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DA: Chiara (20), DATA: 1 giugno, 2011
Questi i principali eventi astronomici del mese di giugno 2011.
Luna
1 giugno: Luna nuova (ore 22e05 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 393˙903 km
9 giugno: primo quarto di Luna (ore 03e11 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 384˙399 km
15 giugno: Luna piena (ore 21e16 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 373˙978 km
23 giugno: ultimo quarto di Luna (ore 12e50 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 403˙291 km

Piogge meteoriche
Nessuna di particolare rilevanza.
Pianeti
Mercurio è visibile con grande difficoltà i primissimi giorni del mese all’alba verso est. Poi si avvicina rapidamente al Sole e il 13 giugno è in congiunzione superiore. Riappare quindi in prossimità dell’orizzonte occidentale, al tramonto del Sole, ma solo gli ultimi giorni del mese la sua osservazione è sufficientemente agevole, quando si viene a trovare pochi gradi più a sud di Polluce.
Venere continua ad essere l’oggetto più luminoso all’alba verso est, ma risulta sempre più basso sull’ orizzonte e impastato nella luce crepuscolare. La mattina del 30 giugno, con il Sole già alto (ore 8e30 tempo locale), viene letteralmente sfiorato da una sottilissima falce lunare con fase crescente all’1%, ad un passo dal resto di supernova M1 nella costellazione del Toro.
La visibilità di Marte è in costante anche se lento miglioramento. A fine giugno lo si può facilmente osservare tra le stelle del Toro, sorgendo un paio di ore prima del Sole.
Giove è visibile senza difficoltà al mattino, verso est, già ad inizio mese. A fine giugno sorge un’ora e mezza prima del crepuscolo e prepara il grande spettacolo di fine estate ed inizio autunno.
Saturno è ancora visibile per gran parte della notte vicinissima a Porrima, la stella gamma della costellazione della Vergine, anche se, quando il cielo si fa scuro, è già culminato al meridiano. A metà del mese riprende il suo moto diretto (da ovest verso est).
Solo nella seconda metà del mese è possibile osservare Urano sotto la testa occidentale dei Pesci, prima dell’alba.
Nettuno è rintracciabile prima dell’alba, verso sud-est tra le stelle Iota e Theta (Ancha) della costellazione dell’Acquario.
Altri fenomeni
7 giugno: congiunzione Luna-Regolo. Il nostro satellite (fase crescente al 36%) avvicina la stella principale del Leone.
10 giugno: congiunzione Luna-Saturno-Spica. La Luna (fase crescente al 70%) forma il vertice basso di un triangolo i cui due vertici superiori sono la bellissima Spica e Saturno, a sua volta in congiunzione strettissima (appena 15 minuti d’arco) con Porrima, la terza stella più luminosa della Vergine.
14 giugno: congiunzione Luna-Antares. La Luna, praticamente piena, fa compagnia tutta la notte in cielo alla stella alfa dello Scorpione, Antares!
15 giugno: eclisse totale di Luna. In Romagna, il nostro satellite sorge alle ore 20e50, per cui già parzialmente immerso nell’ombra del nostro pianeta. La totalità dura un’ora e 40 minuti, dalle 21e22 alle 23e03 (vedere immagine).
Per maggiori dettagli, vedere i due link della NASA: http://eclipse.gsfc.nasa.gov/eclipse.html e http://eclipse.gsfc.nasa.gov/OH/OH2011.html#LE2011Jun15T
21 giugno: solstizio d’Estate (ore 18e17 tempo locale). Il Sole raggiunge la massima altezza in cielo, alle nostre latitudini poco meno di 70° sopra l’orizzonte, per cui rimane sopra l’orizzonte il maggior numero di ore nell’arco di una giornata: quasi 15ore e 40minuti. Tuttavia, per effetto della differente velocità orbitale (seconda legge di Keplero), il giorno in cui il Sole sorge prima è il 16 giugno mentre il giorno in cui il Sole tramonta più tardi è il 26 giugno.
26 giugno: congiunzione Luna-Giove. Verso mattina in direzione est, una sottile falce lunare (fase calante al 26%), si viene a trovare quasi 5 gradi più a nord del gigante del Sistema Solare.
ANGELO
DA: Alessio (4), DATA: 29 maggio, 2011
In questi ultimi anni abbiamo assistito al diffondersi allarmante di teorie e discipline mediche parallele o in netta contrapposizione alla medicina tradizionale. Per rimanere entro i confini nazionali, una delle ultime trasmissioni ad essersi occupata di medicina alternativa è stata “mi manda rai tre”. Durante la puntata del 5 Maggio, nello studio della trasmissione era presente l’Onorevole Scilipoti – prima Idv ora nel gruppo dei Responsabili – in qualità di medico (e agopuntore) per discutere il caso di Manuela Trevisan, donna di 46 anni morta nel 2008 a causa di un linfoma e curata secondo i principi della “nuova medicina Germanica” sotto la supervisione di Danilo Toneguzzi, psichiatra di professione. Per chi volesse assistere allo show a cui ha dato vita Scilipoti, digitate il nome dell’onorevole su qualche motore di ricerca. Per adesso basti sapere che Ryke Geerd Hamer è il fondatore di questa scuola ed è attualmente ricercato in molti stati europei.
Quasi tutti hanno un amico o conoscono qualcuno che per una ragione o per un’altra ha scelto di curare i propri mali servendosi di terapie alternative, come la naturopatia o l’omeopatia. Ma quanti tra questi possono dirsi sicuri che le cure derivanti da queste discipline mediche producano effetti positivi sulla nostra salute? E quanti tra coloro che invece ricorrono a medici e farmaci “tradizionali” si pongono la stessa domanda?
Spiegare le regole a cui devono attenersi gli studi clinici per accertare l’efficacia di un nuovo farmaco può sembrare un’impresa ardua per chiunque, ma non per Ben Goldrace, l’autore di “La Cattiva Scienza” (titolo originale “Bad Science”) pubblicato nel 2008 e distribuito in Italia dalla Mondadori. La lettura di questo libro rappresenta a tutti gli effetti un vaccino contro le promesse di guarigione della medicina alternativa, ma anche contro i falsi dogmi delle medicine tradizionali. Chi si aspetti che il libro abbia come bersaglio preferenziale lo smantellamento delle categorie di omeopati e nutrizionisiti infatti rimarrà deluso. L’obiettivo principale del libro è quello di infondere consapevolezza nel lettore e metterlo in guardia dalle bugie profuse dai canali pubblicitari in merito alla nostra salute. L’autore si muove con ironia tra bufale mediatiche sgonfiate ed epidemie preannunciate ma mai verificatesi, il tutto condito da paragoni calzanti e irriverenti che donano al libro una vena sarcastica affatto sgradevole. Per chi non mastica la scienza, muoversi attraverso le righe di Goldacre non sarà un problema. Volete un esempio?
Nel libro viene illustrata in maniera dettagliata la preparazione delle rinomate pillole omeopatiche. Per chi non lo sapesse, le pillole omeopatiche vengono preparate a diverse concentrazioni (o diluizioni del principio attivo). Ad esempio, una pillola a diluizione 30 C è una pillola preparata diluendo il principio attivo 100 30 volte, che per essere precisi è un 10 seguito da 59 zeri. Immaginate adesso di prendere 500 milligrammi di paracetamolo (formato commerciale tipico per questa sostanza), farmaco ad azione analgesica (sopprime lievemente il dolore ma non la sua causa) e antipiretica (aiuta l’organismo a regolare la temperatura corporea a valori normali) diluendolo in 100 volte 500 milligrammi, ovvero in 50 g d’acqua, che sono nello specifico 50 millilitri. Adesso prendete 1 millilitro di questa soluzione e diluitela in 100 millilitri d’acqua. Ripetete l’operazione 28 volte e avrete la vostra soluzione pronta per essere smerciata. A questo punto vi starete chiedendo: ma ci sarà ancora del principio attivo nella mia pillolina 30 C? Per rispondere a questa domanda basta fare 2 calcoli. Innanzitutto, quanta acqua serve per preparare direttamente una soluzione 30 C a partire da 500 mg di paracetamolo? Basta moltiplicare 500 x 100 elevato alla 30. Il risultato è 5 x 10 44 km cubici di acqua, che per avere un idea della dimensione di quest’oggetto, è circa 4,32 x 10 32 volte il volume della terra. Per fare in modo di assumere almeno una molecola di principio attivo, dovremo dunque consumare un volume d’acqua zuccherata pari a 216 miliardi di volte il volume del nostro pianeta (chissà che file fuori le toilette pubbliche, per non parlare del diabete!). Ma non è tutto. Goldrace ci informa anche dell’esistenza di preparati a soluzioni ancora più alte, fino a 200 C. Insomma, per assumere una sola molecola di principio attivo bisogna essere veramente fortunati.
Allora immaginate una situazione ipotetica in cui un vostro caro amico, decida di fare ricorso all’omeopatia nel tentativo di liberarsi di un raffreddore da cui non riesce a guarire. Immaginate a questo punto lo stesso amico ad assumere pasticche molto piccole e zuccherose (ed in quantità gargantuesche) per una settimana. Dopo avere continuamente assunto pasticche per mesi e mesi, il nostro amico si sentirà molto meglio e comincerà a sproloquiare sugli effetti benefici dell’omeopatia e della medicina alternativa. Questa, ai loro occhi diverrà una medicina complementare, e ve lo diranno ogni volta che verranno attaccati da ogni specie di virus o batterio. Nessun male diverrà incurabile per loro, perché crederanno di aver scoperto la “medicina buona” che li trarrà in salvo dalle “medicine cattive” che costano tanto e che sono prodotte dalle maledette multinazionali! Ma non temete, tutto ciò avrà fine per una semplice appendicite. Perché? Semplice, perché quando si troveranno ad affrontare un male ben più “acuto” di una tosse o di una leggera infiammazione per cui la medicina tradizionale ha trovato una “cura definitiva” non penseranno ad assumere una pillola di zucchero ma, nel caso specifico, ad una appendicectomia!
La parte centrale e più interessante del libro è quella relativa agli studi di nuove molecole da usare come farmaci per curare le più svariate malattie.
Nel capitolo “La medicina tradizionale è malvagia?” l’autore ci fornisce un decalogo contenente tutti i trucchi utilizzati dai ricercatori medici per adulterare i dati e fare in modo di ottenere il risultato desiderato. Tutto ruota intorno alla metodologia. Gli studi clinici devono essere il più possibile rigorosi definendo con precisione le e metodologie adottate, altrimenti è facile cambiare le carte in tavola. Un articolo molto utile da questo punto di vita è quello scritto nel 2005 da John P. A. Ioannidis e che potete scaricare gratuitamente dal sito della rivista Plos Medicine [1]. Nello specifica, Ioannidis ci informa che:
In campo scientifico, in linea generale, vale quanto segue:
1) Più piccolo è lo studio, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
2) Più piccolo è l’effetto in esame (ad es. un emicrania invece di un tumore), più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
3) Più grande è il numero e minore è la selezione delle relazioni (di efficacia),più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
4) Più grande è la flessibilità dello studio nel dare definizioni, nei risultati e nei metodi analitici, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
5) Più sono grandi gli interessi economici e non e i pregiudizi, più è improbabile che i risultati della ricerca siano affidabili.
