’attivismo di Maathai è stato messo a dura prova, soprattutto quando la donna condannò il progetto del presidente Daniel arap Moi di erigere un grattacielo di 60 piani nel centro del parco più grande di Nairobi, e la campagna pubblica da lei attuata ha minacciato la sua sicurezza portandola ad intimidazioni da parte del governo, a vessazioni e all’arresto. Successivamente è state tuttavia eletta in Parlamento e nominata assistente del Ministro dell’ambiente, delle risorse naturali e della fauna selvatica.<br />
Nonostante le accuse di non rispettare le tradizioni africane, il merito di questa donna è stato quello di diffondere la connessione che intercorre tra giustizia sociale e salvaguardia ambientale, biodiversità e diritti civili, democrazia e salute, unendo così scienza e impegno sociale e politico.<br />
Wangari Maathai ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali e vinto il premio “Global 500” del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il “Goldman Environmental Award”, “l’Africa Prize” per il suo aiuto a porre fine alla fame. E’ stata portabandiera olimpica alla Cerimonia di apertura dei XX Giochi olimpici invernali di Torino nel 2006 a testimonianza che il suo impegno ha avuto e continua ad avere una portata storica.<br />
<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1. Government of Kenya. Least Cost Energy Development plan: 2009–2029. Ministry of Energy; 2008.<br />
2. Kiplagat JK, Wang RZ, Li TX. Renewable Energy in Kenya: Resource potential and status of exploitation. Renewable and Sustainable Energy Reviews 2011; 15: 2960-73.<br />
3. IEA. Energy Balances of non-OECD Contries, Paris: International Energy Agency; 2007.<br />
4. UNDP. Kenya Energy Atlas: Global Village Energy Partnership. Nairobi Kenya; 2005.<br />
5. Republic of Kenya. Millenium Development goals: Needs Assessment Report. Ministry of Planning and National Development; 2006.<br />
6. Ministry of Energy. Study on Kenya’s Energy Demand, Supply and Policy Strategy for Households, Small Scale Industries and Service Establishments: Final Report. KAMFOR Company Limited; 2002.<br />
7. Acres International Ltd. National Power development Plan 1986-2006: Kenya; 1987.<br />
8. Harris M. Disseminating wind pumps in rural Kenya-meeting rural water needs using locally manufactured wind pumps. Energy Policy 2002; 30: 1087–94.<br />
9. Simiyu SM, Keller GR. Seismic monitoring of the Olkaria Geothermal area, Kenya Rift valley. Journal of Volcanology and Geothermal Research 2000; 95:197–208.<br />
10. Ormat Technologies Inc., http://www.tase.co.il/NR/rdonlyres/26808B95-5853-43E3-9570-7FF4FBE49B61/0/20070221 ILOpportunity2007London Ormat.pdf.<br />
11. Maathai Wangari, La religione della terra. Amare la natura per salvare noi stessi, Sperling &amp; Kupfer, 2011.<br />
12. Maathai Wangari, La Sfida per l&#8217;Africa, Nuovi Mondi, 2010.</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>Laura</strong></em></p>
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