6) Più un argomento di ricerca va di moda (it’s hot), con più team di ricerca coinvolti, più è improbabile che i risultati delle ricerche in questione siano affidabili.
Una delle cose più interessanti da conoscere è come possono i medici affermare l’efficacia di un farmaco rispetto ad una pillola omeopatica. Per condurre questo tipo di esperimento si usa un “placebo” su di un gruppo di pazienti (che ignorano di aver assunto del semplice zucchero) e la nostra nuova pillolina su un altro gruppo (che a loro volta potrebbero credere di essere il gruppo del placebo). Questa metodologia viene detta “con singolo cieco”, dove i dottori sanno quali sono i pazienti che hanno realmente assunto il farmaco e quali no, mentre questi ultimi invece sono all’oscuro di tutto. Se anche i medici stessi non sanno a quali pazienti è stato somministrato il farmaco e a quali no, allora il metodo viene detto a “doppio cieco”. I pazienti vengono monitorati e i risultati analizzati per vedere se nel gruppo dei pazienti che hanno assunto il nuovo farmaco ci siano stati miglioramenti “significativi” rispetto al controllo.
Adesso penserete: ma cosa vuol dire la parola “significativi”? Un farmaco o mi fa guarire o no, quindi il gruppo del placebo dovrà sentirsi nello stesso modo o peggio rispetto all’inizio dello studio, mentre gli altri pazienti dovranno sentirsi meglio. In linea di massima dovrebbe succedere questo, ma ciò non è sempre vero perché anche il gruppo del placebo potrà sentirsi meglio proprio a causa dell’omonimo effetto. La mente umana è molto potente, e credere di aver assunto un farmaco quando invece si è ingoiata una pillola di zucchero a volte può farci sentire meglio se noi crediamo che ingioiarla porterà a dei giovamenti per la nostra salute. L’effetto placebo però è ancor più complicato. Se un paziente ingerisce 2 pillole di zucchero al giorno mentre ad un altro ne vengono somministrate 4, l’effetto placebo su quest’ultimo darà un giovamento più grande [2] Sembra incredibile, ma anche il colore delle pillole che ingeriamo può sortire un qualche tipo di effetto [3].
Tuttavia, i test clinici sui farmaci tradizionali effettuati oggigiorno non prendono come controllo gruppi trattati con un placebo ma gruppi curati con il miglior farmaco disponibile per quella malattia (in alcuni studi recenti il placebo è ancora utilizzato, ma per motivi etici queste ricerche non vengono viste di buon occhio). Ed anche in questi casi i ricercatori sembrano truccare i loro dati, come suggerito da numerose “meta-analisi” pubblicate dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi [1,4]. Per essere significativo, un test deve essere condotto seguendo attentamente le regole in maniera meticolosa se non maniacale. Purtroppo, ciò potrebbe portare a risultati negativi per i nuovi farmaci che si vogliono commercializzare e ciò, per il ricercatore, si traduce in scarsi riconoscimenti per il lavoro svolto. È per questo che in letteratura, la stragrande maggioranza delle ricerche pubblicate in campo medico, e incentrate sulle nuove terapie, riportatno risultati positivi [1,4]. Questo d’altro canto è un “bias” – un condizionamento – da cui non sono esenti gli studi clinici sulle terapie “alternative”. Infatti, ci ricorda Goldrace citando uno studio [5], che solo l’1% di tutte le ricerche pubblicate nel 1995 su riviste di medicina alternativa riportano un risultato negativo. Decisamente pochine. Questo perchè gli studi in cui le terapie testate non hanno effetto (o sortiscono un effetto minore rispetto ai farmaci già commercializzati) non sono destinati a fare scalpore nel mondo scientifico e, a meno che non si tratti di smentire l’efficacia di una farmaco venduto fino ad oggi, non verranno pubblicati su Nature o Science. Malgrado ciò, i ricercatori sanno che tali studi sono importanti perché informano la comunità scientifica che quella determinata cura o terapia o qualsiasi cosa essa sia “NON” funziona, il che non è poco.
L’ultima parte di Scienza Cattiva è dedicata a delucidare i meccanismi che ingenerano nelle comunità i cosiddetti “allarmi sanitari”. Trattandosi di casi perlopiù famosi in Inghilterra, questa parte del libro risulta meno coinvolgente, anche se antropologicamente interessante.
Per concludere, Bad Science più che un vaccino contro le bugie di terapisti alternativi e multinazionali incarognite, è un richiamo verso il lettore affinché prenda coscienza dei meccanismi utilizzati da questi speculatori della malattia per fare business sulla salute altrui, ci rende consapevoli dell’esistenza di una medicina “malvagia” perchè quotata in borsa e ci mette in guardia da essa; ci fornisce gli strumenti necessari per capire che non serve abboffarsi di antiossidanti per prevenire il cancro e che in molti casi, per godere di una buona salute, basta seguire il buon senso nella vita di tutti i giorni. Se volete saperne di più, andate su http://www.badscience.net/ e non ve ne pentirete.
Alessio
[1] John P. A. Ioannidis, PLoS Medicine, 2005, 2 (8), 696-701
[2] D.E. Moerman, Medical Anthropology Quarterly, 1983, 14 (4), 3-16.
[3] B. Blackwell et al., Lancet, 1972, 1 (7763), 1279-1282.
[4] A. Vickers et al. , Controlled Clinical Trials, 1998, 19 (2), 159-166
[5] K. Schmidt et al., British Medical Journal, 2001, 323 (7320), 1071
DA: Barbara (3), DATA: 10 maggio, 2011

In un’epoca come quella attuale, in cui i mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo di notevole importanza e si trovano spesso ad essere i portatori di quella che più o meno discutibilmente può definirsi verità, viene spontaneo interrogarsi sul meccanismo che ci avvicina ad essi, e sul processo comunicativo che lega le persone ai media.
Davanti al dubbio marzulliano relativo al processo di influenza tra noi e la tv, non possiamo certo sapere se è la realtà ad essere portata in televisione o se è invece quest’ultima ad influenzare i nostri comportamenti.
E’ la tv lo specchio dei nostri usi e costumi o siamo noi che ci adeguiamo al modello promosso a reti unificate?
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DA: Marco M. (5), DATA: 6 maggio, 2011
Era stato l’LHC (Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra a intrappolare l’anti-idrogeno. Seguendo la gerarchia di un’ipotetica anti-tavola periodica, stavolta tocca all’elio, anzi al suo ‘anti’. La notizia arriva da Upton, Long Island, ed è stata pubblicata su Nature.
Nell’acceleratore RHIC (Relativistic Heavy Ion Collider), con l’ausilio della TPC (Time Projection Chamber) – progettati per studiare la materia dell’universo primordiale – dei laboratori di Brookhaven del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, le collisioni hanno prodotto 18 nuclei di anti-elio4, anche conosciuto come ‘particella Alfa’. Per capire perché questa scoperta rende entusiasti fisici teorici e delle particelle, bisogna tener presente che l’elio – secondo elemento più abbondante nell’universo dopo l’idrogeno – è indispensabile per la vita delle stelle, come il nostro Sole, e che si tratta di un esempio di quell’anti-materia di cui si è persa ogni traccia dopo l’origine dell’universo. Questo per le previsioni teoriche della fisica, secondo cui la materia come la conosciamo avrebbe prevalso su quella di massa uguale ma con caratteristiche sub-atomiche, come carica elettrica, numeri quantici, barionici e spin, opposte.
Non è la prima volta che gli acceleratori riescono nell’impresa di ricreare frammenti di antimateria (nel corso degli anni è stato più volte osservato l’anti-elio3, con un solo anti-protone a differenza dell’elio ordinario che conta due protoni e due neutroni), ma il risultato di Brookhaven stabilisce un record importante. La produzione di anti-elio è, infatti, statisticamente molto difficile da ottenere e allo scopo ci sono volute miliardi di collisioni tra ioni pesanti di oro ad alta energia. Sono state ricreate le stesse, teoriche, condizioni dell’universo un milionesimo di secondo dopo il Big Bang, quando materia e antimateria esistevano in quantità identiche. Esattamente come nelle dinamiche primordiali, nell’esperimento Star – questo il nome della collaborazione che riunisce 54 centri di ricerca di 12 Paesi – materia e antimateria hanno iniziato ad eliminarsi a vicenda, ma alcuni nuclei di anti elio4 sono sopravvissuti e subito rilevati. Considerando, inoltre, che il tasso di produzione dell’elemento subito successivo (l’anti-litio) è più di due milioni di volte inferiore a quello dell’anti-elio, questa potrebbe rimanere a lungo l’anti particella più pesante mai osservata.
Improbabili sono rivoluzioni tecnologiche negli acceleratori a breve termine, una svolta di qualche tipo potrebbe arrivare, per il momento, solo da esperimenti completamente nuovi, come la missione dello shuttle Endeavour.
E’ attesa proprio per questo week-end una nuova dichiarazione della NASA dopo gli sfortunati tentativi di partenza delle scorse settimane. Nelle previsioni, lo shuttle potrebbe partire domenica 8 maggio, richiamando a bordo l’italiano Roberto Vittori – pilota sperimentatore dell’aeronautica Militare e astronauta dell’ESA (European Space Agency) e gli altri cinque astronauti dell’equipaggio. L’Endeavour raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale, installando l’Alpha Magnetic Spectrometer, progettato per osservare anche i raggi cosmici a caccia di antimateria superstite. Se l’AMS dovesse rilevare anti particelle naturali, questo potrebbe dimostrare l’esistenza di anti-stelle o anti-galassie. Mettendo da parte suggestioni da science fiction su universi paralleli – l’eventuale scoperta darebbe l’etichetta ‘anti’ a corpi celesti probabilmente già osservati – sarebbe un obiettivo davvero importante per capire meglio la materia, l’universo e le leggi fisiche che lo governano. Con ripercussioni forse impensabili nella vita quotidiana: quando materia e antimateria si incontrano, si annichiliscono, sviluppando altissimi valori di energia che, se incanalata e gestita potrebbe essere un’alternativa praticamente inesauribile.
MARCO
DA: Chiara (20), DATA: 2 maggio, 2011
Questi i principali eventi astronomici del mese di maggio 2011.
Luna
3 maggio: Luna nuova (ore 08e54 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 397˙883 km
10 maggio: primo quarto di Luna (ore 22e34 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 370˙265 km
17 maggio: Luna piena (ore 13e11 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 371˙068 km
24 maggio: ultimo quarto di Luna (ore 20e55 tempo locale)
Distanza Terra-Luna: 405˙429 km
Piogge meteoriche
5-6 maggio: Eta Acquaridi.
Date attive: dal 24 aprile al 20 maggio. Corpo progenitore: la cometa di Halley 1/P, il cui ultimo passaggio risale al 1986. Frequenza massima: fino a 15 meteore/ora.
Lo sciame è noto per offrire spesso meteore molto lunghe e dalla scia persistente. L’attività non eccezionale e il fatto che la costellazione dell’Acquario, dove è situato il radiante, sorge verso le 4 della mattina rendono assai relativo l’interesse per questa pioggia meteorica. La Luna, appena appena crescente, non ne limita le osservazioni, dal momento
che sorge e tramonta poco dopo il Sole.
Pianeti
Per gran parte del mese, poco prima della levata del Sole, in prossimità dell’orizzonte orientale, è possibile osservare una spettacolare configurazione con ben 4 pianeti (Mercurio, Venere, Marte e Giove) raggruppati in meno di 10 gradi di cielo, ovvero la larghezza di un pugno chiuso osservato tenendo il braccio teso. Purtroppo le varie congiunzioni che si producono, sera dopo sera, non sono facilmente visibili a causa della sfavorevole inclinazione dell’eclittica verso oriente in questo periodo dell’anno. Occorrono orizzonti decisamente liberi.

Mercurio è alla massima elongazione occidentale il 7 maggio, però rimane sempre basso sull’orizzonte orientale per l’intero mese. Si può rintracciare, tuttavia, grazie alla vicinanza del più luminoso Venere.
Venere è l’oggetto più luminoso all’alba verso est ed è utile punto di riferimento per rintracciare i più deboli Mercurio, Marte e Giove.
Marte è il meno luminoso del gruppo di pianeti visibili all’alba. Rintracciabile i primi giorni del mese per la notevole vicinanza col più luminoso Giove (magnitudine -2), viene poi avvicinato da Venere (magnitudine -3,9) nella terza decade. Nonostante questi ottimi punti di riferimento, come già sottolineato, non sarà facile osservare il pianeta rosso.
Giove è in congiunzione stretta (un terzo di grado) con Marte i primi giorni del mese. Poi si allontana velocemente da quest’ultimo mentre viene affiancato dalla coppia Venere-Mercurio. Spettacolare la congiunzione stretta (due terzi di grado) con Venere il giorno 11 maggio, anche se la congiunzione dei due oggetti più luminosi del cielo è in parte vanificata dalla loro vicinanza all’orizzonte.
Saturno è visibile per gran parte della notte tra le stelle della costellazione della Vergine. Culmina infatti nelle prime ore serali e tramonta tra le luci dell’alba.
Urano rimane praticamente inosservabile fino a metà mese; verso la fine di maggio sorge quasi due ore prima del Sole, tuttavia non sarà facile rintracciare il penultimo pianeta del Sistema Solare appena 15 gradi sopra l’orizzonte tra est e sudest.
Nettuno è osservabile all’alba verso sud-est tra le stelle Iota e Theta (Ancha) della costellazione dell’Acquario.
Altri fenomeni
14 maggio: congiunzione Luna-Saturno. Il nostro satellite (fase crescente al 91%) accompagna in cielo per tutta la notte il signore degli anelli.
17-18 maggio: congiunzione Luna-Antares. La Luna, nel pieno del suo splendore, si viene a trovare tra le chele dello Scorpione e accompagna la bellissima supergigante rossa Antares per l’intera notte.
30-31 maggio: la Luna va a far compagnia all’infilata dei pianeti visibile all’alba verso est. Una sottilissima falce lunare (fase calante al 5-3%) avvicina Giove e Marte (il 30 maggio), poi Venere e Mercurio (il 31 maggio)
Cieli sereni a tutti!
ANGELO
DA: Marta (2), DATA: 1 maggio, 2011
La statua del Nettuno di Bologna, riccioluto e possente nella sua figura, si staglia all’interno del panorama cittadino come un Gigante, il cui profilo spicca riconoscibile tra i palazzi e le torri, quale simbolo collettivamente riconosciuto di una delle più belle città italiane.
L’aspetto imponente che il Giambologna, noto scultore fiorentino di origini fiamminghe, volle imprimere al Nettuno ha tratto in inganno per secoli lo spettatore pensando che mai una statua di così grande bellezza potesse subire un’offesa dal tempo. Ma la materia è mutevole, quasi effimera nella sua costante trasformazione ed impotente alla volontà del divenire ed all’interazione con l’ambiente. La statuaria struttura infatti ha celato per lungo tempo vizi strutturali e di superficie che hanno reso necessario un lungo ed articolato intervento di restauro sul finire degli anni ’80 del secolo scorso. Tali problemi sono da relazionarsi in primo luogo al lavoro di fusione inesperto e grossolano che lo stesso Gianbologna dovette compiere, dopo essere stato piantato in asso dal suo fonditore di fiducia Zanobio Portigiani.
Infatti, non è forse noto che il lavoro dell’artista di opere bronzee monumentali è prettamente incentrato sull’ideazione dell’opera, mentre la realizzazione materica è spesso affidata ad un artigiano, conoscitore della materia e della tecnica.
Il problema strutturale si palesò fin dal principio. Pochi anni dopo la sua collocazione in cima al basamento in marmo della fontana, il Nettuno presentava fratturazioni e segni di cedimento in diversi punti. Numerosi restauri si susseguirono nel tempo ma furono sempre una sorta di soluzione temporanea.
La campagna diagnostica condotta nel 1982 ed alla base dell’ultimo intervento di restauro permise di identificare nella terra di fusione e nei ferri arrugginiti della struttura interna, il principale problema dei tensionamenti della statua.
Inoltre, le cattive condizioni di conservazione della superficie del Nettuno non sono solo da riferirsi all’interazione della lega metallica con l’atmosfera. I processi corrosivi che coinvolgono una superficie bronzea, infatti, portano alla formazione di composti stabili dal caratteristico colore blu-verde, che in taluni casi possono avere funzione protettiva se mantenuti nella loro integrità. Infatti, il metallo usato nelle leghe, può essere rintracciato in natura in combinazione con altri elementi e in forma di minerale, stato stabile caratterizzato da una bassa energia di sistema. L’estrazione del metallo nella forma elementare si presenta come un processo marcatamente endotermico ed associato alla trasformazione della materia ad uno stato instabile, quello elementare. In termini generali quindi, il processo di corrosione non è altro che un tentativo della materia di ritornare al suo stato originario più stabile, ricombinandosi in modo spontaneo con gli elementi presenti in atmosfera.
Nel caso del Nettuno, quindi, è stata soprattutto l’incuria dell’uomo e la mancata attuazione di interventi programmati di manutenzione a giocare un ruolo decisivo nel deterioramento dell’opera. In particolare, la presenza dell’acqua dell’impianto della fontana ai piedi del Nettuno ha determinato la deposizione di spesse patine di incrostazione di carbonato di calcio sugli elementi decorativi della fontana stessa a cui si sono aggiunte quelle dovute agli escrementi di piccione ed al particolato atmosferico.

Storia conservativa dell’opera
La storia del Nettuno, a cui si intrecciano i diversi interventi di restauro, è ricca di fascino e incomincia proprio nel 1566 quando il monumento, finito, fu consegnato alla città di Bologna. La statua necessitò fin da subito del riempimento di alcune lacune di fusione, che vennero prontamente colmate con dei tasselli di ottone. Mentre nei secoli della Controriforma si pensava di coprire con braghe di rame le nudità del dio greco che suscitavano nei passanti grande imbarazzo, la statua stava internamente subendo una processo di degrado causato dalla penetrazione dell’acqua attraverso la porosità della superficie. Nel 1604, la malsana abitudine di lavare ortaggi e panni nelle acque della vasca principale costrinse il Comune circondare la statua di una cancellata, di cui rimane oggi, testimone dell’opera, la vasca sud-est ai piedi dei gradini. Tale soluzione, adottata al fine di impedire l’otturazione delle tubature, non arrestò il processo di degrado della statua talché, attorno al 1700, circolavano voci preoccupate sulla sua salute. Nel 1762 l’intervento del Gandolfi ridiede stabilità alla struttura fortificando la gamba sinistra con una colata interna di una lega stagno-bismuto fino al ginocchio e sostituendo la tassellatura di ottone con una in piombo più resistente.
La statua sopravvisse alle due guerre circondata, per protezione dai bombardamenti, da una costruzione a fortezza di legno. Nel 1946 avvenne il penultimo restauro documentato ad opera del Bearzi, che vide principalmente un’opera di pulitura delle superfici, intaccate dal calcare e dalla corrosione atmosferica.
La storia ci porta dunque alla fine degli anni ’80 del novecento quando l’Associazione degli industriali bolognesi per la cultura pianificò insieme al Comune di Bologna un importante intervento di restauro. Questo fu strutturato in maniera organica, pianificando una serie di analisi non distruttive e micro distruttive al fine di aiutare gli operatori nella procedura di pulitura e nella risistemazione della fontana. Le analisi pre-intervento furono importantissime per capire lo stato di conservazione della statua, il metodo di formatura e la pianificazione del più corretto intervento di restauro.
Le indagini diagnostiche
L’impegnativa campagna diagnostica che coinvolse il Nettuno, fu focalizzata sull’analisi dei materiali impiegati, dei processi corrosivi e delle azioni conservative che coinvolsero la superficie bronzea nel corso degli anni.
Al fine di studiare e valutare la l’omogeneità della lega ed identificare così le aree che potessero essere soggette al campionamento, fu programmato ed applicato un approccio integrato di tecniche non distruttive quali: misura delle correnti indotte, emissione acustica, ultrasuoni ed analisi termografiche.
La possibilità di effettuare alcuni microprelievi, fu in primo luogo l’occasione per svolgere un’approfondita analisi chimica e metallografica del bronzo, che risultò essere costituito da lega binaria rame (84.3-90.9%) e stagno (13.7-7.9%), con presenza di bassi tenori di piombo (1.09-1.1%). Le osservazioni microstrutturali hanno permesso infine di riconoscere una struttura dendritica, tipica di un grezzo di fusione che non subì ulteriori processi termoplastici.
I tasselli applicati al termine del processo di fusione nei punti appoggio dell’armatura di sostegno, furono rintracciati in diverse zone dell’opera furono invece realizzati con una diversa lega di rame: l’ottone (rame e zinco).
Il colore del Nettuno spicca di una tonalità più scura rispetto alle altre statue bronzee del complesso. Le analisi in sezione trasversale hanno mostrato come una sottile pellicola nera ricopra i prodotti di corrosione, prevalentemente solfati di rame (brocantite). Le analisi in Pirolisi Gascromatografia-spettrometria di Massa (GC-MS), mirate alla caratterizzazione di tale pellicola, hanno rivelato la presenza di composti organici. Tale strato, molto probabilmente una vernice protettiva, si suppone fosse applicata dal Bearzi per garantire una protezione degli agenti atmosferici.
L’intervento di restauro
Le conoscenze acquisite attraverso lo studio preliminare sopradescritto, hanno permesso di condurre l’intervento di restauro con consapevolezza e rigore scientifico.
Fu un’opera maestosa e molto complessa durante le cui fasi furono molto partecipi anche i cittadini incuriositi. In primo luogo si realizzò infatti una struttura in legno in situ con due balconate da cui i cittadini potevano seguire tutte le fasi del restauro.
Il problema del Nettuno, come delineato dalle indagini diagnostiche, era quindi all’interno, dovuto alla presenza di residui di terra di fusione, ed all’esterno, dato dal deposito calcareo che, nel caso dei putti e delle arpie impediva la lettura dell’opera.
La prima fase del restauro consistette quindi nella pulitura, effettuata mediante microsabbiatura tramite impiego un piccolo compressore dotato di un serbatoio dove veniva riposto il materiale abrasivo costituito da sabbia miscelata con una polvere ottenuta dal torsolo del granoturco.
La pulitura mise in evidenza i difetti della statua e consentì di osservare e studiare la superficie metallica in modo estensivo localizzando quindi i tasselli realizzati in ottone, quelli che potevano essere rimossi per esplorare l’interno della scultura. In particolare, si identificò il tassello localizzato sulla zona inferiore della natica destra come più adeguato per rimuovere a terra di fusione e dei ferri attraverso un’endoscopia che non aveva precedenti. Tale metodologia fu infatti messa a punto , nel 1994, in occasione del restauro dei bronzi di Riace.
L’operazione condusse alla rimozione di quasi 4,5 quintali di materiale che vennero poi venduti in piccole boccettine, quali souvenir di un intervento memorabile.
Inoltre, le analisi chimiche della superficie del bronzo hanno diretto il restauro verso una conservazione della pellicola nera superficiale, ormai parte integrante dell’opera e della sua storia.
La tecnica di fusione
Le analisi e l’intervento di restauro permisero di far luce sulla tecnica esecutiva del Nettuno. In generale, le tecniche di fusione per la realizzazione di grandi statue bronzee sono due varianti del metodo della cera persa: diretto o indiretto. Il primo è impiegato se si vuole realizzare in metallo una figura a tuttotondo, cava all’interno. Essa consiste nel modellare la scultura in cera su un´anima di terra refrattaria; con tale procedimento il modello originale andrà perduto e non potrà essere ripetuto. Quasi contemporaneamente alla tecnica di fusione diretta si sviluppa la tecnica indiretta che permette di riprodurre un modello in cera partendo da un originale. In questo caso si ha il vantaggio di conservare l´originale per la realizzazione di altre copie. Il modello originale può essere di vari materiali quali bronzo, marmo, terracotta ma anche di materiali deperibili come la cera, il gesso, la creta, la cartapesta.
Nel caso dell’opera di Giambologna, il restauro ha messo in luce la grande difettosità dei getti che dipende dalla complessa tecnica impiegata dal Giambologna per preparare le forme di fusione dei grandi bronzi della fontana. In particolare, la tecnica impiegata rappresenta una via intermedia tra il metodo diretto e quello indiretto: ne è di seguito riportata una descrizione tratta dal capitolo scritto da Giovanni Morigi sul volume pubblicato in occasione del restauro.
“La prima fase consistette nella realizzazione di un impronta in gesso del modello preparato in terra cruda, ottenuta formando un certo numero di tasselli che, una volta rimossi dal modello, vengono rivestiti internamente con una spessa foglia di creta preparata a parte. Nel frattempo si costruì l’anima di fusione intorno ad un’armatura di ferro, inserita in un basamento. Costruita l’anima di fusione, la si rinforza avvolgendola di filo di ferro. I tasselli di gesso liberati dalla sfoglia di creta vengono riposizionati intorno all’anima di fusione e, terminato il rivestimento, attraverso bocche praticate nella parte superiore della matrice si cola la cera.
Il modello di cera sarà poi liberato dai tasselli e apparirà rivestito da un reticolo di cordoncini a rilievo (bave) che si sono formati lungo le linee di giunzione dei tasselli. Una accurata rinettatura (cesellatura) dovrebbe eliminare questi ed altri difetti. Nel caso del Nettuno e di alcuni putti una rinettatura approssimativa ha fatto sì che queste bavette siano state riprodotte sul bronzo divenendo uno degli indizi della tenica usata.
La preparazione del modello prosegue con l’inserimento dei chiodi distanziatori, necessari a mantenere fissa la distanza tra l’anima di fusione ed il mantello esterno quando il disciogliersi della cera lascerà vuota questa intercapedine. Presumendo che le fasi successive fino al getto siano quelle consuete del metodo a cera persa ricominciamo a seguire l’operazione dopo la colata del bronzo nella forma.
Normalmente, dopo il getto, il bronzo viene rinettato, cesellato e vengono riparati i difetti di fusione, ma in questo caso sfortunatamente il lavoro non è stato eseguito con l’accuratezza dovuta e quindi non tutte le bavette a rilievo e neppure gli attacchi delle arie e dei getti sono stati completamente rinettati, mettendo così in luce la strada seguita dallo scultore e dal fonditore per preparare il modello definitivo in cera da seguire per la fusione”.
La storia conservativa della statua bolognese, divenne ed è tutt’ora simbolo delle potenzialità di un corretto approccio diagnostico e conservativo mirato alla conoscenza e tutela dei Beni Culturali.
Come riportato, se alcune problematiche che compromisero la stabilità dell’opera furono prettamente imputabili all’incuria dell’uomo nel tempo, lo studio riportò in luce (e oggi ricorda) la necessità di interventi di conservazione programmata, cioè opere di manutenzione ordinaria, più efficaci e meno costose di un’opera straordinaria, quale un restauro.
GEMME
Riferimenti
Tuttle J R, Storia dell’architettura italiana, (2001) Electa, pp.118-119
Morigi G, Il restauro dei bronzi della fontana del Nettuno di Giambologna, in: Il restauro del nettuno, la statua di gregorio XIIIe la sistemazione di piazza maggiore nel cinquecento, (1999) Minerva edizioni, pp. 119-122;
Marabelli M et al,Caratterizzazione dei prodotti di alterazione e della vernice nera dei bronzi della ‘Fontana del Nettuno’, OPD restauro, (1991) pp.57-62;
Chiavari, G. et al., Analytical pyrolysis as a tool for the characterization of organic substances in artistic and archaeolological objectsJournal of Analytical and Applied Pyrolysis, 20 (1991) 253-261;
http://sacrumluce.sns.it/mv/html/MON/MON_990023000000000/cap4_text.html;
Video RAI “Gli occhi del Gigante” 1991 (Premio speciale Media Save Art ’91)
DA: Chiara (20), DATA: 21 aprile, 2011
In un mondo variopinto come il nostro, non è sorprendente constatare che i colori prodotti da moltissime specie viventi abbiano attratto l’attenzione di giganti della scienza come Newton e Rayleigh, nei secoli passati, e spinto gli scienziati moderni a cercare di riprodurli con le più sofisticate tecnologie. Già 300 anni fa Newton aveva capito che i colori brillanti ed iridescenti che caratterizzano il corpo e le ali di molti uccelli o insetti, non sono il prodotto di specifici pigmenti ma piuttosto il risultato di complesse strutture che riflettono la luce: “Le piume finemente colorate di alcuni uccelli, e in particolare quelle delle code dei pavoni, fanno sì che le piume appaiano di più colori a seconda della posizione da cui vengono osservate, in modo analogo a quello che fanno lamelle molto sottili … e il colore risulta quindi dalla sottigliezza delle parti trasparenti delle piume” (Newton, 1704, Trattato sull’ottica). In generale i dispositivi ottici disponibili in Natura sono dovuti a complicate strutture submicromiche con dimensioni di circa 100 volte più piccole del diametro di un capello; ovviamente fintanto che queste strutture vengono “fabbricate” da piante ed animali, il gioco sembra semplice. In realtà la maggior parte delle volte che l’uomo tenta di replicare qualche meraviglia naturale perde pressoché in partenza; le perfette e complicatissime “macchine biologiche” che la Natura ha costruito nel corso degli anni, infatti, sono praticamente irriproducibili, soprattutto a costi accettabili.
Fino ad ora i tentativi di “replica” dei dispositivi ottici disponibili tra le specie animali sono stati rivolti alla riproduzione della struttura piuttosto che delle dimensioni. Alcuni insetti ad esempio dispongono di superfici anti-riflesso sia negli occhi, per vedere in condizioni di poca luce come nel caso delle falene, sia sulle ali, per massimizzare la capacità di camuffamento riducendo il riflesso delle strutture alari trasparenti come nel caso delle sfingi, una famiglia di insetti Lepidotteri. Nelle cornee delle falene e delle farfalle nello specifico, c’è una matrice esagonale di noduli cilindrici con le punte arrotondate, disposti con una periodicità di circa 240 nm [1]; se l’occhio umano riflette circa il 4% della luce che lo colpisce, l’occhio di una falena ne riflette solo lo 0.1% grazie proprio a queste nanostrutture oculari regolari, caratterizzati da piccoli “dossi” di dimensioni inferiori alla lunghezza d’onda della luce visibile e quindi in grado di sopprimerne la riflessione.
Anche dall’ottica preistorica si può imparare molto: un dispositivo anti-riflettente diverso da quello trovato negli occhi delle falene è stato scoperto nella cornea di una mosca di 45 milioni di anni fa, rimasta intrappolata in uno strato di ambra del Baltico [2]; questa struttura, costituita da una griglia sinusoidale con periodicità 250 nm, è particolarmente utile quando la luce arriva sulla superficie perpendicolarmente. Gli scienziati sono fino ad ora riusciti a costruire con successo superfici ad “occhio di falena” anti-riflettenti (oggi ottenibili con elevata precisione usando una tecnica di incisione con fascio di elettroni) da utilizzare nelle vetrate degli edifici, nelle lenti e in vari materiali plastici [3], ma soprattutto in campo militare, per esempio nella riduzione del riflesso nelle lenti dei binocoli. E in aggiunta sono state create anche superfici di pannelli solari ad “occhio di mosca preistorica” utilizzando tecniche olografiche che, diminuendo efficacemente la porzione della luce solare riflessa, hanno consentito di aumentare del 10% l’efficienza di cattura dell’energia [4].
Come aveva notato il perspicace Newton, molti uccelli, insetti, pesci e altri organismi marini poco conosciuti sfruttano poi nanostrutture fotoniche sulla loro superficie per cambiare colore e diventare iridescenti o apparire “metallici”; queste strutture creano effetti ottici molto più marcati di quelli prodotti semplicemente da colorazioni della cute o delle piume, e servono per attirare potenziali partner o spaventare i predatori. Un tipo di nanostruttura che determina iridescenza sono i cristalli fotonici, materiali ordinati che controllano la propagazione della luce consentendo il passaggio attraverso i cristalli solo di alcune lunghezze d’onda [5], come gli “opali” (allineamenti esagonali o quadrati di sfere di 250 nm) o gli “opali inversi” (allineamenti esagonali di “buche” simili per forma e dimensione alle sfere degli opali, immerse in una matrice solida). I Lepidotteri in particolare, a cui appartengono circa 100.000 specie di farfalle e falene, sono gli insetti con la più elevata diversità di cristalli fotonici e sottostrutture ottiche tridimensionali [6]. Tra queste specie, le farfalle Morpho, tipiche del centro e sud America, sono il gruppo più studiato e “imitato”. Da tempo si sa che le ali delle farfalle sono costituite da piccole scaglie (100 micrometri di lunghezza per 50 micrometri di larghezza) disposte in due o più strati sovrapposti sulle membrane alari, come le tegole nei tetti; in ogni millimetro quadro di ala si ritrovano 200-500 scagliette che contengono le strutture responsabili del colore. Le ali delle farfalle Morpho contengono tipicamente due strati di scaglie di chitina, che determinano una struttura ad “albero di Natale”: una base di scaglie blu brillanti per generare il colore e un altro strato sovrapposto, fatto di scaglie trasparenti o azzurre a seconda della direzione lungo cui vengono osservate, per disperdere la luce; i due diversi tipi di scaglie differiscono non solo per il colore ma anche per le dimensioni del reticolato e le sub-microstrutture dei bordi.
Le prime ali di farfalla Morpho artificiali sono state realizzate utilizzando ali originali come substrato solido, creando varie strutture periodiche funzionalizzate con diversi ossidi di metalli (ossido di zinco, ossido di alluminio, ossido di zirconio, ossido di titanio e ossido di tungsteno) [7]. Uno dei problemi principali però è che la replica di un’ala intera piuttosto che delle singole scagliette costituenti le strutture responsabili del colore è nettamente più complessa e soggetta ad interferenze; ogni ala, come detto, contiene sia molti strati di scaglie sovrapposti con dimensioni, spessore e micro-strutture distinte, ma anche molte parti “ridondanti” come le membrane alari che alterano le proprietà ottiche delle scaglie. Poiché varie le tipologie di scaglie hanno differenti proprietà ottiche e svolgono per questo funzioni diverse nel complesso dell’ala intera, sono proprio le singole scaglie e le loro risposte ai diversi angoli di incidenza della luce a necessitare di uno studio approfondito. Nel 2011 un gruppo di ricercatori della Shanghai Jiao Tong University ha così replicato per la prima volta le singole unità, creando copie delle scaglie della farfalla Morpho con ossido di zinco e ottenendo proprietà ottiche identiche a quelle delle originali [8]. Si può immaginare una specie di processo di fossilizzazione ricreato in laboratorio, dove le scaglie hanno fatto da stampo per la creazione di una copia dell’originale, ma con tempistiche decisamente più brevi rispetto comuni alle ere geologiche necessarie per la formazione dei fossili.
Come si è detto precedentemente però, imitare le strutture naturali è spesso una sfida persa in partenza; esistono, infatti, molte nano-architetture ottiche così complesse che risultano irriproducibili, a basso costo, con le attuali tecniche ingegneristiche. In questi casi l’unica soluzione è affidarsi alla biotecnologia, sfruttando il fatto che le piante e gli animali sono benissimo in grado di costruire ciò che noi non sappiamo ricreare. Lasciamo quindi che il lavoro “sporco” sia svolto da altri! Gli animali e i vegetali nello specifico hanno delle cellule di dimensioni di 10 micrometri e 100 micrometri rispettivamente; sebbene le strutture che vengono prodotte dalle singole cellule siano in genere di taglia simile alla cellula stessa, spesso presentano sotto-strutture decisamente più piccole (sui 100 nm) perfette per la produzione di dispositivi ottici su nanoscala. Ovviamente non tutte le cellule viventi si prestano ad essere coltivate in laboratorio con successo; le cellule di mammiferi richiedono incubatori per mantenere una specifica temperatura, mentre le cellule di insetti possono essere coltivate più agevolmente a temperatura ambiente. Inoltre è necessario fornire alle cellule un supporto solido idoneo allo sviluppo dei dispositivi ottici desiderati. Al momento ci si sta focalizzando su colture cellulari di scaglie di farfalla isolate dalle crisalidi; le cellule idonee vengono identificate,separate, mantenute in coltura, supportate su matrici polimeriche e addizionate con ormoni della crescita per fabbricare con successo singole scaglie del tutto identiche a quelle originali.
Le applicazioni più immediate per questi dispositivi ottici derivanti dagli insetti, soprattutto dalle farfalle, sono in tantissimi settori, dalle pitture alla stampa, dai vestiti ai cosmetici; e più recentemente, nella lotta alla contraffazione [9] … i cui risultati ovviamente sono top secret!
CHIARA
Riferimenti
[1] Miller et al., in The Functional Organisation of the Compound Eye (ed. Bernhard C. G.). 21–33 (Pergamon Press, Oxford, 1966).
[2] Parker et al. Solar-absorber type antireflector on the eye of an Eocene fly (45Ma) Proc. R. Soc. Lond. B 265, 811–815 (1998)
[3] Gale, M. Diffraction, beauty and commerce. Phys. World 2, 24–28 (October, 1989).
[4] Beale, B. Fly eye on the prize. The Bulletin 46–48 (25 May 1999).
[5] Lopez, C. Three-dimensional photonic band-gap materials: semiconductors for light J. Opt. A 8,
R1–14 (2006).
[6] Vukusic et al. Nature, 404, 457 (2000).
[7] Cook et al., Angew. Chem.,Int. Ed., 2003, 42, 557, (2003). Zhang et al., Bioinspir. Biomimetics, 1, 89 (2006). Zhang et al., Nanotechnology, 17, 840, (2006).
[8]Gu et al. ZnO single butterfly wing scales: synthesis and spatial optical anisotropy. DOI: 10.1039/c1jm10678c J. Mater. Chem (2011).
[9] Berthier et al. Multiscaled polarization effects in Suneve coronata (Lepidoptera) and other insects: application to anti-counterfeiting of banknotes Appl. Phys. A 86, 123 (2007).
DA: Cristian (6), DATA: 17 aprile, 2011
Molti, dopo il disastro della BP, si sono chiesti se esistessero microorganismi in grado dialimentarsi di petrolio, e quindi di ripulire il mare. In effetti, non è una novità, esistono tutta una serie di ceppi batterici che sono in grado di farlo, a patto di riuscire a emulsionare il petrolio nell’acqua (dove comunque sono obbligati a vivere i batteri) tramite l’uso di qualche tensioattivo. Questo non sorprende affatto, considerando che il petrolio è una sostanza naturale (tra l’altro energeticamente molto ricca) che esiste da tantissimo tempo e viene dispersa in ambiente (in piccola misura) anche da fenomeni spontanei. Insomma, se esiste qualcosa che può essere usato, l’evoluzione si attrezzata sempre per farci qualcosa.
Proprio per questo, è difficile spiegarsi come mai i batteri, che solitamente non buttano via nulla, non si siano inventati nulla per digerire le plastiche “non biodegradabili”, principalmente polietilene (PE, HDPE e LDPE) e polipropilene PP.
Il polietilene e il polipropilene sono dei lunghissimi idrocarburi, il primo lineare e il secondo ramificato, quindi fondamentalmente solo carbonio e idrogeno contenenti un sacco di energia (il potere calorifico delle plastiche è circa doppio rispetto a quello della cellulosa). Oltretutto, attualmente, i polimeri plastici sono materiali terrestri con un ritmo di produzione e (purtroppo) dispersione di tutto rispetto, anche se, ovviamente relativamente recenti (per i tempi dell’evoluzione).
In effetti, in ambienti molto particolari quali le discariche o le compostiere, alcuni microorganismi sono in grado di “digerire” molto lentamente la plastica [1] (circa 1% annuo); in scala di laboratorio, diversi studi hanno identificato ceppi di Rhodococcus ruber in grado di crescere su polietilene che sviluppano una speciale parete idrofobica proprio per aderire meglio alla fonte di nutrimento [2,3].

Al contrario, nella stragrande maggioranza degli ambiente naturali le comunità batteriche sono in grado di utilizzare plastica solo se “pre-digerita” da raggi UV, ozono o altri agenti degradanti presenti in natura.[4] Questi fenomeni rompono la plastica in pezzetti più piccoli, poi utilizzabili dai microorganismi. Normalmente se una comunità biologica è in grado di gestire interamente la degradazione di un materiale (come la cellulosa), gli organismi, crescendo in numero, degradano più velocemente il materiale e ottengono maggiore energia che usano per crescere in numero e così via. Il risultato è che il materiale non si accumula oltre certi limiti e il sistema si autoregola.
La plastica, per i tempi dell’evoluzione, è un materiale relativamente nuovo e anche per questo il meccanismo non funziona particolarmente bene. Il risultato è che al fronte di un flusso di materiale modesto (200 Mton di carbonio per anno)[5] se confrontato con quello di materiali naturali generati dalla fotosintesi(poco meno di 110 000 Mton per anno),[5] le materie plastiche rappresentano attualmente uno dei principali contaminanti ambientali, sia terrestri che oceanici.
Il punto è che la prima fase di degradazione “fisica” del materiale con raggi UV, ozono o altri agenti degradanti rappresenta un collo di bottiglia quasi insormontabile,[6] e i batteri (che possono digerire molecole derivanti dal polietilene solo sotto una dimensione critica) devono aspettare pazientemente il loro turno senza poter spingere sull’acceleratore biologico. Per questo, una delle possibili soluzioni per incentivare la degradazione del polietilene consiste nell’aggiungere additivi pro-ossidanti (Cobalto, Manganese, Cromo, Nichel, Molibdeno o Ferro supportati su allumina o silice), ovvero catalizzatori che velocizzano la degradazione innescata dalla luce ultravioletta (in piena luce) o dall’ozono atmosferico (nel suolo) [7,8,9,10,11]. Tuttavia anche con questi additivi i tassi di degradazione rimangono molto bassi.
Sarebbe tutta un’altra musica se si avesse a disposizione una comunità batterica che distrugge attivamente la plastica. Ci vorrebbero batteri o funghi “plastic eaters”, dei mangiatori di plastica! (Tuttavia, se 2 mesi fa aveste scritto “plastic eaters” su Google avreste trovato il gruppo musicale “jungle punk” Plastic Eaters di New York, suppongo incapace di digerire la plastica… almeno credo.)
Al contrario, il 24-25 marzo, ad un congresso a Honolulu, A, Zettler e T. Mincer del “Wood Hole Research Center” si sono dichiarati probabili testimoni di un singolare “banchetto a di base plastica” da parte di batteri.
Il centro di ricerca in questione (nella cittadina di “Wood Hole” nel nord est degli Stati Uniti) sta da tempo cercando di fare un bilancio globale di carbonio tramite l’uso di sistemi di telerilevamento ambientale, e nell’ambito di questi studi stava campionando il Mar dei Sargassi. Infatti, nel Mar dei Sargassi, caro ai cultori della buona cucina ferrarese ( è il luogo di nascita delle anguille europee), esiste anche una sorta “Alantic Garbage Patch” , cioè un accumulo di plastica galleggiante (1100 ton), [12] fratello minore del “Great Pacific Garbage Patch” al centro dell’Oceano Pacifico di cui, alcuni lettori saltafossiani ricorderanno, Marco aveva parlato in uno dei primi articoli.
Durante l’esame morfologico di materiale campionato nella zona, sotto i pallidi riflettori di un microscopio elettronico, sono state inquadrate forme riconducibili ad organismi biologici affossati in tante “buche” all’interno della plastica. Lo scopritore descrive così l’evidenza osservata: “assomiglia ad un tizzone ardente gettato nella neve”. Insomma, qualsiasi cosa avesse generato quelle “buche” doveva mangiare la plastica a ritmi molto più elevati di quelli noti. Successivi studi del micro-ambiente all’interno plastica hanno identificato particolari vibrioni (classe di batteri normalmente poco presenti in ambiente marino) responsabili del fenomeno.
È stata rivelata la presenza di un intera comunità microbica (comprendente anche cellule eucarioti), completamente differente da quella dell’oceano circostante, in grado quindi di soggiornare e decomporre la superficie della plastiche galleggianti. Facile il nome: plastosfera (in analogia con altre sfere biologiche), un ambiente biologico completamente nuovo innescato dalla dispersione delle plastiche in ambiente marino. [13]
Non è chiaro se questa comunità biologica si sia evoluta recentemente proprio nei “garbage patches” oceanici oppure se sia qualcosa di comune nonché già presente in varie parti del globo; inoltre si attendono le conferme di una scoperta che proverebbe l’incredibile capacità di adattamento e l’abbondanza di “risorse genetiche” degli organismi marini.
L’ipotesi di nuove comunità microbiche di questo tipo spiegherebbe inoltre perché il livello di spazzatura oceanica, per quanto enorme, si stia lentamente stabilizzando [14,15] (e questo nonostante la produzione e dispersione di plastica non biodegradabile non sia significativamente diminuita)[3,4].

Una buona notizia solo in parte, in quanto il “conto della lavanderia” batterica potrebbe anche essere salato. Infatti, se da un lato la scoperta della plastosfera pone un limite teorico all’accumulo di materiale plastico galleggiante, dall’altro lato potrebbe tradursi in un incremento drastico rilascio del rilascio delle sostanze organiche disciolte derivate dalla degradazione stessa (ad esempio pericolosi ftalati o PCB ritenuti nelle plastiche) con rischi per la catena alimentare probabilmente molto rilevanti.
CRISTIAN
[1] Song, J.H., Murphy, R.J., Narayan, R. and Davies, G.B.H. (2009). Biodegradable and compostable alternatives to conventional plastics. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 364(1526), 2127-2139.
[2] A. Sivan, M. Szanto, V. Pavlov. Biofilm development of the polyethylene-degrading bacterium Rhodococcus ruber. Appl Microbiol Biotechnol (2006) 72: 346–352.
[3] http://www.ourplanet.com/unep-yearbook-2011/03-UNEP_YEARBOOK_Plastic_debris_in_the_ocean.pdf
[4] Prasun K. Roy, Minna Hakkarainen, Indra K. Varma, Ann-Christine Albertsson, Degradable Polyethylene: Fantasy or Reality. dx.doi.org/10.1021/es104042f | Environ. Sci. Technol. XXXX, XXX, 000–000
[5] PlasticsEurope 2010
[6] M. J. Behrenfeld1, J.T. Randerson, C.R. McClain, G.C. Feldman, S.O. Los, C.J. Tucker, P.G. Fa
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[7] Reddy MM, Deighton M, Gupta RK, Bhattacharya SN, Parthasarathy R. Biodegradation of oxo-biodegradable polyethylene. J Appl Polym Sci 2009;111:1426–32.
[8] Arnaud R, Dabin P, Lemaire J, Al-Malaika S, Chohan S, Coker M, et al. Photooxidation and biodegradation of commercial photodegradable polyethylenes.Polym Degrad Stab 1994;46:211e24.
[9] Weiland M, Daro D, David C. Biodegradation of thermally oxidized polyethylene.
Polym Degrad Stab 1995;48:275e89.
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[11] Williams PT, Bagri R. Hydrocarbon gases and oils from the recycling of polystyrene
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[12] Lavender Law, K. et al. Science 329, 1185-1188 (2010).
[13] 28 March 2011 | Nature | doi:10.1038/news.2011.191
[14] David K. A. Barnes, Francois Galgani, Richard C. Thompson and Morton Barlaz Accumulation and fragmentation of plastic debris in global environmentsPhil. Trans. R. Soc. B (2009) 364, 1985–1998
[15] Richard C. Thompson et al. Lost at Sea: Where Is All the Plastic? Science ( 2004) vol. 304 no. 5672 p. 838
DA: Chiara (20), DATA: 15 aprile, 2011
Recensione di “Hierarchy in the Forest. The Evolution of Egalitarian Behavior (C. Boehm, 1999)”[1]

Provate ad immaginarvi un uomo alto e slanciato, di nome Boehm, mentre impugna un grimaldello e si avvicina ad una scatola nera. Ora lavorate per un attimo con le metafore: il grimaldello si trasforma nell’occhio dell’antropologo, la scatola nera nell’egualitarismo delle società di cacciatori-raccoglitori. Immaginatevi il signor Boehm che armeggia faticosamente sulla scatola nera. Poi finalmente la apre e, vittorioso, esclama: “egalitarianism just does not happen” (p. 10). Che diavolo significa? Ad un ragazzo (come il qui presente) abituato a considerare la filosofia dell’antropologia come una battaglia campale tra Hobbes e Rousseau – ferini licantropi da una parte e selvaggi woodstockiani dall’altra – questa affermazione suona maledettamente scomoda. Dove collocare Boehm? Non con il filosofo tedesco, dal momento che le società di cui egli racconta fanno tranquillamente a meno dei Leviatani. Né tantomeno con il francese, dato che nel suo libro non c’è la minima traccia di quell’arcadico stato di natura tanto caro a Rousseau. La pacifica coesistenza delle piccole comunità che abitano le sue pagine non è infatti spontanea, inadulterata anarchia – “it just does not happen”. Al contrario, ciò che l’antropologo con il grimaldello scorge in quella scatola è un ordine sociale consapevolmente sorvegliato e collettivamente rispettato.
A tenere in vita quest’ordine ci pensano quelle che Boehm chiama “comunità morali” – il collettivo di uomini e donne che aggiorna continuamente il dossier morale dei propri membri, decide quali di essi rappresentano una minaccia sociale, e si accorda sulle sanzioni da somministrare (siano esse semplici forme di pubblico ludibrio o espulsioni permanenti dal gruppo). Il compito principale di tali comunità è semplice: utilizzare la forza – quella che proverbialmente deriva dall’unione – contro quegli individui le cui azioni rischiano di creare inammissibili asimmetrie di potere. Tali asimmetrie, quando esistenti, sono spesso unanimemente accettate dal gruppo e la loro natura è spesso funzionale – e quindi per sua natura contingente – all’espletamento di un necessità momentanea dettata dalla situazione (come, ad esempio, organizzare il trasferimento di una comunità da un villaggio all’altro). Qualsiasi tentativo di concentrazione del potere che cade fuori da questa categoria è fatalmente destinato a scontarsi con una compatta maggioranza di attori politici affamati di eguaglianza.
Tali congiure contro il despota, secondo Boehm, esistono anche nelle comunità dei ben più gerarchici scimpanzé. Che le differenze di rango siano rispettate e raramente contestate lo dimostra il variegato e ridondante arsenale di gesti e vocalizzazioni con cui gli scimpanzé segnalano la propria sottomissione – repetitia iuvant, quando si corre l’alto rischio di attirare le ire del maschio alfa. Ma per quanto sappia essere intimidatorio, il potere del maschio alfa è piuttosto limitato. Le situazioni in cui di fatto riesce a controllare l’intero gruppo sono infatti rare: ogni scimpanzé decide in totale e incontestata autonomia dove procacciarsi il cibo e se partecipare ad un assalto contro un gruppo limitrofo o ad una ronda di ricognizione. In termini umani – scrive Boehm – un maschio alfa è molto più simile ad un bullo che non ad un tiranno. Le ragioni di questa evoluzione interrotta verso un sistema sociale autoritario sono da ritrovarsi nella nicchia ecologica in cui lo scimpanzé prospera. Costretto a disperdersi continuamente per cercare fonti di cibo disseminate irregolarmente sul territorio, la comunità degli scimpanzé rimane infatti un gruppo raramente coeso, i cui membri godono di una libertà d’azione – quantomeno nelle strategie di foraggiamento – giocoforza riconosciuta perché necessaria per la sopravvivenza.
La costante invisibile. Quale k per l’equalizzazione politica?
Paradossalmente, il riferimento alle determinanti ecologiche gioca un’importanza molto minore nello spiegare l’esistenza di bande umane “politicamente equalizzate” poiché virtualmente presenti in ogni continente – e quindi in uno spropositato assortimento di nicchie ecologiche (dalla savana alla tundra artica). A complicare le cose rimane il fatto che un assetto sociale egualitario è stato documentato in vari gruppi umani a prescindere dai modi di sussistenza (ad esempio, caccia e raccolta o allevamento), dai sistemi di residenza (patrilocale o matrilocale), e da quelli di parentela (matrilocale o patrilocale). Stando a Boehm, gli antropologi che lo hanno preceduto nel compito hanno confinato i loro sforzi alla ricerca di una causa meccanica capace di spiegare l’egualitarismo, senza vedere in esso il risultato di un deliberato tentativo di modellare l’ordine sociale da parte di consapevoli strateghi politici. Le teorie che evocano fattori socioeconomici abbondano – da quella di Knauft, che vede nella condanna per stregoneria un espediente sanzionatorio contro quanti si oppongo ad un’equa distribuzione dei beni, a quella di Turnbull, secondo cui lo sviluppo di una figura autoritaria presso i Pigmei viene frenato dalla composizione continuamente mutevole delle bande. E pochi dubbi rimangono sul fatto che elementi come instabilità demografica, assenza di specializzazione economica fuori dal cerchio dei familiari, vincoli nomadici sull’accumulo di beni, e sistemi decentralizzati di divisione della carne, giochino un ruolo fondamentale nel facilitare il mantenimento di una società egualitaria. Il problema semmai risiede nell’accanita presenza di “assetti sociali orizzontali” (p. 43) in contesti dove tali condizioni non sono presenti – società sedentarie che accumulano surplus, con gruppi stabilmente definiti e con livelli avanzati di specializzazione economica. Se non esistono dunque pattern socio-economici – e men che mai ecologici – trasversali alle società egualitarie, segno è che il minimo comune denominatore di tale equalizzazione politica deve cercarsi altrove. Non oltre i confini della comunità, bensì al suo interno. Il candidato ideale, secondo Boehm, è un “ethos collettivo” declinato in forme culturalmente diverse ma accomunate da un sistema di norme (più o meno) tacitamente condivise che penalizzano l’arrivismo e premiamo il conformismo. All’antropologo il compito di illustrarci alcuni dei bastoni e delle carote che compongono questo sistema.
I trucchi del mestiere. 101 modi per mantenere un governo “inter pares”.
Non tutti gli stratagemmi di cui Boehm parla sono norme in senso stretto. Alcune sono costumi locali, consuetudini, pratiche. Tra i !Kung, ad esempio vige la regola secondo cui la responsabilità – e quindi il merito – per la caccia va al proprietario della freccia che per prima ha colpito la preda. Ma siccome le frecce vengono continuamente scambiate tra i cacciatori, gli elogi per le prodezze venatorie finiscono per essere assegnati a caso! Un semplice espediente culturale in questo caso si trasforma in un efficace strumento di randomizzazione del merito, impedendo così che le differenze individuali nell’abilità di caccia possano tradursi in stabili asimmetrie di potere. Collaterale a questo obiettivo è la creazione di una gerarchia di valori che mette sul podio la generosità dei “functional leaders” – soggetti cui è stata riconosciuta per un breve lasso di tempo una speciale proprietà di comando (p. 69) – così come la loro capacità di resistere alle ritorsioni, condannare i comportamenti assertivi, praticare l’umiltà: insomma, tutti gli ingredienti per “ottenere il comando senza il potere”. Come se ciò non bastasse, a tenere negli argini il potere di quanti transitoriamente guadagnano una posizione privilegiata ci pensano capillari forme di gossip – varianti anabolizzate del costante monitoraggio e del martellante pettegolezzo che si accaniscono sui personaggi di spicco della nostra società. Che ficcanasare sia un’attività socialmente appagante può testimoniarvelo qualunque comare, ma che sia anche – e soprattutto – un formidabile e (paradossalmente) discreto strumento di controllo capace di organizzare repentinamente il consenso anti-autoritario in forme di aspro ridicoleggiamento, credo possa dirvelo solo un !Kung che ha pagato per aver “alzato troppo la cresta”. Con la gogna, infatti, si compie il primo passo dalla prevenzione alla sanzione. Ad essa successiva, in ordine crescente di gravità e pianificazione richiesta, troviamo la diserzione (allontanamento da), l’ostracismo (allontanamento di), l’aggressione coalizzata ai danni di un bullo recidivo, e infine – com’era prevedibile – il “capital punishment” (p. 80), vale a dire una forma di omicidio consensualmente pianificato da parte dell’intera comunità, di solito indirizzata contro uno dei protagonisti di una faida tra famiglie, ma solo ed esclusivamente nel caso in cui la sequela di vendette omicide non venga saziata dal “pareggiamento dei conti”. Per quanto questo rapido elenco possa dare l’impressione che nelle società di cacciatori-raccoglitori la mutua diffidenza e il vicendevole sospetto siano all’ordine del giorno, la pacifica coesistenza documentata dagli antropologi non è affatto un miraggio provocato dal sole battente del Kalahari, o magari uno studiato artefatto etnografico per nascondere l’universalità della paranoia maccartista, ma una realtà di fatto. Le norme ci sono – precisa Boehm – ma fintanto che vengono rispettate sono invisibili agli occhi. La banda come un gruppo coeso di attori politici capaci di passare dalla gogna all’esecuzione capitale dei propri membri è una forma di organizzazione sociale sempre pronta all’uso – ma non per questo permanentemente attualizzata.
Let’s make it harder. L’egualitarismo nelle società stratificate.
Se i metodi sopra elencati funzionano magnificamente per le società di cacciatori-raccoglitori, servono altri stratagemmi sociali per tenere a guinzaglio individui ai quali comincia ad essere riconosciuta una forma di comando più o meno permanente. I capotribù sono un candidato ideale in proposito. Rispetto ai cacciatori-raccoglitori, le società dominate dai “tribesmen” presentano alcune sostanziali differenze: si sostentano con piante ed animali addomesticati, formano coalizioni intertribali, e alle già discusse faide famigliari – “revenge killings” (p. 92) – aggiungono raid, pattugliamenti di campo e soprattutto combattimenti organizzati con l’esplicito scopo di annessioni territoriali. Il paradosso di tali comunità, ci tende a precisare Boehm, risiede nella loro necessità di guerrieri. Per avere soldati bisogna formarli – piuttosto ovvio. E non c’è modo di migliore per farlo se non stimolando la competizione tra maschi – e cioè, facendoli partecipare fin da piccoli alle battute di caccia, glorificarli per il valore dimostrato sul campo di battaglia, e persino accettare il fatto che la contesa per gli allori militari possa creare marcate rivalità tra membri dello stesso gruppo. Ma questa “etica del guerriero” (p. 98) mette pericolosamente a rischio quell’ethos collettivo cui accennavamo prima! A risolvere il paradosso intervengono quelle che Boehm definisce “confederazioni effimere” – segmenti tribali alleati che si riuniscono in un’ampia formazione di uomini solo dopo un accordo tra le parti in cui viene consensualmente riconosciuta la natura transitoria – effimera, appunto – della coalizione, e quindi anche della figura-guida cui vengono ascritti poteri speciali per la coordinazione delle unità militari in battaglia. Insomma, ci si accorda con largo anticipo sul fatto che quello del capo sia un lavoro a progetto. Se gli Yanomano e i Nuer tengono al guinzaglio potenziali forme di dispotismo con un accordo preliminare sulla durata dell’incarico, con i Wape la leadership viene controllata da ulteriori meccanismi di livellamento, come l’obbligo – sia per il capo che per qualsiasi altro membro della comunità – di ridistribuire i beni, esercitare il dono, e anche giocare d’azzardo (sic!), con la speciale regola di non poter lasciare il satu (il dado) dopo una giocata vincente senza averne fatta almeno un’altra – un codicillo diabolicamente utile per aumentare le chance che la buona sorte possano voltare faccia al vincitore (p. 103).
Anche per le comunità governate dai capotribù le spiegazioni “ambientali” non mancano: Boehm cita ad esempio la famosa tesi di Schneider, secondo cui la dipendenza dall’allevamento avrebbe creato in questi gruppi una condizione sfavorevole alla costruzione permanente di gerarchie stabili, dato che le greggi rappresentano un bene fluttuante che non può essere ereditato – per dirla con gli economisti: dove la distribuzione della ricchezza è dinamicamente variabile nel tempo, le ineguaglianze strutturali si impongono con maggiore difficoltà (rispetto al caso in cui tale distribuzione è stabile). Ma anche per le “chiefmen societies” Boehm puntualizza che i contesti nei quali l’egualitarismo viene praticato sono più di quanti la teoria di Schneider possa contemplare. Piuttosto, ancora una volta è l’istituzione di un preciso “ethos del capotribù” a permettere tale traguardo sociale – un ethos che, come per i cacciatori-raccoglitori, si caratterizza per l’insistenza sull’ospitalità, le virtù civiche, la proficienza verbale (utile per mediare le dispute), e soprattutto la generosità. In tal senso, il capo può guadagnare la propria leadership mostrando dedizione per quelle forme di “distributive helping” con cui allo stesso tempo i membri della comunità prevengono la possibilità di una monopolizzazione dei beni (p. 112).
King Kong e re Luigi. Gerarchie, dominanze e dispotismi tra i primati (Homo compreso).
Per discutere dei vincoli ai poteri dei chiefmen, Boehm riesuma il confronto con la società degli scimpanzé: come il maschio alfa può rivendicare il suo potere fintanto che non tiranneggia sugli altri membri, ostacolando le loro quotidiane operazioni di foraggiamento o spostamento, così un capotribù – dei Kaupau, ad esempio – può pubblicamente riconoscere la sua leadership nei limiti in cui tale esibizione di potere non va a danno della parità politica degli altri individui. Altrimenti, proprio come per le “power coalitions” degli scimpanzé che terminano spesso in tragiche detronizzazioni, anche per gli arrivisti capotribù si mette subito in moto il motore della sanzione collettiva – e dei meccanismi di distanziamento sociale che possono essere attuati ne abbiamo già parlato. Nello spettro delle tendenze dispotiche proposto da Veherencamp quasi quarant’anni fa, con il rigoroso ordine di beccata da una parte (agevolato dall’impossibilità dei subordinati di abbandonare il gruppo per cercare opportunità riproduttive altrove) e delle società caratterizzate da alti livelli di promiscuità e mobilità dall’altra (chi ha detto bonobo?), la creatura umana dipinta da Boehm si posiziona nel – proverbialmente virtuoso – mezzo, condividendo con i babbuini quella flessibilità socio-ecologica cui Kummer diede il vago nome di “modificazione adattiva” – nel caso specifico, ad indicare la loro versatilità nel passare dai larghi gruppi semipermanenti di femmine controllate da un singolo maschio, tipici degli ambienti ai margini della foresta, ai microharem degli amadriadi adattatisi ad una nicchia ecologica semi-desertica.
Le comparazioni con la documentazione primatologica, su cui – occorre ricordarlo – il giovane Boehm si è fatto le ossa, continuano anche nella descrizione della più elaborata forma di organizzazione tra le società prestatali: il chiefdom. Se le “Big Man societies” – come quelle in Nuova Guinea – per certi versi rappresentano ancora società su base egualitaria in cui al capo viene concessa l’esclusiva possibilità di pubblicizzare il proprio prestigio attraverso iperbolici banchetti e dispendiosi festeggiamenti, il potere assegnato al capo del chiefdom lo rende più somigliante ad un “patron” – un datore di lavoro, volendo avventurarci in una trasposizione contemporanea del termine – che ad un primus inter pares. Eppure anche in questo caso, non c’è modo perché il capo possa conservare la sua posizione al vertice a meno che non sia in accordo con le decisioni della comunità, raggiunte – come nel caso dei fonos tikopiani – da assemblee preposte a sondare il consenso in merito alla possibilità di andare in guerra, difendere il territorio, distribuire nuove risorse, e così via. Nella descrizione della vita all’interno di un chiefdom – più correttamente, nella descrizione dei metodi di resistenza collettiva all’abuso del potere che in esso avvengono – si scorge nella filigrana narrativa di Boehm un numero insolitamente alto di accostamenti con i primati: bonobo che accorrono dalle loro madri per richiedere protezione, scimpanzé maschi che formano transitorie coalizioni con altri maschi, gorilla maschi che si alleano con il proprio padre se il gruppo di femmine da lui monopolizzato viene minacciato da un competitore esterno. Per quanto questi accostamenti possano a prima vista rappresentare un grattacapo, in realtà Boehm lascia intendere con facilità le ragioni di un simile confronto. Nonostante la diversità tra le società dei singoli primati su cui l’antropologo si è soffermato, un elemento tuttavia ricorre con sufficiente regolarità da poter essere ascritto alle caratteristiche temperamentali del nostro comune antenato: in tutti questi casi, gli individui minacciati dal comportamento dispotico di un singolo – siano essi irascibili gorilla silverback o vanagloriosi guerrieri !Kung – dimostrano la capacità di “fare gruppo” (gang up) tra conspecifici per aggredire collettivamente il membro del gruppo inebriato da ambizioni tiranniche. Il waa degli scimpanzé – che de Waal ha definito, a ragione, un verso di “indignazione” – rappresenta un segnale di resistenza ostile a forme di potere illegittimamente esercitate (p. 169), suggerendo a Boehm che il tratto comune tra noi e le altre antropomorfe non sia duqnue una disposizione che ci orienta specificatamente a creare forme di convivenza politicamente equalizzate (dato che gli scimpanzé vivono in società che lo stesso de Waal definisce senza riluttanza “fortemente gerarchiche”), quanto piuttosto ad esprimere forme pubbliche di risentimento – che possono sconfinare in quella che Trivers definì “aggressione moralistica” – nei confronti di un’eccessiva subordinazione, a prescindere da come questa venga definita culturalmente.
Ne uccide più la spada. Come le armi cambiarono i rapporti di forza.
Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto, recita una famosa citazione di “Un Pugno di Dollari”. Dal testo di Boehm sinora abbiamo imparato che anche quando un bullo scontenta troppi membri della sua comunità, quel bullo è un uomo morto (o no, magari solo allontanato). E se equipaggiamo quella coalizione di indignati individui anche con delle armi, allora quel bullo ha un futuro ancora più cupo davanti a sé. Questa, in soldoni, è l’intuizione alla base di una nota e oramai datata di Washburn: secondo l’autore, l’adozione delle armi (per la caccia) avrebbe modificato i rapporti di forza tra gli individui, aprendo l’opportunità di forme decisamente più letali di ritorsione (come l’agguato notturno), che a loro volta avrebbero facilitato l’evoluzione verso una forma rudimentale di equalizzazione politica, la quale infine ha costituito la precondizione per una rivoluzione culturale in senso egualitario. A questo scenario evoluzionistico Boehm prova, in chiosa al libro, ad aggiungere un possibile preludio agli eventi: secondo la sua “hunting-dependency hypothesis” l’utilizzo delle armi sarebbe stato incentivato dalla crescente necessità di ricorrere alla caccia, a sua volta resa un’indispensabile forma di sostentamento a causa dei cambiamenti climatici continui durante il Pleistocene, che hanno amplificato la fluttuazione delle risorse nell’ambiente savanico. Dato il vantaggio evoluzionistico che la caccia alla megafauna poteva rappresentare in un ambiente simile, l’abilità di formare coalizioni compatte e di tenere sotto costante controllo gli elementi destabilizzanti del gruppo deve essere stata positivamente selezionata – ragiona l’antropologo. Allo stesso tempo, l’intelligenza “attuariale” – quella che rende l’essere umano meravigliosamente capace di comprendere le regolarità dei sistemi complessi in maniera intuitiva, ma non per questo meno statisticamente e predittivamente valida (p. 183) – può essere stata riutilizzata in un contesto sociale per facilitare la scoperta di quei “sistemi di assicurazione” come la redistribuzione della carne, che hanno permesso ai nostri antenati non solo di prevenire la concentrazione delle risorse nelle mani di un solo individuo, ma anche di suddividere gli utili in ambienti pericolosamente impredicibili agli occhi di un cacciatore-raccoglitore. Il “vigilant sharing” con cui l’antropologo conclude il suo racconto contiene un ultimo, ennesimo, riferimento ad una sorvegliata distribuzione dei beni che rappresenta l’esortazione per noi più preziosa: a non confondere la pace apparente di un ordine sociale all’erta per anarchia.
DENIS
[1] http://www.amazon.com/Hierarchy-Forest-Evolution-Egalitarian-Behavior/dp/0674390318
DA: Laura (4), DATA: 11 aprile, 2011
E’ sempre stato di grande interesse per gli scienziati capire come i grandi migratori possano determinare la loro posizione geografica. Molti animali sono noti ricavare informazioni dal campo magnetico terrestre per stabilire la loro posizione lungo l’asse nord-sud.
Il campo magnetico terrestre varia principalmente con la latitudine in molte zone geografiche, perciò risulta difficile o quasi impossibile ricavare informazioni che riguardano la longitudine e ciò ha creato un velo di enigmaticità attorno alla percezione della longitudine da parte degli organismi migratori.
Interessante è il caso della tartaruga comune (Caretta caretta). Le specie provenienti dalla costa est della Florida (USA) sono soggette a migrazioni transoceaniche in seguito al loro ingresso nel mare, che avviene subito dopo la schiusa delle uova. Uno studio compiuto a Chapel Hill, nell’Università del North Carolina, ha mostrato come le tartarughe di mare riescano a compiere traversate oceaniche e a trovare la giusta rotta. Questi organismi ricavano infatti informazioni dal campo magnetico terrestre per il loro posizionamento lungo l’asse nord-sud. Ma il giusto posizionamento lungo la rotta risulta possibile rilevando due parametri del campo magnetico terrestre, in modo da stabilire non solo la latitudine, come già noto, ma anche la longitudine.
Fig. 2 – Le correnti nord atlantiche subtropicali e l’orientazione delle tartarughe rispetto al campo magnetico vicino Puerto Rico e Capo Verde.

I ricercatori hanno sottoposto tartarughe appena nate a diversi campi magnetici, corrispondenti a due punti terrestri aventi la stessa latitudine ma diverse longitudine e hanno seguito i movimenti degli animali all’interno di bacini circolari controllati.
Le tartarughe esposte ad un campo magnetico come quello che si ritrova vicino a Puerto Rico, nella costa ovest dell’Atlantico, hanno riportato una migrazione nella direzione nord-est, mentre quelle esposte ad un campo come quello di Capo Verde, nella costa est dell’Atlantico, nuotavano in direzione sud-ovest. I risultati ottenuti da questo studio hanno evidenziato perciò come il campo magnetico abbia una certa rilevanza nell’orientazione di questi organismi e come le risposte ottenute abbiano inoltre una loro funzionalità, in quanto le tartarughe risultano così facilitate durante le rotte, essendo allontanate dalla corrente di Guinea, che le trascinerebbe lungo le coste africane, e facilitate nel loro ritorno verso le coste del Nord America. Lo studio condotto dagli scienziati americani ha portato quindi maggiore evidenza del fatto che campi magnetici possano influenzare le rotte delle giovani tartarughe e di come questi organismi non abbiano bisogno di “esperienza” in termini di migrazione per poter riconoscere e utilizzare il campo magnetico in cui vengono a trovarsi.
Come ha detto Kenneth Lohmann dell’Università del North Carolina “Uno dei grandi misteri del comportamento animale è come questi migratori possano navigare in mare aperto dove non ci sono segnali di riferimento visivi”. Che questi animali, al pari di altri migratori sfruttassero il campo magnetico per stabilire la latitudine era noto da tempo, ma la sorpresa emersa da questo studio è come da esso potessero risalire anche alla longitudine. Le tartarughe, infatti, sfruttano piccole variazioni e caratteristiche del campo magnetico lungo la superficie della Terra per determinare la loro posizione, sia in direzione nord-sud sia in quella est-ovest, e trovare così la giusta rotta.
Il segreto di questa potenzialità, come hanno osservato i ricercatori, sta nel fatto che esse non fanno riferimento a una sola caratteristica del campo, ma a una combinazione di due, ossia all’angolo con cui le linee del campo intersecano la Terra (inclinazione) e alla sua intensità. Le tartarughe perciò sono in grado di utilizzare una sorta di mappa magnetica a due coordinate.
In prossimità dell’equatore, le linee di campo corrono approssimativamente parallele alla superficie terrestre, ma se si viaggia a nord dell’equatore, diventano progressivamente più fitte verso i poli dove sono dirette verso il basso. Inoltre il campo magnetico varia in intensità, essendo in genere più forte vicino ai poli e meno verso l’equatore. Entrambi i parametri variano in maniera molto più consistente da nord a sud che da est a ovest e per questo si riteneva in genere che il campo potesse servire solo per stabilire la latitudine.
Lo scienziato Kenneth Lohmann ha inoltre riferito che se un animale in grado di rilevare solo l’inclinazione o solo l’intensità del campo ben difficilmente potrebbe stabilire la longitudine, la tartaruga marina è invece in grado di rilevare entrambi. Può quindi estrarre dal campo magnetico più informazioni di quanto non sembri.
Ad ogni modo è possibile tuttavia che le tartarughe manchino del concetto reale di posizionamento geografico e che avanzino ciecamente lungo le rotte condizionate dal campo magnetico. Inoltre non si può escludere che altri fattori intervengano nel guidare le loro migrazioni transoceaniche, come ad esempio informazioni olfattive, infrasuoni, o l’utilizzo della declinazione in quelle aree geografiche dove questo parametro varia longitudinalmente.
Questo studio ha perciò mostrato interessanti risultati che possono aiutare a spiegare ciò che nella navigazione e nelle lunghe migrazioni degli animale è sempre stato di grande mistero.
LAURA
Riferimenti:
1. Gould, J.L. (2008). Animal navigation: The longitude problem. Curr. Biol. 18, R214–R216.
2. Lohmann, K.J., and Lohmann, C.M.F. (1994). Detection of magnetic inclination angle by sea turtles: A possible mechanism for determining latitude. J. Exp. Biol. 194, 23–32.
3. Lohmann, K.J., Lohmann, C.M.F., Ehrhart, L.M., Bagley, D.A., and Swing, T. (2004). Animal behaviour: Geomagnetic map used in sea-turtle navigation. Nature 428, 909–910.
4. Lohmann, K.J., Cain, S.D., Dodge, S.A., and Lohmann, C.M.F. (2001). Regional magnetic fields as navigational markers for sea turtles. Science 294, 364–366.
5. Lohmann, K.J., and Lohmann, C.M.F. (1996). Detection of magnetic field intensity by sea turtles. Nature 380, 59–61.
6. Lohmann, K.J. (2010). Q&A: Animal behaviour: Magnetic-field perception. Nature 464, 1140–1142.
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